Sospetti di mafia nei cantieri dei Mondiali di Cortina: cacciata ditta mantovano-calabrese

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:43

Sospetti di mafia nei cantieri dei Mondiali di Cortina 2021: una ditta mantovano-calabrese è stata colpita da un’interdittiva firmata dal prefetto. Gli operai avevano contatti con la criminalità organizzata.

mafia nei cantieri dei Mondiali Cortina
foto di repertorio, via Corriere del Veneto – mafia nei cantieri dei Mondiali Cortina

Finita nel mirino dei controlli antimafia è un’azienda mantovano-calabrese che sta lavorando nei cantieri per i Mondiali Cortina 2021. Come riportato da Il Gazzettino, infatti, il prefetto di Mantova ha firmato oggi l’interdittiva antimafia per la ditta dopo una serie di sospetti accertati e approfonditi da un blitz effettuato (dopo il lockdown) dai carabinieri dell’Arma provinciale. La società colpita dal provvedimento non potrà più avere rapporti con la pubblica amministrazione, ma potrà chiaramente procedere per via legale nelle sedi giudiziarie competenti.

Gli operai avevano contatti con la criminalità organizzata

L’azienda in questione è una subappaltatrice per dei lavori elettrici sulla statale 51 d’Alemagna. I controlli sono stati effettuati settimanalmente dalle forze dell’ordine, come previsto dal “Piano Prevenzione delle infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti pubblici”. Ed è proprio durante questi sopralluoghi che sarebbero emersi – riportano le fonti – alcuni elementi di rilievo sotto il profilo della prevenzione di eventuali infiltrazioni mafiose. Tra le maestranze distaccate, infatti, vi erano numerosi soggetti con precedenti di polizia o pregiudizi penali rilevanti anche sotto profilo normativa antimafia.

Si tratterebbe di circa una decina di operai, quasi tutti originari di Reggio Calabria (due sarebbero invece siciliani) e in contatto con la criminalità organizzata. Tra i reati che pendono sulle loro teste si parla di estorsione, danneggiamento di beni assicurati, turbativa d’asta: ovvero reati tipici di quegli ambienti criminali organizzati. Sempre dalle verifiche sarebbe poi emerso che i mezzi d’opera utilizzati nel cantiere non erano sempre censiti correttamente dalla banca dati – come invece richiesto dal Piano della Prefettura contro le infiltrazioni. Nello specifico, si trattava di macchinari intestati ad altre società, anche molto distanti da Belluno.


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Si è trattato, quello portato da termine dalle autorità, di “un lavoro molto delicato che viaggia quasi come un processo”. Il lavoro dei carabinieri e delle attività di intelligence, infatti, “analizza tutti i vari segmenti, i tasselli del mosaico e poi bisogna concludere valutando se il pericolo sussiste o non sussiste”, spiega prefetto Adriana Cogode nella sua ultima intervista. Ed evidenzia: “Pur in presenza di elementi negativi per arrivare al giudizio antimafia, come ad esempio la condanna di uno dei soci per reati indizianti come la turbativa d’asta, a volte si conclude che il pericolo non c’è”. Ma nel caso dell’azienda Garda srl, con sede legale nel Mantovano, il pericolo è stato rintracciato – anche se tra i lavoratori.