Latitante per trent’anni: chi ha nascosto le tracce di Messina Denaro?

Come per gli altri super-boss, Matteo Messina Denaro è stato irrintracciabile per decenni nonostante girasse liberamente per Palermo e si sottoponesse alle migliori cure. Chi lo ha nascosto per tutto questo tempo? 

Andrea Bonafede, con questo falso nome si nascondeva in una clinica a Palermo nell’ultima fase della sua latitanza l’ultimo grande padrino Matteo Messina Denaro, tra i maggiori responsabili della terribile fase dello stragismo mafioso che ha insanguinato il Paese negli anni ’90.

Quasi 30 anni di latitanza, un periodo lunghissimo come altri due celebri boss, Totò Rina e Bernardo Provenzano, per la cui cattura si è devuto attendere 23 anni il primo e addirittura 43 il secondo. Tutti e tre si nascondevano quasi alla luce del sole, ovvero nel centro di Palermo o poco distanti da esso, fatto che getta pesanti responsabilità sia sulla volontà di catturarli sia sulla fittissima rete di collaboratori e fiancheggiatori che hanno permesso loro di evitare la cattura da parte delle forze dell’ordine.

UN UOMO MALATO

Ma se Riina e Provenzano (pare) siano stati “traditi” dai loro stessi uomini e consegnati nelle mani dello Stato, per arrivare a Messina Denaro magistrati e carabinieri dei Ros si sono affidati ai più tradizionali metodi di intercettazioni telefoniche e ambientali, di confronto delle banche dati, di appostamenti e verifica delle identità fino a capire che dietro Bonafede, uomo malato che aveva subito già due operazioni per un tumore al fegato e per morbo di Crohn, si nascondeva un importantissimo capo-mafia che il 16 gennaio era atteso alla clinica Maddalena per sottoporsi alla chemioterapia. E questo boss altri non era che lui, U siccu come si faceva chiamare il principale ricercato dallo Stato.

Vecchio e malato, come detto, Messina Denaro aveva bisogno di continue cure e attenzioni. Dirigere le fila di Cosa Nostra in queste condizioni doveva essere ancora più complicato, e allora i dubbi sulla sua cattura si fanno più insistenti. Possibile che sia stato anche lui tradito dai suoi stessi uomini, come per Riina, o che si sia consegnato di propria volontà, come si vocifera sia avvenuto per Provenzano, schiacciato alla pressione delle latitanza e incapace ormai di proseguire?

LE DICHIARAZIONI DI BAIARDO

A coloro che sposano questa teoria ritorna in mente una intervista dello scorso novembre da Salvatore Baiardo, già collaboratore dei fratelli Graviano e pentito di mafia che ha fatto importanti dichiarazioni ai magistrati nel corso degli anni, rilasciata durante una trasmissione condotta su La7 da Massimo Giletti. Baiardo nel suo discorso parla di un “regalino al nuovo Governo” così da potersi fregiare di un importante arresto, ma in cambio di qualcosa. “Magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?” afferma il pentito secondo il quale “la trattativa Stato-Mafia non è mai finita. Tutto è possibile come quando è stato arrestato Toto Riina. Qualcuno potrebbe far sembrare tutto casuale? Magari tutto è già programmato da tempo“.

ANCORA UNA TRATTATIVA?

Ma quale sarebbe la merce di scambio dell’arresto Messina Denaro, almeno stando a quanto afferma Baiardo? Quella per i mafiosi più giovani di salvarsi dalla “morte in carcere” ovvero dal regime di detenzione duro imposto dall’ergastolo ostativo. “L’unica speranza dei Graviano è che venga abrogato l’ergastolo ostativo“, una sorta di scambio tra la mafia e lo Stato per ottenere uno sconto sulla pena imposta per i reati più gravi. L’importanza delle dichiarazioni di Baiardo è ribadita anche da Antonio Nicolosi, segretario generale di Unarma, sindacato dell’Arma dei carabinieri, il quale sottolinea come sia stata “’premonitrice’ la dichiarazione di Salvatore Baiardo, a suo tempo persona di fiducia dei boss Graviano, che a novembre 2022 svelò su La7 al programma ‘Fantasmi di Mafia’, le condizioni di salute precarie di Matteo Messina Denaro, palesando la possibilità di un suo arresto“.

Che queste siano supposizioni complottiste o false piste non ci è dato sapere, di certo fa impressione come la rete mafiosa sia in grado di ostacolare la giustizia ed evitare per decenni l’arresto di uomini pericolosi e ricercatissimi, probabilmente anche con la collaborazione di semplici cittadini o di uomini infiltrati tra le forze dell’ordine, tanto che i boss possono vivere e muoversi liberamente nel centro di Palermo e della Sicilia. E’ tempo di chiedersi chi siano questi soggetti e porre fine alla loro capacità di celare le tracce dei capi-mafia.