“Se non vi va bene, trovatevi un altro governo”, Mario Draghi ha perso la pazienza e chiede chiarezza ai partiti

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Le indiscrezioni raccontano di un premier furioso contro la maggioranza e che chiede adesso chiarezza per continuare nella sua esperienza di governo. 

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Per la prima volta da quando si trova al governo, Mario Draghi perde la pazienza e alza la voce con i partiti che sostengono la maggioranza. Di ritorno dal vertice di Bruxelles, il premier ha infatti indetto una riunione per mettere le cose in chiaro con chi fino a questo momento si era dimostrato suo fedele alleato. Qualcosa è cambiato, e nella giornata di ieri l’esecutivo è andato sotto quattro volte in parlamento, in particolare sull’approvazione del decreto Milleproroghe. Una situazione che mandato su tutte le furie l’ex Presidente della Bce, che ai capi delegazione ha spiegato senza mezzo termini che “non siamo qui per scaldare la sedia e neanche per perdere tempo. Se ai partiti e al Parlamento non va bene questo governo, trovatevi un altro governo”.

Dichiarazioni al vetriolo per mettere un punto sulla questione e cercare di far capire ai partiti che a queste condizioni il premier non è disposto ad andare avanti e potrebbe dunque decidere per le dimissioni. Subito dopo, Draghi ha incontrato Mattarella, ma naturalmente nessuna indiscrezione è pervenuta su quanto i due si siano detti. Il premier chiede che vengano garantiti i voti in parlamento e che situazioni come quella di ieri non si ripetano più. 

Cosa ha detto Draghi durante la riunione con i capi delegazione dei partiti

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E la riunione con i capi delegazione con i partiti serviva proprio a rimarcare questa linea. Repubblica è poi riuscita ad avere accesso a dei virgolettati molto importanti circa quanto Draghi ha detto nel corso del vertice: “Un voto unanime in consiglio dei ministri non può essere sconfessato un minuto dopo in commissione. Così non si va avanti. Ci sono delicate questioni internazionali. Dobbiamo approvare la legge sulla concorrenza, altrimenti perdiamo risorse. Abbiamo una delega fiscale ferma e ci sono delicate questioni internazionali”. Alcuni come Andrea Orlando del Partito Democratico hanno supportato e avallato le parole del premier, affermando che continuando così, l’unico risultato che otterrà la sinistra sarà quello di mandare il paese a nuove elezioni che finirebbero con il danneggiare la stabilità politica che si è faticosamente ottenuta in questi mesi. 

Alcuni politici hanno chiesto al premier un cambio di metodo sui dossier

Altri invece, probabilmente interni al centrodestra, hanno chiesto al premier di prendere atto che un problema all’interno della maggioranza esiste, e che vi è bisogno di un passo indietro del premier, di un cambio di metodo. Una parte della maggioranza vuole essere coinvolta in modo più attiva sui vari dossier sul tavolo, ridimensionando il piglio solitario e decisionista che ha contraddistinto Draghi in questi mesi. 

Come si sono consumati questi strappi? 

Per quanto riguarda la discussione sul tetto del contante, è stata la coalizione di centrodestra a votare contro chiedendo una modifica del tetto che dai mille euro euro previsto di utilizzo massimo, dovrebbe invece passare a duemila. A sinistra invece, si è creato un asse tra Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Italia Viva per quanto riguarda il mezzo miliardo di fondi inizialmente destinati all’Ex Ilva e sui cui il centrosinistra vorrebbe una ripartizione diversa dei fondi.

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La sensazione, ma per certi versi questo forse era già chiaro dopo le elezioni del Presidente della repubblica che hanno visto Draghi ripudiato dai partiti, è che la lunghissima luna di miele tra il premier e la maggioranza sia ormai terminata. E che in molti iniziano ad avere paura del metodo Draghi portata avanti sino ad adesso. Difficile pensare di conquistare nuovi voti se nei fatti non intervieni su nessuna legge, se diventi un mero passacarte della volontà del premier. È stato forse questo il ragionamento che ha svegliato una parte della maggioranza, consapevole forse con i rincari energetici alle porte, l’elettorato adesso pretenderà molto di più dai partiti di riferimento e la sudditanza a Draghi rischia di provocare una nuova ondata di astensionismo alle prossime elezioni.