Covid, a Shanghai niente restrizioni. Un italiano: “Ristorante pieno da un mese”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:18

L’emergenza Covid-19 a Shanghai sembra essere terminata. A testimoniarlo Roberto Bernasconi, 54 anni, che gestisce un ristorante proprio nella città più grande della Cina.

shanghai ristorante
Roberto Bernasconi, 54enne originario di Bari, titolare di un ristorante a Shanghai – meteoweek.com

L’emergenza Covid-19 ha avuto inizio in Cina, con il focolaio di Wuhan, a gennaio scorso. A distanza di nove mesi, mentre i paesi d’Europa e non solo stanno lottando contro la seconda ondata, nelle città orientali non sembra esserci più alcuna traccia del virus. Lo testimonia anche l’italiano Roberto Bernasconi, 54 anni, che è titolare di un ristorante a Shanghai. Nella città più grande e popolosa della Cina, ormai, non si ha più alcuna restrizione. Mascherine e distanziamento sociale sembrano soltanto un vago ricordo.

Il racconto del ristoratore italiano a Shanghai

Per accorgersi che in Cina la vita è tornata alla normalità è sufficiente telefonare a qualsiasi ristoratore nelle ore calde della giornata. A pranzo o a cena, infatti, non avranno un momento libero per rispondere alle domande dei giornalisti. Lo ha confermato Roberto Bernasconi, ristoratore originario di Bari che da anni gestisce un locale a Shanghai. Intercettato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, il cinquantaquattrenne ha rivelato di essere molto impegnato con il suo lavoro. “Scusami, è una giornata particolarmente favorevole, possiamo sentirci più tardi?“, ha chiesto. Poi si è ritagliato uno spazio per raccontare la nuova quotidianità delle città cinesi a quasi un anno dall’inizio dell’epidemia di Covid-19.

La normalità è tornata a Shanghai da almeno un mese. Eventi, feste e cene sono ormai all’ordine del giorno. “È già passato un mese – racconta Bernasconidalla Cena della Taranta che abbiamo organizzato qui al Porto Matto, con il patrocinio gratuito di Pugliapromozione e la partecipazione del console generale di Shanghai e dell’Istituto italiano di cultura, alla presenza di decine di persone. C’erano due danzatrici salentine che hanno allietato la serata per la felicità degli italiani del posto, ma soprattutto dei cinesi. Ne sono rimasti affascinati. Una quindicina di ragazze si sono fatte trascinare. Ora alcune stanno facendo lezioni private“.

Canti, balli e divertimento. Altro che distanziamento sociale. L’utilizzo della mascherina, ad oggi, è soltanto fortemente raccomandato, come d’altronde accadeva prima dell’arrivo della epidemia di Covid-19. I nuovi casi di positività al virus registrati in Cina mercoledì 28 ottobre sono soltanto 42 su una popolazione di 1,4 miliardi di persone. In Italia, invece, erano quasi 25 mila, a fronte di 60 milioni di abitanti. Ma come ha fatto il paese asiatico a sconfiggere la malattia?

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Le strade affollate di Shanghai, città della Cina con il più alto numero di abitanti – meteoweek.com

Cominciamo col dire – racconta Bernasconiche non si entra da nessuna parte, dai negozi ai mezzi pubblici, senza avere il codice verde. Si tratta di un’app per certificare che posso girare per Shanghai perché non sono transitato in zone a rischio negli ultimi 14 giorni”. Una sorta di Immuni, ma decisamente più efficiente. “Se, per ipotesi, volessi andare a Pechino – continua – dovrei impostare la nuova destinazione per ricevere il via libera. In caso di codice rosso, invece, sarei costretto a rimanere a casa in attesa del tampone.

Una politica, dunque, basata sul tracciamento di chiunque, dei positivi che anche dei negativi che potrebbero contrarre il virus. “Insomma, si traccia chiunque riducendo moltissimo il rischio determinato dagli asintomatici. In questa maniera si eseguono magari molti tamponi, ma mai a caso. Si tenga presente che qualche giorno fa per la scoperta di dodici positivi sono stati fatti a Qingdao, nella provincia dello Shandong, i tamponi a 9 milioni di residenti in pochi giorni“.

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La privacy non è contemplata, né viene ritenuta da qualcuno un aspetto importante a fronte di una epidemia. D’altronde, la popolazione della Cina era già abituata ad essere costantemente tracciata. “Del resto – aggiunge Bernasconi – il tracciamento avviene già con Alipay, la piattaforma di pagamento on line che tutti ormai usano avendo eliminato carte di credito e contanti. Ti pare che si debba lamentare chi è scrutato da Google oppure chi utilizza i social senza alcun problema? Una cosa è certa: se vuoi vivere qui ci sono delle regole che tutti sono disposti ad accettare“. Regole che, in Italia, in tanti non sono stati disposti ad accettare. E il Governo, da parte sua, non le ha imposte.

E se vuoi venire devi fare altrettanto. Il Governo cinese ha imposto il certificato attestante la negatività del tampone effettuato all’estero prima della partenza, poi un secondo test una volta arrivati, quindi una serie di controlli sanitari e questionari da compilare“. I confini, dunque, non sono chiusi. I controlli sui visitatori però sono molto rigidi. “Le persone – spiega il ristoratore barese – vengono prelevate da autobus speciali, si viene poi portati in hotel requisiti dal Governo e controllati dalle forze di polizia, in cui c’è solo personale medico. Dopo due settimane di quarantena in albergo, dove ti viene misurata la temperatura tre volte al giorno, devi infine sottoporti a un altro tampone. Solo dopo puoi raggiungere la destinazione finale. In caso di positività finisci in ospedali dedicati. Ci sono stati rarissimi casi di italiani risultati positivi. In ogni caso sono stati assistiti prontamente dalle autorità consolari“.

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Liberi ma tracciati. Un’utopia, almeno per ora, per l’Italia. “A Bari diremmo: chi se ne frega della privacy davanti alla salute! In effetti è così. Ho saputo – ammette Bernasconiche da voi Immuni non funziona granché, anche perché non è ancora obbligatoria e comunque non è abbastanza affinata per arrivare all’obiettivo. Qui invece abbiamo ritrovato la tranquillità e possiamo pensare a lavorare. Sto organizzando un altro evento. Stavolta intendo realizzare una sorta di sagra pugliese, mantenendo il format del buffet con intrattenimento. Vorrei illustrare ai cinesi come si fa la conserva di pomodoro per l’inverno. Immagino che il locale si riempirà di nuovo. L’altra volta – conclude – c’erano 120 persone. Quanti posti a sedere ho? Cinquanta“.