Smart working o ufficio: due dipendenti su tre vorrebbero cambiare lavoro se costretti a rientrare

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Dal sondaggio «People at Work 2022: A Global Workforce View» condotto da Adp, ecco i dati che sono emersi 

L’indagine «People at Work 2022: A Global Workforce View» portata avanti dalla società Adp, che si interessa di buste paga e soluzioni per gestire il capitale umano, ha fatto emergere il modo di pensare di 33mila lavoratori in 17 Stati del mondo.

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Dopo due anni di Covid19, i lavoratori voglio avere maggiore flessibilità e sicurezza su dove e come lavorare, altrimenti sono pronti anche a cambiare lavoro. Come riporta Il Corriere della Sera, questo desiderio si fa sempre più bruciante soprattutto se visto in un contesto in cui con la riapertura dell’economia mondiale, alcune imprese cercando di far rientrare i propri lavoratori in ufficio.

Nel report è scritto che in una situazione divenuta fortemente impegnativa, «in mezzo a problemi come l’aumento dell’inflazione e i ritardi nella catena di approvvigionamento  il sentimento e le esigenze della forza lavoro globale oggi lo sono cambiando rapidamente. È imperativo per i datori di lavoro comprendere i driver e il potenziale impatto di questo cambiamento, in modo che possano attrarre e trattenere i talenti per creare imprese più forti e resilienti».

Le persone cercano un lavoro che non le porti a compromettere la propria salute, il benessere e il tempo per stare con i propri familiari. In molti valutano un part time, oppure di cambiare lavoro o anche di aprire una propria attività.

Dal sondaggio, dunque, è emerso che sette lavoratori su dieci, ossia il 71%, hanno pensato di cambiare carriera nell’ultimo anno e si domandano cosa significhi sicurezza sul lavoro dopo la pandemia. Tre su quattro (ossia il 76%), starebbero considerando l’idea di cercare un nuovo lavoro se dovessero venire a sapere che la loro azienda mette in atto un divario retributivo di genere ingiusto. Il 25% ha valutato di darsi a un altro settore o fare richiesta per avere un anno sabbatico. Un altro 20% ha detto di voler avviare un’attività imprenditoriale o darsi a un part-time o andare in pensione in anticipo.

Contemporaneamente, il 49% delle persone intervistate ha detto di essere molto contento del proprio lavoro e il 41% si è abbastanza soddisfatto. Gli asiatici sono ottimisti in merito ai prossimi cinque anni di lavoro, come si deduce dal 90% degli intervistati. Gli europei, invece, sono i meno ottimisti con il 78% che dice di essere fiducioso. In Nord America e Sud America gli ottimisti sono l’85%.

L’aspetto prioritario si conferma lo stipendio in un lavoro, tant’è che due terzi dei lavoratori (ossia il 65%), vorrebbe lavorare più ore per una maggiore retribuzione. Sette su dieci vorrebbero avere più flessibilità nell’ambito lavorativo e terrebbero in considerazione una settimana di 4 giorni.

Nonostante lo stipendio rimanga pur sempre una priorità, circa la metà degli intervistati accetterebbe una paga minore se ciò volesse dire migliorare il proprio equilibrio tra lavoro e vita privata. Questo fa pensare che i titolari delle aziende potrebbero dover fare un compromesso tra retribuzione e altri aspetti per aver lavoratori pienamente soddisfatti.

Forzare i lavoratori a rientrare al posto di lavoro in full time quando non c’è bisogno potrebbe essere un fattore boomerang: due terzi (64%) infatti, potrebbero decidere di trovarsi un nuovo lavoro. Molti pensano al trasferimento e una minoranza ha già compiuto questo passo. Non desta alcuna preoccupazione il fatto che i titolari possano trascurare i lavoratori in smart working a favore dei colleghi che lavorano in presenza.

Anzi, lo staff che lavora da remoto si sente maggiormente apprezzato e premiato per i propri sforzi nonché sostenuto nella propria carriera. Quasi 7 su 10 dicono di essere pagati equamente per ciò che fanno, rispetto a meno della metà dei colleghi che lavorano direttamemte in presenza.

Lo stress sul lavoro è a livelli molto seri, con il 67% degli intervistati che ne risente almeno una volta alla settimana rispetto al 62% prima dell’emergenza sanitaria. Il 15% dei lavoratori si sente stressato tutti i giorni.

Il 53% dei lavoratori intervistati pensa che causa di problemi psicologici ne risenta anche l’aspetto lavorativo. Il sondaggio riporta che la maggior parte dei datori di lavoro si sta sforzando al massimo per supportare lo staff, concedendo giorni di riposo per il benessere, pause per gestire lo stress e consulenze. Nonostante ciò, ci sono molte domande su cos’altro possano fare i titolari per portare al minimo le cause dello stress e alleggerirne l’impatto.