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Crisi di governo, i “responsabili” non si trovano. Ipotesi voto più concreta

In assenza di responsabili, l’ipotesi del voto prende piede a Palazzo Chigi. Inoltre, Giuseppe Conte potrebbe dimettersi.

Alla ricerca dei responsabili. Responsabili, quelli che dovrebbero far convergere sulla maggioranza i loro voti e non far cadere il governo. Responsabili, quelli che non si trovano. Già. Perché sono passati pochissimi giorni dalla fiducia incassata dal governo Conte al Senato, fiducia che apriva alla possibilità di allargare una maggioranza, pur fragile, ma con dei “responsabili”. Ma, se questi non si trovano, è la strada del voto a farsi più concreta nella certezza – che pare essere consolidata – che senza i voti dei senatori di Italia viva l’esecutivo non regge. L’aveva detto, Matteo Renzi, e forse ci aveva visto giusto. Così, tutti ora guardano alle dimissioni di Giuseppe Conte: Forza Italia, attraverso una nota di Silvio Berlusconi, spinge per un governo di unità nazionale. Anche Azione di Carlo Calenda e +Europa, con le dimissioni di Conte, sarebbero disposti a dare stabilità ad un nuovo esecutivo.

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E intanto, Pd e Movimento Cinque Stelle ribadiscono la volontà di chiudere definitivamente le porte a Italia Viva, ormai ritenuta poco affidabile dopo il ritiro dall’esecutivo delle ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti. “Sta succedendo quello che temevamo, oggi sento il voto molto più vicino”, ha detto il vice dem Andrea Orlando, a Piazzapulita in onda su La7. “Non c’è nessuna ipotesi di unità nazionale, non vogliamo mischiare i nostri voti con quelli di Salvini e Meloni”, ha poi aggiunto, chiudendo ancora una volta alla destra. A parlare di elezioni sarebbe stato, secondo l’Agenzia Dire, anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

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Dimissioni vicine?

“In queste ore siamo al lavoro per un consolidamento della maggioranza, un processo complicato e ambizioso allo stesso tempo, perché il Paese ha bisogno di ricominciare a correre: le imprese devono lavorare, le famiglie hanno il diritto di poter pianificare il loro futuro”, ha poi scritto Di Maio in un post su Facebook ribadendo sostegno al Presidente Giuseppe Conte. Spinge per le dimissioni del Presidente del Consiglio anche Bruno Tabacci che ha riferito, senza girarci intorno, di aver consigliato a Conte di dimettersi per formare un nuovo governo. Il tutto, prima di mercoledì quando, in Senato, si vota sulla relazione del ministro Alfonso Bonafede.

“Se la maggioranza non c’è deve prenderne atto prima di mercoledì”, ha aggiunto Tabacci. “Conte deve dimettersi e cercare di costruire un altro governo. È un passaggio pericoloso perché alla questione politica se ne unisce una di merito, su un tema divisivo come la giustizia”. Secondo fonti governative, Giuseppe Conte dovrebbe salire al Colle per comunicazioni al presidente della Repubblica questo pomeriggio, o martedì mattina al massimo. Sembra che l’unica strada per il premier sia rimasta quella del Conte ter, percorribile solo dopo le dimissioni e l’accettazione di un nuovo mandato. Sullo sfondo, resta l’ipotesi di un ritorno al voto, strada resa complicata vista l’emergenza Coronavirus. Ma, stando ai sondaggi, un partito personale del premier andrebbe oltre il 15%. Ed anche il già citato Bruno Tabacci, alla fine, si arrende. Se la maggioranza non si rafforza, dice, “il passaggio elettorale sarà inevitabile”.

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La Raggi caccia due assessori: è il rimpasto pre-elettorale

A pochi mesi dalle elezioni saltano l’assessore alla cultura, nonché vicesindaco, Luca Bergamo, ed il responsabile del commercio Carlo Cafarotti.

Che senso ha un rimpasto a pochi mesi dalla fine del mandato e dunque alle elezioni? Nessuno, se non in relazione proprio alla campagna elettorale. E non sembra, onestamente, che possa esserci molto altro dietro alla decisione della sindaca di Roma Virginia Raggi che, neanche troppo a sorpresa, ha fatto fuori due elementi importanti e “pesanti” della sua giunta. Si tratta del vice sindaco e assessore alla Cultura Luca Bergamo e l’assessore al Commercio Carlo Cafarotti. Entrambi avevano, più o meno recentemente, espresso pareri difformi rispetto alla linea della sindaca: Bergamo, in particolare, si era espresso negativamente rispetto alle modalità che avevano portato alla ricandidatura della stessa Raggi alla carica di sindaco di Roma. Anche Cafarotti aveva, in modo più morbido, manifestato quantomeno poco entusiasmo rispetto alla ricandidatura. Oltre a questo, l’ormai ex assessore al commercio sembra avesse una visione operativa sempre più in disaccordo con quella della sindaca. “Ci sono diversità di visioni politiche per il futuro di Roma. Ne abbiamo discusso di recente senza riuscire a trovare una sintesi” ha comunicato ufficialmente la sindaca, con tanto di comunicato di “commiato”: “La sindaca di Roma Virginia Raggi ha deciso di riprendere nelle proprie mani le deleghe alla Crescita Culturale e allo Sviluppo Economico, Turismo e Lavoro”.

