Coronavirus, ritorna incubo Mes e per l’Italia il rischio è di finire come la Grecia

Quali sono i rischi che si fanno concreti nel caso in cui si decida di ricorrere al Mes? Il parallelo è con la Grecia, nazione che ha pagato, e caro, il ricorso al Meccanismo europeo di stabilità.

“Stiamo valutando le opzioni, ma non è detto che attiveremo il Mes o che abbiamo deciso”. A dirlo, questa mattina, è stato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Il Mes, infatti, è tornato sul tavolo dell’Eurogruppo questo pomeriggio riaprendo la vecchia e datata questione se ricorrere al Meccanismo europeo di stabilità sia un bene o un male. “Il rischio è che la crisi del Covid-19 potrebbe diventare una crisi politica dell’Intera Unione”, sosteneva tempo fa Iratxe Garcia Perez, leader dei Socialisti e dei democratici al Parlamento europeo. Ad oggi, possiamo dirlo, non a torto. Ancora oggi una solida risposta europea alla crisi innescata dal Coronavirus non c’è.

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C’è chi, dall’Italia, ipotizza un’“italiexit” quando la crisi sarà finita, a memoria della Brexit. Il ricorso al MES per trovare i soldi necessari a salvare l’Italia e altri Paesi sembra scontato. Ma ad accendere la crisi sono le condizioni che tale ricorso richiederebbe. Infatti, una volta arrivati i prestiti dal MES, il problema è capire in che modo potremo ripagare i debiti. Un piano di riforme che comprende aumento tasse, IVA, privatizzazioni e diminuzione di bonus e agevolazioni. Il ricorso al MES, come una partita a scacchi, apre le porte alla Banca Centrale Europea affinché proceda con un massiccio acquisto di titoli di Stato dei Paesi membri attraverso le OMT. L’arrivo del MES in Italia significa 39 miliardi di euro circa per poter sostenere la nostra economia, la cui liquidità andrà in sostegno del sistema sanitario e di quelle aree maggiormente fatte a pezzi dall’epidemia. Il debito dovrà essere estinto entro massimo 10 anni. Le condizioni di accesso saranno uguali per tutti o, possibilmente, addirittura annullate. Ma questi soldi, prima o poi, andranno restituiti. E infatti il problema è il poi.

Conseguenze

E il problema è proprio questo, il dopo. Come spiega l’Istituto per gli studi di politica internazionali, il MES può imporre un programma ai fini di raggiungere tale scopo, contenente riforme, possibili privatizzazioni, aumenti delle tasse e molto altro. Praticamente, un via libera all’Europa che può decidere tempi e mezzi per riavere indietro i suoi soldi. Guardando al piano di salvataggio della Grecia avviato nel 2015 , i creditori erano BCE, FMI e Commissione UE. Quindi non il MES in sé, ma qualcosa di simile. Le condizioni furono le seguenti: aumento delle tasse sulle società di spedizione; tutta l’IVA al 23%, anche su servizi come ristorazione e catering; eliminazione della pensione di solidarietà; taglio di 300 milioni di euro della spesa militare; privatizzazione dei porti e vendita della partecipazione della società di telecomunicazione OTE.

Misure che l’Italia non vuole. Ma certamente una via per pagare i debiti deve essere trovata. La domanda è, allora: c’è altra via? C’è altra soluzione? Più che essere schiavi, dicono quanti vogliono l’Italia fuori dall’UE, meglio essere soli. Ma c’è anche da considerare un altro lato, amaro, della medaglia: bisogna anche capire dove, e come, l’Italia potrebbe camminare con le sue gambe, viste le conseguenze disastrose che ci sono piombate addosso a seguito della diffusione dell’epidemia.

L’Italia come la Grecia

Guardando alla Grecia, il timore è di rivivere l’incubo greco. Uno dei primi colpi fu dato alla pubblica amministrazione, per ridurne drasticamente il costo per il bilancio statale. Circa 30mila lavoratori subirono un taglio dello stipendio del 40% per 12 mesi. Nel corso di un anno, questi lavoratori avrebbero dovuto trovare un lavoro diverso nel pubblico impiego, pena la disoccupazione. Stesso destino che toccò a 120 mila dipendenti pubblici greci entro il 2015. La seconda misura fu un taglio secco del 20% su tutte le pensioni superiori a 1.200 euro lordi al mese, il primo di dieci tagli in cinque anni, accompagnato dall’abolizione della tredicesima per tutti gli assegni erogati dallo Stato, stipendi e pensioni.

Venne inoltre introdotta una patrimoniale annua su tutte le case, compresa la prima, pari a 10 euro al metro quadro. Provvedimento che ha costretto molte famiglie greche, rimaste senza stipendio, a vendere la casa per quattro soldi, a causa del crollo inevitabile del mercato immobiliare. Infine, ci fu la privatizzazione di tutti i servizi pubblici essenziali, comprese le infrastrutture strategiche a pagamento, come porti, aeroporti, ferrovie e autostrade. Tutto questo, in cambio di 250 miliardi.