“I nuovi poveri”, quelli che il Coronavirus ha reso fragili e senza speranza

L’ultimo appello lanciato dall’Onu cerca di far luce sulla situazione catastrofica dei paesi più poveri. Quelli in cui il Coronavirus ha fatto precipitare nell’abisso milioni di persone, mettendo a rischio decenni di sviluppo umano e l’equilibrio dell’intero sistema. Anche la povertà è cambiata. E ora ci sono i nuovi poveri.

Li chiamano “nuovi poveri”. Nuovi, perché poveri non lo erano, almeno non fino a qualche mese fa. Certo non godevano di oro o di lusso, ma vivevano. In condizioni normali. Con un piatto di pasta a tavola. E ora, invece, fanno la fame. La pandemia innescata dal Coronavirus ha avuto conseguenze su ogni sfera della nostra vita sociale, politica, economica, travolgendo ogni settore in maniera impensabile. Come in un corto circuito, tutti i fili della nostra normalità sono saltati: e così, quella che sembrava essere all’inizio soltanto un’emergenza sanitaria, è diventata un’emergenza sociale, economica, relazionale.

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Ed è anche emergenza povertà. A lanciare un ultimo drammatico allarme è l’Onu, che in un appello umanitario ha ricordato che a causa del Coronavirus centinaia di milioni di persone si sono impoverite in tutto il pianeta e ora rischiano la vita. La situazione è grave, gravissima, nelle economie occidentali dove le misure dei governi cercano di dare un minimo di aiuti. Ma se l’occidente arranca, i paesi meno ricchi vivono un dramma. Persone già povere sono precipitate nella povertà più assoluta. Secondo l’Onu, chi richiede aiuti umanitari nel mondo è aumentato del 40% in un solo anno: 235 milioni di persone. Nel 2021, per contenere la castrofe, servirebbero risorse economiche per almeno 35 miliardi di dollari, circa 29 miliardi di euro.

Il sottosegretario generale per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, Mark Lowcock, ha fatto i conti parlando di una situazione disperata per milioni di persone che già di recente hanno dovuto affrontare conflitti, sgomberi forzati e catastrofi naturali dovute ai cambiamenti climatici. “È chiaro che non è stato il virus stesso a fare i danni maggiori nei paesi vulnerabili. Sono stati gli impatti della recessione globale e dei blocchi come l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, il calo dei redditi, il calo delle rimesse, l’interruzione dei programmi di vaccinazione e la chiusura delle scuole”, ha sostenuto Lowcock. I poveri, insomma, non sono più quelli a cui siamo stati abituati. Ora ce ne sono altri. Vengono dalle case, dai lavori stabili, dai negozi. Vengono dalla quotidianità. Quella che, da mesi, abbiamo ormai perso.