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Diverso l’approccio nei confronti dei due assessori scaricati: “Ringrazio Luca Bergamo per il lavoro che ha svolto come Vicesindaco e assessore alla Crescita culturale del Comune di Roma. Mi preme sottolineare che la mia decisione non è legata ad alcuna incomprensione né a dissapori nei suoi confronti: la fiducia e la stima nei confronti di Luca restano alte, soprattutto alla luce del complesso e ottimo lavoro che ha portato avanti in questi anni. Voglio ringraziare Luca per il suo impegno al servizio della città grazie a cui sono state realizzate delle vere rivoluzioni nel modo di fare cultura a Roma, che hanno influenzato il dibattito italiano e internazionale, con il solo obiettivo di garantire la massima accessibilità e partecipazione dei cittadini alla vita culturale della propria città. Penso alla Mic Card che apre quasi gratuitamente ai romani tutta la rete dei musei civici di Roma. Penso alla Festa di Roma, un capodanno unico e apprezzato a livello nazionale e internazionale per la qualità delle performance e della creatività o alla prossima riapertura del Mausoleo di Augusto. E questi sono solo tre esempi tra i tanti. Tuttavia, ci sono diversità di visioni politiche per il futuro di Roma. Ne abbiamo discusso di recente senza riuscire a trovare una sintesi”.

Virginia Raggi e Luca Bergamo

Meno empatia e dettagli per l’ex assessore al Commercio: “Allo stesso modo, ringrazio Carlo Cafarotti per il contributo all’azione amministrativa realizzato nel corso di questi anni. Abbiamo portato avanti insieme progetti importanti per la città come il rilancio del settore turistico attraverso il Convention Bureau e FutouRoma o la riorganizzazione dei mercati rionali”. Un commiato più rapido, forse, che però cambia di poco la sostanza: due pezzi grossi – almeno per i ruoli ricoperti all’interno della Giunta Capitolina – saltano a pochi mesi dalle elezioni. Secondo alcune indiscrezioni ad entrambi, ed in particolare a Luca Bergamo, era stato richiesto di dimettersi. Invito – qualora ci sia realmente stato – rispedito al mittente: che la sindaca si assuma le sue responsabilità, il messaggio. E la Raggi se l’è prese, decidendo per il rimpasto.

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Evidenti le motivazioni della scelta: via i “non allineati”, dentro personaggi più vicini ed organici alla sindaca, in modo da creare le condizioni migliori per andare all’assalto della rielezione. Il tutto, all’interno di un periodo pre-elettorale stranissimo: al momento, a parte Carlo Calenda e la stessa Virgina Raggi, di fatto non ci sono ancora candidati “pesanti” ed ufficiali per Roma. Nè il Pd nè il centrodestra hanno deciso cosa fare, la situazione appare molto liquida e le variabili sono molte. A partire da quello che potrebbe avvenire al governo Conte, dove PD e Movimento 5 Stelle sono affiancati – non senza difficoltà – in maggioranza. C’è poi la difficoltà oggettiva ad immaginare un progetto politico per Roma, dove un pò tutti hanno avuto enormi problemi: il centro-destra ancora convive con l’eredità della giunta Alemanno, la cui esperienza è stata pesantemente oscurata dalle vicende di Mafia Capitale; mentre il PD non si è ripreso dalla cacciata di Ignazio Marino, sindaco sostenuto e poi scaricato con l’immagine totalmente antipolitica dei consiglieri comunali in fila di fronte al notaio per controfirmare le dimissioni e mandare a casa il loro sindaco. Un “peccato originale” da cui il PD romano ancora non si è ripreso, come hanno certificato tutte le tornate elettorali successive a quell’infausta decisione: la decisione della Cassazione, che circa un anno fa scagionò definitivamente Marino per la vicenda degli scontrini, ha sottolineato in modo ancora più netto l’errore politico che i Dem romani fecero allora, sulla spinta di Matteo Renzi allora segretario del partito ed oggi, di fatto, avversario politico. 
 
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Il punto della situazione: cala l’Rt ma calano anche i contratti di lavoro

Mentre in Italia il governo è impegnato in una profonda crisi politica, arrivano altri dati sull’emergenza coronavirus. L’indice Rt sembra in calo, ma questo non vuol dire uno scampato pericolo. Dall’altro lato, la crisi economica incalza: in un anno si registrano circa 662mila posti di lavoro in meno.

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MeteoWeek.com (da Getty Images)

In attesa di comprendere come la maggioranza riuscirà a risolvere l’impasse generata dal ritiro delle ministre di Italia viva e dalla votazione di fiducia risolta a maggioranza relativa in Senato, le due emergenze italiane proseguono. In ballo in questo gioco di maggioranza non ci sono solo i soldi del Recovery plan – attualmente al vaglio della Commissione Ue -, ma anche l’evoluzione di una crisi pervasiva, che è lontana dall’esser risolta e che intacca economia, politica, sanità e società. Per questo è il caso di fare un punto della situazione sulle due principali emergenze italiane. L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 sottolinea un miglioramento dell’Rt, che però non si traduce in uno scampato pericolo. Dall’altro lato, l’emergenza economica mostra i suoi segni, e rischia di mostrarne sempre più.

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Rt in calo ma…

Una buona notizia arriva dal monitoraggio settimanale dell’Istituto superiore di Sanità, secondo cui l’Rt nazionale sarebbe ormai sotto l’1. Nello specifico l’indice di contagiosità è ora fissato a 0,97 a livello nazionale, mentre la scorsa settimana era fissato a 1,09. Il dato è particolarmente importante perché registra un’inversione di tendenza: l’Rt era cresciuto costantemente nelle ultime 5 settimane, mentre torna a scendere per il periodo di riferimento dell’ultimo report (30 dicembre-12 gennaio). L’indice è – secondo gli esperti – solitamente il primo dato a registrare un’inversione di tendenza. E di solito annuncia un cambio di rotta anche degli altri dati, che diventano manifesti nelle settimane successive (come ricoveri e decessi).

