Quirinale, tra i nomi spunta l’ipotesi Amato: il punto della situazione

Mentre la Manovra approda in Parlamento, il clima si fa sempre più incandescente per la corsa per il Quirinale: tra incontri privati, presunte pizze (nell’incontro Di Maio-Giorgetti) e “patti delle lasagne” (tra Bettini e Conte), la consultazione tra le forze politiche sembra muoversi in maniera silente ma tangibile. E sul tavolo spunterebbe un altro nome, quello di Amato. Quali sono le ipotesi sul tavolo e quanto sono credibili?

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“Ora bisogna pensare alla Manovra”, ripetono diversi esponenti delle forze politiche stuzzicati sul tema caldo che sembra movimentare i retroscena politici: stiamo parlando dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica destinato a diventare il nuovo inquilino del Quirinale. I vertici dei partiti sembrano già entrati in quell’operosità silente che, come di norma, precede l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Un’operosità di certo godereccia: dopo la pizza privata tra Di Maio e Giorgetti, qualche giorno fa è stata la volta della festa di compleanno di Bettini, alla quale ha presenziato anche Conte e durante la quale – dicono i retroscena – sarebbe stato toccato anche l’argomento Colle. E anche se Bettini allontana ogni illazione di questo tipo, magari dicendo il vero, una cosa sembra certa: le truppe parlamentari sono già in movimento, e si spaccano tra chi vorrebbe spedire Draghi al Quirinale e chi, invece, vorrebbe tenerlo a Palazzo Chigi. Per far sì che Draghi resti premier, però, è necessario trovare soluzioni autorevoli e credibili in grado di metter d’accordo la maggioranza. In questo scenario il nome di Mattarella potrebbe piacere un po’ a tutti, ma l’attuale presidente della Repubblica ha già fatto sapere di non esser pronto a fare il bis.

Inizia il toto-nome per il Quirinale

Ecco allora che ci si sbizzarrisce sul toto-nome, dal quale il Pd cerca di tirarsi fuori: “Noi siamo gli unici che non stanno partecipando a questo assurdo gioco del Quirinale. Mi sembrano dei criceti nella ruota: ogni giorno un nome nuovo e tutti dietro a discutere. Di Quirinale si parlerà a gennaio, oggi si parla della manovra, delle scelte che riguardano il futuro degli italiani“, avrebbe ribadito Enrico Letta. Dal centrodestra, mentre Giorgetti ripropone l’ipotesi Draghi al Quirinale con poteri particolari (in quel modo un po’ speciale, un po’ incostituzionale), Antonio Tajani spinge per la candidatura di Silvio Berlusconi: “Lo considero un grande capitano d’industria, un grande uomo di sport e un politico che, anche sul palcoscenico internazionale, ha dimostrato di avere capacità e seguito come ha dimostrato ad esempio l’incontro tra Bush e Putin. Ha tutte le carte in regola“. Intanto la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, nella registrazione di ‘Controcorrente’ in onda ieri sera su Rete 4, non fa nomi precisi ma disegna le auspicate conseguenze dell’ipotesi al Colle: “Se Draghi va al Quirinale il governo resta in carica? Mi sembra folle. I cittadini italiani possono dire la loro o no? Ci interessa cosa hanno da dire o non ci frega più niente? Se è così, signori, allora abbiamo un problema. Questa non si chiama democrazia“. Eppure, al di là delle fantasticherie, al di là dei media che darebbero Draghi al Quirinale come evoluzione fisiologica del suo percorso, resta improbabile l’ipotesi che comporterebbe – di fatto – un riposizionamento in altri ruoli dell’ex banchiere. Su di lui sono rivolti gli occhi dell’Ue e, con essi, la fiducia che l’Unione europea sta dando all’Italia.

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I nomi sul tavolo per il Quirinale: l’ipotesi Amato

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Per questo sul tavolo si iniziano a fare altri nomi. Tra questi, Marta Cartabia, attuale ministra della Giustizia e principale firmataria della riforma del sistema giudiziario penale. Quella stessa misura che tanto aveva dato da discutere tra le fila del M5s, stuzzicato da un plausibile smantellamento della riforma Bonafede. Per questo appare difficile che Cartabia riesca a strappare il sostegno dei grillini e, con essi, del Pd intento a consolidare l’asse. Occorre pensare a qualcun altro. Tra le ipotesi, ora, appare anche il nome di Giuliano Amato (83 anni), candidato molto accreditato circa sette anni fa, ma che ora potrebbe esser scartato a causa dell’età. Anche se non è scontato: ci sarebbe anche chi, tra i parlamentari, consiglierebbe l’elezione di Amato per soli due anni, al termine dei quali si dovrebbe tornare a eleggere un nuovo presidente della Repubblica con gli equilibri mutati dalle nuove elezioni politiche. Una pratica – inutile dirlo – non prevista dalla Costituzione e il cui senso resta ancora opaco: il presidente della Repubblica è, di norma, una carica che non può sottostare ai ritmi delle elezioni politiche, e che non deve farlo. Sulla questione si sarebbe espresso anche l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che di momenti di tensione in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica se ne intende.

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Un’elezione “a progetto”?

Prodi avrebbe ribadito ai microfoni de “Il caffè della domenica”, su Radio24: “Dovrà decidere Draghi se il suo contributo al Paese sia meglio nell’essere un anno in più nel potere diretto del presidente del Consiglio, o avere per 7 anni l’autorità che ha il presidente della Repubblica. Non è un’alternativa semplice, ma bella. Ma tocca così tanto la persona coinvolta, che non può che decidere Draghi. Poi naturalmente col voto segreto le sorprese sono tante, io sono il massimo esperto in materia“. A proposito dei nomi di Giuliano Amato e Gianni Letta (altro candidato), Prodi avrebbe commentato: “Un presidente della Repubblica viene eletto per 7 anni. Poi se lui pensa di andar via dopo un anno oppure accetta con questo pensiero recondito, non è certo anticostituzionale, ma il voto elegge il presidente della Repubblica per 7 anni. Poi può durare anche un giorno se uno si dimette il giorno dopo, questo non ha nulla a che fare con la necessità del rispetto della Costituzione, che dice sette anni e amen“. Come a dire: per volontà del presidente il mandato può durare anche meno di sette anni. E se lo si decide prima di comune accordo, non c’è nessuna incostituzionalità di fatto. E così, ancora una volta, si cerca di cogliere il senso delle norme costituzionali in un altro momento, un po’ più in là.