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Terza ondata in corso, ci vogliono interventi tempestivi o nuovo lockdown

Terza ondata in corso, ci vogliono interventi tempestivi o nuovo lockdown. Ecco che cosa sta accadendo e i possibili scenari

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Secondo quanto riporta un’analisi del Sole 24 Ore, la terza ondata sarebbe già iniziata. O meglio, in realtà, da un punto di vista tecnico, si potrebbe dire che ci si trovi di fronte a una seconda recrudescenza della prima ondata che non si è mai conclusa, dato che non si è riusciti a portare a zero il numero dei casi. E ora, dunque, la terza ondata è in atto. I casi reali, infatti, sono il doppio di quelli scovati, per via di un numero non consono di tamponi. Casi che tuttavia si evincono dai dati delle terapie intensive.

Gli allentamenti concessi prima di Natale avrebbero spalancato la porta al virus, e ora è importante stopparlo subito, sennò, con gli ospedali ai limiti delle soglie di allerta, non si potrà contrastare un aumento così forte. Sempre secondo il suddetto report, la continua riduzione dei tamponi eseguiti ha portato alla perdita di controllo di quanto realmente si sia diffuso il Covid. Dai dati di ben due grafici risulta infatti che nel corso dell’ultima settimana epidemiologica totale che va dal 2 all’8 gennaio 2021, in Italia si sono eseguiti 823.385 tamponi e testati 350.690 nuovi contagi: si evince dunque una riduzione rispettivamente del 45,2% e del 60,1% rispetto a due mesi fa con 1.503.520 tamponi totali e 880.173 nuovi contagi testati nella dal 7 al 13 novembre 2020. Tutto questo quando il ministero della Salute e il Commissario Arcuri dicevano di giungere a effettuare 300.000 test totali al giorno per monitorare il Covid.

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Ora, dal punto di vista epidemiologico questo calo di testing sarebbe ingiustificato, ma coinciderebbe invece chiaramente con l’inizio del dibattito sull’assegnazione delle singole Regioni e Province autonome alle fasce di rischio divise per colore e con le forti pressioni esercitate a livello locale per far sì che si ottengano fasce di rischio più basso. Cosa che si è verificata in effetti, perché il calo dei contagiati dovuto alla riduzione dei test aveva  portato agli allentamenti. Ergo sono tornate in zona gialla il 6 dicembre  Emilia-Romagna, Friuli, Marche, Puglia e Umbria, e il 13 dicembre di Lombardia, Piemonte, Calabria e Basilicata. Questo ha portato a un Paese quasi interamente giallo, di cui però ora si stanno pagando le conseguenze.

La decisione su quanti tamponi effettuare, dipende da Regioni e Province autonome, che così monitorano i dati su cui poi si basano alcuni dei principali parametri che portano alla categorizzazione delle fasce di rischio. A nulla sarebbero dunque serviti i richiami che l’Iss ha fatto per settimane nel proprio Bollettino di sorveglianza Covid-19, evidenziando “l’importanza dell’uso appropriato degli strumenti diagnostici e di screening, nel contesto di una valutazione corretta del rischio epidemiologico”. Quel che sarebbe interessante quindi comprendere è il perché del suddetto crollo dei tamponi eseguiti  proprio in un momento in cui era invece possibile eseguire un numero di test quasi oltre i 200.000 giornalieri.

Qual è la diffusione reale del Covid sul territorio?

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Secondo il Sole 24Ore, in questa seconda parte dell’epidemia, il 5% dei positivi h necessitato di ricovero in ospedale. Di questi, un paziente su 200 positivi è ricoverato in terapia intensiva. Il numero delle persone ricoverate, rispetto a quelle positive, si sta riducendo, sia perché si propende per curare i pazienti a casa, sia per non intasare i nosocomi. Ora, usare come base di calcolo il numero delle persone ricoverate porterebbe a sottostimare quelli che sarebbero i reali dati di diffusione del Covid.

Se si fosse eseguito un numero maggiore di test non si sarebbero di certo rilevati tutti i contagiati, perché parte di questi, soprattutto gli asintomatici sfugge a ogni controllo. Si può però pensare che se si fosse mantenuto lo stesso livello di testing come a inizio novembre, magari avremmo scovato a livello nazionale un numero di positivi giornalieri che va dai 22 e i 25.000 e non di 15.000 o poco più come verificatosi nella realtà. Si tratta di numeri che coincidono con la stima di un 30-40% di casi rilevati in meno rispetto a quanto si sarebbe potuto fare se si fosse eseguito un numero congruo di tamponi.

Ora le prossime due o tre settimane si mostreranno essenziali per comprendere se stiamo contenendo il virus, o se dovremo affrontare una nuova fase di crescita (ci si augura non esponenziale) che porterebbe a un necessario, nuovo lockdown. Si potrebbe essere ancora in tempo per evitare il disastro, ma è importante adottare misure efficaci e immediate.