Tuttavia, resta la preoccupazione sulla pressione degli ospedali: “Sono 12 le Regioni e Province autonome che hanno un tasso di occupazione in terapia intensiva o in aree mediche sopra la soglia critica (stesso numero della settimana precedente). Il tasso di occupazione in terapia intensiva a livello nazionale è sceso sotto la soglia critica (30%)”, dice il report. E resta la preoccupazione sulla capacità di controllo dell’epidemia, soprattutto per quanto riguarda la tracciabilità. Lo ricorda il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Gianni Rezza nella conferenza stampa sull’analisi dei dati del monitoraggio regionale della Cabina di regia. L’esperto afferma: “Se la trasmissione scende vuol dire che scendono i casi di malattia, questo vuol dire che le misure prese hanno avuto effetto. Le cose vanno meglio perché andranno a diminuire in futuro”. Tuttavia: “Questa settimana alcune regioni hanno rischio basso, altre moderato ma ci sono ancora regioni a rischio elevato; quindi la valutazione complessiva ci dice che dobbiamo porre attenzione alla situazione. Quindi il messaggio è che c’è una lieve diminuzione dell’incidenza nel paese ma che è lontana dal consentire di riprendere a tracciare i casi, quindi l’epidemia è fuori controllo. Insomma, meglio ma la situazione è ancora fuori controllo.

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I numeri della crisi economica

Dall’altro lato c’è la crisi economica. E se con l’emergenza coronavirus va un po’ meglio, la crisi economica non sembra destinata ad acquietarsi. La soglia che fa paura, e che il governo rinvia di volta in volta, è quella della sospensione del blocco dei licenziamenti. Secondo l’osservatorio Inps, la differenza tra i contratti dell’ottobre 2020 rispetto ai contratti del settore privato esistenti a ottobre 2019 è meno 662mila. Il crollo avviene nuovamente dopo la lieve ripresa dell’estate. Crollano soprattutto i contratti a tempo determinato, che sono stati lasciati scadere senza rinnovo.

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Preoccupano poi i dati della cassa integrazione: tra ore di cassa integrazione e fondi di solidarietà, l’Inps ha autorizzato circa 4,3 miliardi di ore. Un numero di quattro volte superiore rispetto alle ore autorizzate negli anni peggiori della crisi. A crollare sono soprattutto i contratti a termine (-453.577) e gli altri contratti a tempo come quelli stagionali (-113.264). Tutto questo però è avvenuto a fronte di misure per tamponare l’emergenza economica: l’Inps segnala che sulla base delle disposizioni del governo, tra marzo e oggi l’Istituto ha erogato 33,5 miliardi di euro a supporto di attività economiche e famiglie. I beneficiari in totale sono stati 15 milioni. Eppure, sembra che ancora molto debba esser fatto. Il terrore resta sempre lo stesso: lo sblocco dei licenziamenti, che prima o poi dovrà avvenire, si spera in maniera graduale, il più possibile indolore, e con gli aiuti adeguati.

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Crisi di governo e ipotesi Conte ter: prima dimissioni e poi reincarico

A parlare apertamente dell’ipotesi Conte ter è Bruno Tabacci, il presidente di Centro democratico, che afferma chiaramente: “La possibilità di rafforzare la maggioranza c’è ma serve un governo nuovo, non basta un piccolo rimpasto“. Cosa ne pensano Pd e M5s?

giuseppe conte - meteoweek.com
MeteoWeek.com (da Getty Images)

Io penso che Conte sia l’unico punto di equilibrio di questa legislatura“, dice Bruno Tabacci, il presidente di Centro democratico commentando l’attuale crisi politica. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sembra dunque l’unico ago della bilancia capace di tenere salde le maggioranze, e soprattutto capace di evitare uno sgretolamento del M5s. Lo ripete il Movimento (anche se indirettamente), lo ripetono alcuni esponenti Pd, e ora lo ripete anche Bruno Tabacci. Difficile capire cosa accadrebbe in caso di un rompete le righe da parte del Movimento. Per questo ora Bruno Tabacci ripete che “la possibilità di rafforzare la maggioranza c’è ma serve un governo nuovo, non basta un piccolo rimpasto”.

Insomma, secondo Tabacci i numeri ci sarebbero, servirebbe piuttosto una nuova squadra di governo in grado di dare un volto a questa modifica della maggioranza. Un percorso rischioso, il Conte ter, che il premier ha voluto evitare fino ad ora: l’iter prevede le dimissioni, un reincarico da parte del Quirinale e un nuovo voto di fiducia da chiedere alle Camere. Tabacci spiega di aver “incontrato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Per concludere la crisi è necessario aprire a un ventaglio di forze più ampio. Renzi al Senato ha fatto un discorso di rottura ma credo che in Iv ci siano posizioni più concilianti. E poi c’è l’area dei liberal-democratici di FI“. Il senso è: se non proprio Renzi, almeno i renziani. Il punto è che bisogna fare in fretta, anche perché “mercoledì c’è una prova di fuoco e si vedrà quali sono le intenzioni reali. L’alternativa sono le elezioni. C’è tempo fino a mercoledì e il Conte-ter favorirebbe“.

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La paura per mercoledì

Cosa accade mercoledì 27 gennaio? L’esecutivo potrebbe rischiare di andare sotto a Palazzo Madama in occasione del voto alla risoluzione sulla giustizia del ministro Bonafede. Matteo Renzi avrebbe già annunciato che Italia viva voterà no, anche se è difficile capire quanto il gruppo parlamentare sia rimasto compatto. Inoltre, l’ex Fi Sandra Lonardo, tra le file dei responsabili, interpellata dall’Ansa ha fatto un passo indietro: “Prima di votare, leggerò la risoluzione sulla relazione sulla giustizia per valutare se c’è la volontà di arrivare subito a una proposta, che diventi legge, per accorciare davvero i tempi della giustizia. Perciò chiedo a Conte che sia lui a farsi garante su questo, e che lo faccia subito. In quel caso le mie perplessità potrebbero essere attenuate”. Il pericolo è allora che si vada sotto al Senato, mettendo a nudo l’inferiorità numerica dell’attuale maggioranza e incrinando ulteriormente la solidità di un governo già in bilico.

