Sciacalli all’obitorio: chiedevano il pizzo per far vedere i parenti morti di Covid

Un’indagine dei carabinieri fa luce su un sistema di corruzione che coinvolgeva il personale dell’obitorio e alcune imprese di pompe funebri.

Speculavano sul dolore dei parenti per arrotondare i guadagni e farsi favori a vicenda. Ma non è tutto.

Mazzette e pizzo all’obitorio per poter vedere i parenti morti di Covid. Scoppia lo scandalo all’ospedale di Saronno (Varese), già toccato da vicende sinistre come gli omicidi dell’ex vice primario del pronto soccorso Leonardo Cazzaniga, incarcerato dal 2016 e condannato all’ergastolo per aver dato dei farmaci letali ai pazienti assieme all’infermiera amante.

Adesso arriva la nuova indagine dei carabinieri, con due arresti e otto misure interdittive disposte dal gip. Nella nuova inchiesta è coinvolta una sostanziosa parte del personale in servizio nell’obitorio ospedaliero, oltre a quattro imprenditori delle pompe funebri (in totale sono 19 gli indagati). Inoltre altri accertamenti hanno portato a scoprire dipendenti della medesima struttura che simulavano la malattia per lavorare altrove e intascarsi un altro stipendio.

La denuncia dei vertici della struttura

Le indagini sono partite da una denuncia presentata in piena pandemia, nell’autunno 2020, da parte del direttore medico dell’ospedale. Da un collaboratore aveva saputo di strani giri attorno alla camera mortuaria. Di fatto si speculava sul dolore dei familiari dei pazienti morti di Covid, che a causa del forzato isolamento non avevano potuto salutarli.

Dalle indagini è emerso come i titolari di alcune imprese di pompe funebri pagassero alcuni dipendenti dell’obitorio per indirizzare i parenti dei pazienti morti verso la propria impresa per l’organizzazione del servizio funebre. Dalle intercettazioni è saltato fuori anche che si “vendevano” i morti chiedendo denaro ai parenti per mostrare loro le salme dei loro cari defunti anche quando erano pazienti risultati positivi al Covid. In violazione perciò delle regole contro il contagio.

Lucravano sulle spalle dei parenti dei morti

I soldi del “pizzo” sui morti venivano investiti (di solito in 50 euro al colpo) in benzina e cialde per le macchinette del caffè. Inoltre i dipendenti sottraevano dagli scaffali anche i cerotti, per non parlare dei rotoli di carta igienica e del sapone. Oltretutto “benedicevano” il Covid come una manna caduta dal cielo per la grande quantità di decessi. Che per loro significavano possibilità di fare altri guadagni illeciti.

L’inchiesta ha portato a galla un sistema generalizzato di corruzione per guadagnare sulle spalle dei familiari dei deceduti. Dove non ci si faceva mancare nulla: anche i cartellini timbrati a vicenda tra colleghi che si erano accordati per fare ognuno i propri comodi. I proventi delle mazzette chieste ai familiari finivano poi in una cassa comune per mangiarsi assieme una pizza, acquistare stecche di sigarette, i gratta e vinci, giocare alle macchinette al bar.