Coronavirus, i tamponi rapidi riconoscono 4 malati su 10

ULTIMO AGGIORNAMENTO 7:57

Secondo uno studio pubblicato su un’importante rivista scientifica i tamponi rapidi hanno un’affidabilità molto bassa.

Coronavirus, i tamponi rapidi riconoscono 4 malati su 10 – meteoweek

La notizia che potrebbe mettere in crisi il sistema è arrivata: il Biocredit Covid 19 Ag (alias tampone rapido), di fabbricazione coreana, acquistato con regolare bando dal Commissario per l’Emergenza Covid in circa 10milioni di pezzi non sarebbe affidabile. Uno studio, pubblicato su un’importante rivista scientifica, il Journal of Clinical Virology, dimostra che la sensibilità del test si attesta tra l’11,1% e il 45,7%.

Ogni 10 tamponi rapidi somministrati, 6 producono un risultato errato. Poiché le regole attualmente in vigore attestano che un test antigenico negativo certifica la negatività del soggetto significa che testando i malati con questo tampone le possibilità che molte persone affette da virus possano circolare – almeno secondo lo studio – è molto alta. Questo potrebbe in qualche modo cambiare completamente i numeri della pandemia.

Già da principio, comunque, il test aveva incontrato moltissime resistenze. Secondo quanto stabilito sarebbe bastato che il medico dichiarasse inadatto il proprio studio all’esecuzione del tampone perché il processo si arrestasse. La palla sarebbe dovuta passare alle istituzioni sanitarie collocando i medici, operazione non facile con le Asl già sovraccariche di lavoro.

D’altronde è comunque altamente sconsigliabile che i tamponi siano effettuati negli studi medici: senza spazi e personale adeguato, accogliere persone in attesa di test insieme agli altri assistiti può generare focolai sia tra medici e pazienti. L’obiezione è condivisa da tutti i sindacati di medici tranne la Fimmg. Ora con questo studio arriva la stangata finale.

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I tamponi antigenici rischiano di rivelarsi un flop per l’organizzazione e per l’efficacia che è inferiore. Il bando predisposto da Arcuri prevedeva l’acquisto di 5 milioni di test antigenici rapidi ad alta precisione, capaci di generare meno del 15% di falsi negativi – persone negative che però con un tampone molecolare più accurato risulterebbero contagiate – e del 2% di falsi positivi.

La buona notizia, però, è che i vaccini potrebbero essere in arrivo. “Come noto – si legge nella comunicazione diffusa da Arcuri – l’Italia ha aderito all’iniziativa dell’Ue per l’acquisto del più ampio portafoglio possibile di vaccini” e i primi “potrebbero essere disponibili già a partire dai primi mesi del prossimo anno”. “In particolare – scrive Arcuri – il vaccino Pfizer, il cui iter di validazione sembra essere, ad oggi, il più avanzato, permetterebbe all’Italia di disporre già dal fine gennaio 2021 di circa 3,4 milioni di dosi da somministrare a 1,7 milioni di persone. È necessario, pertanto, scegliere il target di cittadini a cui somministrare le prime dosi disponibili”.

Il commissario ha spiegato che “appare prioritario salvaguardare quei luoghi che nel corso della pandemia hanno rappresentato il principale canale di contagio e diffusione del virus, quali a titolo esemplificativo gli ospedali e i presidi residenziali per anziani. A tal fine si potrebbe prevedere in questa prima fase di somministrare il vaccino direttamente nelle strutture ospedaliere e, tramite unità mobili, nei presidi residenziali per anziani”.