E il pallottoliere per mercoledì 27 gennaio appare sempre più indecifrabile: da un lato l’atteggiamento attendista di responsabili e altri parlamentari (soprattutto di Fi) che lascerebbero trasparire un’apertura ma senza certezze, dall’altro la presunta disponibilità di almeno quattro senatori di Italia viva che dicono di non voler passare all’opposizione. Proprio per questo Matteo Renzi sta lanciando sempre più segnali di apertura, che arrivano anche da un documento firmato da deputati e senatori del partito: a fronte della “difficile situazione sanitaria e dei drammatici dati economici“, auspicano che ci sia “una soluzione politica che abbia il respiro della legislatura e offra una visione dell’Italia per i prossimi anni”. Un patto di legislatura per ricucire. Il premier tace e il M5s ribadisce: con Matteo Renzi abbiamo chiuso, con i senatori di Iv ci possono essere gli estremi di un dialogo.

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Pd, M5s e l’ipotesi un Conte ter

Per districare la matassa, e farlo più o meno velocemente, il Conte ter potrebbe essere una soluzione, come già prospettato da Tabacci. Dopo il ritorno dell’ipotesi elezioni, ora torna l’ipotesi – che però divide dem e grillini – di chiedere a Conte di rassegnare le dimissioni, di dar vita a una nuova maggioranza (magari con qualche renziano) e di creare il terzo governo a guida Conte. Ovviamente con il lasciapassare di Mattarella. Persistono però resistenze, visto che si tratta di una strada estremamente scivolosa: Conte dovrebbe ottenere un reincarico dal presidente della Repubblica, e un nuovo voto di fiducia in Parlamento. Ma quei numeri ci sono? Accoreranno attirati dallo scenario di una squadra rinnovata, o queste aperture si riveleranno dei bluff nei quali la figura di Conte rischia di cadere? E poi, è possibile costituire un nuovo rapporto con Renzi? Vito Crimi, capo politico del M5s, parla chiaro: “Non ci sono margini per ricucire con Renzi, la porta è definitivamente chiusa“. Eppure recentemente Davide Crippa, capogruppo del M5s alla Camera, avrebbe fatto sapere che la strada non è chiusa per i parlamentari di Iv: “Non ci sono margini per ricucire con Renzi. Diverso è il discorso per i parlamentari di Italia Viva con cui abbiamo lavorato bene e con i quali si può discutere e può proseguire un discorso costruttivo“.

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A commentare è anche il fronte Pd. Una posizione emerge attraverso le parole del capogruppo a Montecitorio Graziano Delrio, che ribadisce l’esigenza di un allargamento politico e formale: “Il Pd ha sempre detto no a una crisi al buio, no a elezioni e dunque serve un allargamento vero perché con questi numeri è già complicato solo gestire l’ordinario”. Poi ancora un’apertura, una disponibilità al dialogo, probabilmente con Italia viva: “Serve un progetto strutturato. Le forze europeiste, liberali, popolari, alle quali si è rivolto legittimamente il presidente del Consiglio Conte devono organizzarsi in un gruppo parlamentare. Altrimenti non riusciremo a fare un patto di legislatura che abbia obiettivi precisi”. Eppure un’altra corrente interna al Pd frena, eliminando indirettamente ogni ipotesi di riallacciamento dei rapporti con Italia viva. C’è insomma della confusione, e ci sono posizioni contrapposte. Ma dalla somma di tutte queste posizioni emerge un dato: una parte di Pd e M5s starebbe suggerendo a Conte di rassegnare le dimissioni in vista di un Conte ter che magari recuperi un rapporto con i renziani. Sarà il fronte che vincerà? E soprattutto, sarà la mossa vincente?

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Roma, sindaca Raggi ritira deleghe al vicesindaco e all’assessore Carafotti

Terremoto nella giunta del Comune di Roma con la sindaca Raggi che  si riprende le deleghe e apre una nuova crisi

Non c’è pace in Campidoglio. La sindaca del comune di Roma Virginia Raggi, con una nota diffusa alle agenzie poco dopo le 22 di ieri sera, ha deciso di prendersi carico delle deleghe che appartenevano al vicesindaco Luca Bergamo e all’assessore Carlo Carafotti.

Roma, giunta decapitata

Virginia Raggi usa un linguaggio istituzionale, ringraziando per il lavoro gli assessori giubilati e parlando di clima di collaborazione di buon senso. Ma di fatto si tratta di un vero e proprio terremoto per la giunta comunale romana che va incontro a un nuovo periodo di tensioni e di chiarimenti.

Luca Bergamo

Il vicesindaco Bergamo aveva la delega alla cultura. Carafotti quella allo sviluppo economico, al turismo e al lavoro. “Nessun dissidio o scontro di tipo personale – scrive la Raggi nella sua nota – solo una diversità di visioni politiche per il futuro della capitale”.

Carlo Carafotti

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Nuovi ingressi

Ai ringraziamenti di rito – per il lavoro svolto in giunta e per i risultati ottenuti – Virginia Raggi non fa seguire alcuna informazione se e come Bergamo e Carafotti verranno in qualche modo sostituiti in giunta. Per il momento la sindaca terrà entrambe le deleghe per sé anche se si parla di nuove nomine anche per non indebolire troppo la giunta in vista di quello che sarà un periodo critico, che porterà verso le nuove elezioni amministrative.

