Sulla guerra in Ucraina il governo Draghi rischia di cadere

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La linea interventista del premier non trova tutti d’accordo all’interno della maggioranza. 

Era un intervento molto atteso quello di Zelensky davanti al Parlamento italiano. C’era anche un po di apprensione per quanto avrebbe detto il premier ucraino. 

Zelensky infatti arrivava in Italia portandosi dietro alcune polemiche sul discorso fatto in Israele, dove aveva paragonato quanto sta accadendo nella sua nazione alla Shoah, scatenando una forte indignazione da parte della comunità ebraica. E probabilmente è proprio a causa di queste polemiche che il suo intervento a Montecitorio è stato molto più moderato del solito nei toni

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Ha fatto invece molto più rumore l’assenza di oltre trecento parlamentari

Con il conflitto in Ucraina che ha monopolizzato il dibattito pubblico in Europa, risulta evidente come questo sia anche frutto di un preciso segnale che una parte della politica italiana intende mandare a Draghi e all’Unione Europea. La linea filo-intervista a cui si è accodata anche la maggioranza di governo, non è certo condivisa da tutti. Italexit ad esempio continua a criticarla fortemente, auspicando un dialogo con Putin.

Certo, alcuni erano assenti per motivi strettamente istituzionali, come il senatore leghista Pillon in trasferta all’estero. Alcune fonti politiche hanno dichiarato al quotidiano Affari Italiani, che le assenze politiche per il discorso di Zelensky erano circa cento. Tra questi il pentastellato Petrocelli, che ha dichiarato apertamente che a seguito della deriva interventista intrapresa da Draghi, il Movimento è moralmente costretto adesso a lasciare la maggioranza. D’altronde l’impegno di Draghi a sostenere attivamente l’Ucraina è roma chiaro. Nel suo discorso di ieri, gli attacchi rivolti a Putin dal premier italiano sembrano ricalcare in tutto e per tutto la linea di Washington. Quanto questo faccia realmente gli interessi dell’Italia, considerato che proprio in questi giorni Cingolani ha ammesso la nostra profonda dipendenza dal gas russo, non ci è dato saperlo. 

Non è scontato che il Parlamento approvi un nuovo invio di armi all’Ucraina

È probabile poi che la tensione nei prossimi giorni si alzerà. C’è un nuovo invio di armi da completare per l’Ucraina, e si dovrà votare in parlamento. Draghi , riferiscono alcuni, non sembra tranquillo, in particolar modo per i voti che arriveranno da 5 Stelle e Lega, che a differenza del Pd, non hanno sposato in pieno la linea del premier sul conflitto. L’ex governatore della Bce spera forse in tal senso che nessuno si senta di mettere in crisi il governo. Anche perché votare no, significherebbe aprire nei fatti a una crisi internazionale. Come ha fatto notare il comandante Graziano in una recente intervista concessa al quotidiano Formiche.net, mai l’Europa si era trovata così unita. Il conflitto in Ucraina sembra infatti aver portato le nazioni a remare nella stessa direzione come forse mai accaduto prima. In ogni caso, se questo decreto non passa, la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi non è così scontata. Il premier in ogni caso resta fermo nelle sue idee, come ben mostra il suo discorso nella giornata di ieri alla Camera: “La nostra volontà di pace si scontra con quella di Putin che non mostra interesse ad arrivare a una tregua che permetta ai negoziati di procedere con successo”.

Nella giornata di domani si terrà un nuovo consiglio europeo, e naturalmente il dossier ucraino sembra l’unico argomento possibile per i leader del vecchio continente. Anche perché sarà presente il Presidente Usa Joe Biden. L’esito di questo vertice, ripercorrendo le parole di Draghi, sembra quasi scontato: “La comunità euroatlantica intende ribadire unità e determinazione nel sostegno all’Ucraina e in un impegno comune per la pace, la sicurezza e la democrazia. L’Italia davanti agli orrori della guerra lavora con determinazione per la cessazione delle ostilità”. 

Per l’Unione Europea il dialogo con la Cina diventa adesso fondamentale

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Meno scontato nel consiglio di domani sarà discutere della Cina. Il governo di Pechino non ha appoggiato apertamente la Russia nella sua invasione, ma al contempo, ha teso la mano a Putin su alcuni accordi commerciali che per Mosca in questo momento sono vitali. Per l’Unione Europea in questo contesto, il dialogo con la Cina diventa fondamentale per fare in modo che Mosca abbia meno supporto possibile. Bisognerà poi che oltre all’invio di armi, l’Ue si interroghi su come affrontare in modo efficace la crisi umanitaria in corso in Ucraina. Al momento sono oltre tre milioni e mezzo le persone su suolo ucraina che stanno cercando rifugio altrove. La speranza è che stavolta l’Unione Europea trova una quadra convincente per accogliere queste persone nelle varie nazioni, evitando il ripetersi di situazione già vissute con la migrazione di questi anni. 

Ma sul tavolo europeo, c’è anche il tema dei rincari energetici da affrontare. Draghi in queste settimane non ha nascosto il momento di difficoltà, spiegando in una delle sue ultime conferenze stampa che se il conflitto in Ucraina non si risolve nel breve termine, anche il nostro paese sarà costretto a pensare a un possibile razionamento delle risorse. In ogni caso, per il premier, la prima cosa da fare è avere in Ue “un approccio condiviso sugli stoccaggi per rafforzare il potere contrattuale verso i fornitori, la creazione di un tetto Ue al prezzo del gas è al centro di un confronto con la presidente della Commissione. Vogliamo spezzare il legame tra prezzo del gas e ed elettricità, che è in parte prodotta da fonti alternative, il cui prezzo non ha nulla a che vedere con quello del gas”. Questa guerra in fondo non è iniziata nel 2022, ma l’estate scorsa, quando Mosca ha iniziato lentamente a diminuire le forniture verso il nostro paese. E non è ci è nemmeno dato sapere se davvero questi rincari energetici iniziato lo scorso anno siano il risultato dell’attuale instabilità geopolitica, o invece di una mera speculazione finanziaria iniziata per cause che non riusciamo a decifrare. 

Il conflitto in Ucraina ha dato inizio a nuova sfida tecnologica tra le superpotenze?

Di sicuro, lo scontro con Putin ha nuovamente riaperto la sfida tecnologica tra le superpotenze, e in tal senso va inteso il Chips Act approvato di recente dalla Commissione Europea. Draghi si è pronunciato anche su questo: “il ‘Chips Act‘ della Commissione europea costituisce un importante passo in avanti per raggiungere questi obiettivi. Intendiamo aumentare gli investimenti nella ricerca, e sviluppare e rafforzare una capacità produttiva verticalmente integrata, che assicuri un’effettiva autonomia nella produzione e packaging dei microchip“.