Sanremo 2021 e le donne: un’amara sconfitta

Dal monologo di Barbara Palombelli all’orgoglio maschilista di Beatrice Venezi: il femminismo mancato di Sanremo 2021.

Festival di Sanremo

Il 71° Festival di Sanremo si è ormai concluso ed è tempo di tirare le somme di questa edizione 2021. Un’edizione, lo diciamo subito, tutt’altro che facile da condurre. Tra la pandemia ancora in corso, l’impossibilità di avere ospiti internazionali al pari degli anni precedenti e l’assenza del calore del pubblico, portare avanti cinque serate di show è stata una vera e propria sfida. Le circostanze in cui si è svolta la kermesse musicale più popolare d’Italia hanno fatto sì che lo spettacolo fosse inevitabilmente basato non sull’interazione quanto sulla parola e sulla capacità degli attori sul palco di utilizzarla.

Il femminismo mancato di Sanremo 2021

Barbara Palombelli a Sanremo
Photo credits: Jacopo M. Raule – Getty Images

Proprio le parole sono state il punto debole di questa edizione (ma anche di tante altre passate). L’ondata di femminismo che ha travolto il mondo negli ultimi tempi non sembra essere arrivata a Sanremo. O meglio, all’Ariston in qualche modo si sa che esiste e che va inevitabilmente cavalcata per evitare brutte figure. Peccato, però, che il risultato lasci molto a desiderare e dia tutta l’impressione di un artefatto mal riuscito ed incredibilmente forzato. Tra i diversi ospiti le donne ci sono pure, ma restano un accessorio nelle mani dei partner maschili. Vengono esaltate, sì, ma esclusivamente per la loro bellezza. Per non parlare dei commenti che si leggono sul web: le cantanti sono sexy, i cantanti sono talentuosi. In un’edizione radicalmente patriarcale, le donne che hanno dimostrato di saper dominare il palco molto meglio delle loro controparti maschili (pensiamo a Elodie o a Matilda De Angelis) sono state solamente delle meteore di passaggio.

Il flop del monologo di Barbara Palombelli

Una conseguenza inevitabile dello spirito antifemminista del Festival di Sanremo, spesso e volentieri non caratteristico esclusivamente degli uomini dell’Ariston, ma anche delle donne che hanno messo piede su quel palco. In primis la giornalista Barbara Palombelli, che con il suo lunghissimo monologo non ha fatto altro che ricordare alle donne d’Italia quanto siano fortunate ad avere i diritti che hanno. Insomma, dovrebbero un po’ smetterla di fare ancora rumore e iniziare ad accontentarsi. Che altro hanno da pretendere? Lo stipendio equiparato a quello degli uomini? L’abolizione della tampon tax? Suvvia, mi sembra che qui si stia esagerando, sembra dire tra le righe la Palombelli.

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Un lavoro da uomini

Ma veniamo all’episodio in assoluto più maschilista a cui abbiamo assistito nel corso del cinque serate di festival. Sul palco fa la sua comparsa Beatrice Venezi, la donna più giovane a dirigere un’orchestra in Europa, una che potrebbe zittire tutti gli uomini a suon di bacchetta. E invece no, anche lei ci tiene a chiarire fin da subito la sua posizione.

“Per me quello che conta è il talento e la preparazione con cui si svolge un determinato lavoro. Le professioni hanno un nome preciso e nel mio caso è direttore d’orchestra”, dichiara con una punta d’orgoglio.

A questo punto alle donne in ascolto cadono le braccia e rimane, come unica possibilità, quella di cambiare canale. Perché se ancora c’è bisogno di spiegare che certe professioni sono declinate al maschile semplicemente perché prima gli uomini erano gli unici a poterle svolgere, se ancora dobbiamo ribadire che le rivoluzioni passano anche per le parole che utilizziamo, allora c’è da chiedersi che cosa sia, a conti fatti, la fantomatica parità di genere che persone come la Palombelli dicono di aver già ampiamente conquistato.

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