I nomi più attuali sono quelli dell’assessore Antonio De Santis, che dovrebbe diventare il nuovo vicesindaco, e all’assessore al commercio Andrea Coia che dovrebbe prendere le deleghe di Carafotti.

Il mandato di Virginia Raggi è entrato nella sua ultima fase: la sindaca eletta dal Movimento 5 Stelle è in carica dal 22 giugno 2016, mancano cinque mesi esatti.

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Delega ai servizi segreti: come funziona la gestione dell’intelligence italiana

Lo scorso giovedì 21 gennaio il premier Conte ha cedut la delega ai servizi segreti, ma perché è stata motivo di tante discussioni?

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Delega ai servizi segreti: come funziona la gestione dell’intelligence italiana – www.meteoweek.com – Credit: Pixabay

Conte ha ceduto. Giovedì 21 gennaio, durante il Consiglio dei ministri, il presidente del Consiglio ha affidato la delega ai servizi segreti a un uomo di fiducia. Si tratta di Piero Benassi, diplomatico con una carriera importante alle spalle, considerato vicino alla sinistra e al Movimento 5 stelle. Dopo mesi di discussione con Matteo Renzi, leader di Italia viva, il premier si è deciso. Anche se, come aveva già anticipato informalmente, ha scelto per il delicato compito una persona “di sua fiducia”. Ma perché la gestione dei servizi segreti è stata motivo di tante discussioni? Come funziona?

Chi gestisce i servizi segreti

Il presidente del Consiglio

In cima alla piramide della gestione dei servizi segreti c’è il presidente del Consiglio – in questo caso Giuseppe Conte – che ha il potere di apporre, tutelare e confermare il Segreto di Stato, di nominare e revocare il Direttore Generale del Dipartimento delle Informazioni per la sicurezza (DIS), o i direttori dell’Agenzia Informazioni Sicurezza Interna (AISI) e dell’Agenzia Informazioni Sicurezza Esterna (AISE). Il premier deve anche determinare il budget complessivo dei tre suddetti comparti, coordinare le politiche del DIS e impartire le direttive.

Il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica

Ad affiancare il numero uno di Palazzo Chigi c’è il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), con cui il premier si deve confrontare prima di emanare le disposizioni necessarie per l’organizzazione ed il funzionamento del sistema informativo. Il CISR è costituito dal – appunto – presidente del Consiglio, dall’Autorità Delegata – in questo caso Benassi -, dal ministro della Giustizia, dal ministro dell’Interno, dal ministro dell’Economia, dal ministro dello Sviluppo Economico, dal ministra della Difesa, e dal ministro degli Affari Esteri.

Cosa fa l’Autorità Delegata

L’Autorità Delegata, dunque Piero Benassi, come abbiamo visto in questi giorni viene scelta dal presidente del Consiglio. Il premier può scegliere tra un Sottosegretario di Stato – come ha fatto in questo caso -o un ministro senza portafoglio. Chi ottiene la delega, poi, non può ricoprire altri incarichi. Durante il suo incarico, il delegato ha l’obbligo di informare costantemente Conte sulle modalità di esercizio delle funzioni delegate, ma soprattutto presiede il Collegio di Vertice formato dai direttori di DIS, AISE ed AISI. In altre parole, controlla l’intero sistema di sicurezza italiano.

Cosa sono DIS, AISI e AISE

Il DIS è il luogo dove si coordinano le azioni di intelligence, cioè il cervello informativo e il braccio operativo delle azioni dettate dal presidente del Consiglio e dall’Autorità Delegata.

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L’AISI ha il compito di ricercare ed elaborare tutte le informazioni utili per difendere la sicurezza interna della Repubblica e le istituzioni democratiche. L’obiettivo dell’Agenzia è trovare ogni minaccia, ogni attività eversiva e ogni forma di aggressione criminale o terroristica.

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L’AISE, infine, è l’organo che elabora tutte le informazioni utili alla difesa dell’indipendenza, dell’integrità e della sicurezza della Repubblica dalle minacce provenienti dall’esterno del Paese.

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Piero Benassi, diplomatico con delega ai servizi segreti. Credit: Getty Images
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Torna l’ipotesi elezioni: Conte in difficoltà, manca la maggioranza assoluta

Se il premier non riuscisse a raggiungere la maggioranza assoluta in Senato, l’ipotesi delle elezioni anticipate potrebbe tornare in voga.

Torna l’ipotesi elezioni: Conte in difficoltà, manca la maggioranza assoluta - www.meteoweek.com
Torna l’ipotesi elezioni: Conte in difficoltà, manca la maggioranza assoluta – www.meteoweek.com – Credit: Getty Images

L’impossibilità di governare del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è resa sempre più evidente dagli assetti della nuova maggioranza. La fiducia relativa ottenuta dal premier in Senato potrebbe non bastare per portare avanti l’esecutivo giallorosso. Per questo – a seguito delle votazioni in Aula – l’inquilino di Palazzo Chigi si è dato 10 giorni per trovare nuovi adepti che lo sostengano.

Andrà a cercarli nel partito di Matteo Renzi, Italia viva, oppure nel Gruppo Misto. Mentre è diventata infattibile l’annessione dei parlamentari dell’Udc, coinvolti nelle indagini preliminari per l’inchiesta sulla ‘ndrangheta del procuratore Nicola Gratteri a Catanzaro. Se la ricerca del presidente del Consiglio non dovesse andare a buon fine, tuttavia, si ripresenta l’ipotesi delle elezioni anticipate.

I sondaggi elettorali

Il partito di Conte

Secondo gli ultimi sondaggi realizzati da Swg per il telegiornale di La7, se Conte creasse un suo partito, il nuovo gruppo politico potrebbe raggiungere il 16 per cento dei consensi. Principalmente voti “rubati” dagli elettori del Partito democratico e del Movimento 5 stelle, i cui risultati elettorali – di conseguenza – calerebbero notevolmente.

Ma non solo. La percentuale del premier sarebbe l’insieme di un 5,3 per cento di persone che normalmente si astengono dal voto, da un 5 per cento di sostenitori dei cinquestelle, da un 4 per cento di elettori dem, da uno 0,7 per cento di partiti di centrodestra e un 1 per cento da altri partiti.

Il centrosinistra

Se si dovesse confermare la percentuale di consensi dell’avvocato del popolo, il Partito democratico scenderebbe al quarto posto nel sondaggi. I dem potrebbero collezionare un 15,4 per cento, perdendo così il 5,3 per cento dei voti. Il Movimento 5 stelle invece scenderebbe al 10,1 per cento, confermando un calo del 4,6 per cento.

Il partito Sinistra Italiana potrebbe ottenere il 3,9 per cento e Azione – il partito di Carlo Calenda, candidato a sindaco di Roma per le comunali del 2021 – al 3,7 per cento. Italia viva, infine, si confermerebbe sotto la soglia di sbarramento – con il 2,8 per cento – quindi con ogni probabilità non riuscirebbe a entrare in Parlamento.

Il centrodestra

Nonostante il possibile exploit del presidente del Consiglio, la Lega resterebbe il primo partito d’Italia con il 21,8 per cento. A seguire – dopo l’eventuale partito di Conte – si attesterebbe Fratelli d’Italia, con il 15,9 per cento. Infine il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia potrebbe arrivare al 5,4 per cento, perdendo un 1,6 per cento che probabilmente finirebbe nel partito di Conte.

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I possibili risultati delle elezioni anticipate

Alla luce di questi dati, sembra avere meno senso la richiesta di andare alle urne avanzata giovedì 21 gennaio al Quirinale dai leader del centrodestra. Matteo Salvini, segretario della Lega, Giorgia Meloni, capo di Fratelli d’Italia, e Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia hanno chiesto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di dare agli italiani la possibilità di risolvere questa crisi di governo.

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Infatti, stando ai numeri di Swg, l’esecutivo giallorosso – compreso il premier Conte – collezionerebbero il 41,5 per cento. Contando anche i partiti minori come Sinistra Italiana e Azione, arriverebbero al 49,1 per cento, superando di gran lunga il centrodestra. Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, invece, insieme raggiungerebbero il 43,1 per cento.

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Conte cede la delega ai Servizi segreti a Piero Benassi. Vittoria di Pd e Iv?

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte affida la delega ai Servizi segreti al suo consigliere Piero Benassi. Dopo settimane di pressioni da parte di Italia viva e Pd, finalmente questa storia giunge al termine.

Erano diventati ormai costanti i riferimenti alla delega ai Servizi segreti, che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva intenzione di tenere per sé. Tante le pressioni soprattutto da Italia viva, che aveva inserito l’insistenza di Conte in materia tra i motivi della rottura. Ma tante le pressioni anche da parte del Pd, che non era giunto a paventare la rottura ma che di certo stava mostrando segni di insofferenza. La diatriba è nata in merito alla legge n. 124/2007 del 3 agostoSistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto, che pone per la prima volta il Presidente del Consiglio dei Ministri a capo dei servizi informativi e stabilisce che lui stesso – in via esclusiva – può detenere l’alta direzione e la responsabilità della politica dell’informazione per la sicurezza, l’apposizione e la tutela del segreto di Stato, determinare l’ammontare annuo delle risorse finanziare, provvedere al coordinamento dei servizi e impartire le direttive.

Tuttavia, la legge prevede anche che “il Presidente del Consiglio dei ministri, ove lo ritenga opportuno, può delegare le funzioni che non sono ad esso attribuite in via esclusiva soltanto ad un Ministro senza portafoglio o ad un Sottosegretario di Stato, di seguito denominati ‘Autorità delegata‘”. In passato lo hanno fatto anche Monti, Berlusconi e Renzi (fa eccezione Gentiloni). Conte non voleva usufruire di questa delega perché – spiegava Luciano Violante, ex presidente della Camera – si tratterebbe di una delega politica. Il premier attuale non appartiene a nessun partito, dunque si sarebbe creata una doppia dipendenza (al premier e al partito), una stranezza. Ma una stranezza che poteva esser superata, evidentemente.

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Chi è Piero Benassi

La scelta di Piero Benassi come figura a cui affidare la delega è avvenuta durante il Consiglio dei ministri. Il presidente del Consiglio aveva anticipato che sarebbe stata una persona “di sua fiducia”. Effettivamente Benassi è un diplomatico dalla lunga carriera, considerato vicino alla sinistra e al M5s; attualmente ha 62 anni, è romano e prima di diventare ambasciatore a Berlino dal 2014 al 2017 è stato feluca a Tunisi dal 2009 al 2013. E’ stato capo di gabinetto dei ministri degli Esteri Emma Bonino e Federica Mogherini. E’ stato una figura chiave per legare i rapporti con la cancelliera Merkel durante i momenti di crisi del governo Lega-M5s, e ha già seguito con Conte diversi dossier: dall’immigrazione alla manovra che ha varato il reddito di cittadinanza, fino ad arrivare al Next Generation Eu. Benassi è infatti considerato uno dei registi della trattativa dello scorso luglio per il pacchetto di aiuti provenienti dall’Ue. Ora Benassi dovrà affrontare da subito un dossier importante: la missione segreta in Italia del General Attorney William Barr, dell’amministrazione Trump, per il caso Russiagate.

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Delega ai Servizi segreti, Italia viva e Pd

Insomma, il cedimento alla fine è arrivato, e Conte ha effettivamente affidato i dossier a un uomo di sua fiducia, con una carriera importante. Sarà ora necessario comprendere come questa manovra verrà interpretata dal partito che più di tutti aveva alzato la voca sulla delega: Italia viva. Il primo gennaio il leader del partito Matteo Renzi era arrivato ad insinuare ci fosse una motivazione dietro questa ostinazione del premier: “L’insistenza con cui Conte difende una cosa che né Monti, né Berlusconi, né Prodi e né io abbiamo fatto è incomprensibile e comincia a diventare sospetta. Più il premier insiste più sarà importante capire perché non intende avvalersi di una professionalità specifica“. E i renziani non erano i soli a pretendere la delega e maggiore chiarezza: anche il Pd a più riprese aveva chiesto a Conte di cedere la delega, ma senza arrivare agli strappi drastici di Matteo Renzi. Insomma, entrambe le forze politiche sembrano aver vinto almeno questo round. Potrebbe significare un riallacciamento dei rapporti?

Difficile. Il dialogo sembra ormai compromesso. Le affermazioni di Matteo Renzi proseguono altalenanti tra accuse rivolte al governo Conte II e dichiarazioni di disponibilità a rimanere in maggioranza. Ieri Renzi avrebbe riferito a Piazza pulita: “Mi sono domandato, se mi convenisse fare questa battaglia. E prima di partire mi son risposto che non mi conveniva. E me ne frega anche il giusto – scusi l’espressione – ma la mattina quando mi alzo e mi guardo allo specchio, dico quando tra dieci anni vedremo schizzare il debito pubblico, vedremo chi ha ragione. E visto che siamo ancora in tempo per fermarci, il mio appello è ‘non fate un baratto di singoli parlamentari, tornate alla politica’“.

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Dall’altro lato, prosegue il pressing del premier per attirare altri senatori da Italia viva. Incerti soprattutto due senatori che avrebbero lasciato trapelare una maggiore disponibilità al dialogo: Eugenio Comincini e Leonardo Grimani. Comincini avrebbe addirittura già riferito di non esser pronto a passare all’opposizione, qualora la frattura tra Iv e maggioranza diventasse insanabile. Ma tra gli ‘attenzionati’ che circolano tra le voci di Palazzo, ci sarebbero anche anche Anna Maria Parente, Mauro Marino e Giuseppe Cucca. Si tratta ovviamente di indiscrezioni, difficile dire se corrispondano al vero o facciano parte di una fuga di notizie maliziosa. Fatto sta che Italia viva e Pd vincono un round, ma la partita sembra ancora aperta.

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Governabilità e commissioni parlamentari: un problema in più per Conte

La maggioranza relativa che Conte ha ottenuto in Senato potrebbe creare diversi problemi, a partire dalle commissioni parlamentari.

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Il Parlamento italiano. Credit: Getty Images

Maggioranza in vantaggio in 3 commissioni parlamentari su 14 in Senato. Quasi nulla. È questa la situazione attuale del governo alla luce dell’uscita di Italia viva dall’esecutivo. La fiducia relativa ottenuta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in Senato, con 156 voti favorevoli, provoca una certa ingovernabilità. Ma non solo a Palazzo Madama. Anche le commissioni della Camera sono a rischio, nonostante in Aula il premier abbia raggiunto la maggioranza assoluta.

Infatti nonostante le commissioni debbano “rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari”, in alcuni casi è possibile che si creino delle situazioni di squilibrio tra Aula e commissioni. Come in questo caso. Ma qual è la situazione? Tutto dipende dalla posizione che decideranno di assumere i renziani. Pur essendosi astenuti dal voto sulla fiducia, facendo così ottenere almeno una maggioranza relativa a Conte, i parlamentari di Italia viva presenti nelle commissioni potrebbero schierarsi con l’opposizione. La conseguenza, sarebbe un’ingovernabilità quasi totale.

La situazione del governo nelle commissioni parlamentari

Le commissioni parlamentari del Senato

Posto che gli esponenti al seguito di Matteo Renzi, leader di Italia viva, votino con l’opposizione, la maggioranza sarebbe in vantaggio solo in 3 delle 14 commissioni del Senato. Si tratta di quelle per Finanze, Agricoltura e Lavoro. Altre quattro – Affari costituzionali, Bilancio, Industria e Politiche dell’Unione europea – potrebbero vivere una situazione di parità. Nelle restanti sette, invece, il governo si troverebbe irrimediabilmente in svantaggio. Con il rischio di perdere il potere decisionale. Sono le commissioni di Giustizia, Affari esteri, Difesa, Istruzione – con a capo Riccardi Nencini, che fa parte del gruppo parlamentari di Renzi ma ha votato la fiducia al premier -, Lavori pubblici, Sanità – presieduta da Italia viva – e Ambiente.

Le commissioni parlamentari della Camera

Leggermente migliore è la situazione delle commissioni parlamentari alla Camera. Ma pur sempre problematica. Sempre nel caso in cui i renziani si schierassero dalla parte dell’opposizione. Qui infatti il governo sarebbe in vantaggio in 8 commissioni su 14. Vale a dire Bilancio, Finanze, Cultura, Ambiente, Lavoro, Affari Sociali, Agricoltura, Politiche dell’Unione europea. In altre quattro – Affari costituzionali, Giustizia, Difesa, Esteri – si partirebbe con una situazione di parità. Infine nelle due commissioni di Trasporti e Attività produttive i giallorossi sarebbero in minoranza.

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Perché la maggioranza nelle commissioni parlamentari è così importante per governare

L’importanza di poter contare su una maggioranza nelle commissioni parlamentari è direttamente collegata alla governabilità di un Paese. Le commissioni infatti ono fondamentali per il funzionamento del Parlamento, perché rappresentano il centro del processo legislativo. È scritto sul sito della Camera: “nelle proprie materie di competenza, le commissioni permanenti svolgono funzioni legislative, conoscitive, di indirizzo e di controllo”.

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In altre parole, costituiscono il luogo in cui si svolge la maggior parte del lavoro sugli emendamenti dei disegni di legge, si trovano compromessi e accordi politici. Oltre a questo, le commissioni possono stabilire in autonomia il calendario dei lavori. Questo significa che hanno il potere di velocizzare – o in questo caso di rallentare – l’iter di un disegno di legge. Impantanando così l’esecutivo.

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Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, in Senato. Credit: WebTv Senato
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Next Generation Eu o Recovery Fund? In Italia la scelta del nome è eloquente

Tanti gli acronimi, tanti i piani e i programmi squadernati dall’Ue per far fronte alla crisi economica e sanitaria. Talmente tanti che persistono confusioni su cosa sia il Recovery plan, cosa sia il Recovery Fund e cosa sia il Next Generation Eu. In Italia si parla impropriamente di Recovery Fund, ma dare i nomi adeguati è importante.

Tra le tante nuove informazioni inglobate in questo anno “particolare”, ci sono anche gli acronimi con cui l’Ue etichetta i pacchetti di aiuti forniti agli Stati membri per fronteggiare l’emergenza coronavirus, economica e sanitaria. Tra questi nuovi nomi, spiccano Recovery plan, Recovery Fund e Next Generation Eu. Uno di questi – ufficialmente – non esiste. Ed è il Recovery Fund. Ma andiamo con ordine. Oltre ai programmi di acquisto titoli della Banca Centrale Europea, (come il Pepp), alla linea di credito speciale del Mes, affiancata da prestiti del fondo Sure e della Bei, l’Ue ha dato anche il via al Next Generation Eu. In cosa consiste?

Next Generation Eu o Recovery Fund?

E’ a fine luglio che arriva l’approvazione da parte del Consiglio europeo del grande pacchetto per il sostegno e il rilancio dell’Europa: il Next Generation Eu, un piano di aiuti da 750 miliardi di euro. Il fondo affiancherà il budget pluriennale approvato per il 2021-2027, che varrà complessivamente 1100 miliardi di euro. Il pacchetto verrà finanziato attraverso debito comune raccolto sui mercati attraverso i titoli europei. Il Next Generation Eu presenta diversi strumenti al suo interno: il Dispositivo europeo per la ripresa e resilienza, il ReactEu, Orizzonte Europa, Fondo InvestEu, Sviluppo rurale, Fondo per una transizione giusta, e RescEu. Il Next Generation EU ha degli obiettivi specifici: sostenere la ripresa degli Stati membri; rilanciare l’economia; sostenere gli investimenti privati. Uno degli strumenti più importanti di questo pacchetto è appunto il Recovery and Reslience Facility (il Dispositivo europeo per la ripresa e resilienza, RRF), che porta un carico di 672,5 miliardi di euro. Ed è per questo che – impropriamente – il Next Generation Eu viene definito Recovery Fund: si utilizza il nome dello strumento più sostanzioso, ma per riferirsi a tutto il pacchetto.

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E il Recovery plan?

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU, lo strumento per rispondere ala crisi pandemica provocata dal Covid-19″, si legge sul sito del Governo italiano. Tutti gli stati membri, infatti, dovranno presentare alla Commissione europea i propri Recovery plan (in Italia Piano nazionale di ripresa e resilienza). Si tratta di documenti in cui gli stati membri spiegano dettagliatamente come e con quali tempi verranno impiegate le risorse. In gioco, in Italia, ci sono 209 miliardi di euro finanziati dall’Unione Europea: 127 miliardi sotto forma di prestiti e altri 82 miliardi come sovvenzioni.

Il Piano è già stato approvato dal Consiglio dei ministri, e ora si trova al vaglio della Commissione europea. Il piano finale punta a investire 223 miliardi di euro, una somma di denaro incrementata rispetto alle prime bozze, che si riferivano solamente a 196 miliardi di euro. Le prime bozze, infatti, si riferivano al Recovery Fund in senso stretto, ovvero al Recovery and Reslience Facility, lo strumento principale del Next Generation Eu. Il Piano finale punta invece a inserire e programmare anche i fondi di coesione e sviluppo e i 13 miliardi del ReactEu. Per questo la somma sale a 223 miliardi. I soldi sono distribuiti per rispondere a quattro sfide: migliorare la resilienza e la capacità di ripresa dell’Italia; ridurre l’impatto economico e sociale della crisi pandemica; sostenere la transizione verde e digitale; innalzare il potenziale di crescita dell’economia e la creazione di occupazione. Queste sfide si traducono in 6 missioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute.

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Un nome un programma

Perché, allora, chiamiamo il piano per il Next Generation Eu con il nome improprio di Recovery Fund? Verrebbe da pensare che si tratti di un’inesattezza presa alla leggera. In realtà il nome scelto dal pacchetto europeo non è casuale: è una presa di responsabilità nei confronti delle future generazioni, è l’assunzione di un impegno in grado di gettare uno sguardo strategico sul futuro. E’ un patto tra generazioni, ed è anche una visione di futuro. E forse è anche per questo che lo chiamiamo in maniera impropria: nel Piano nazionale italiano, tutto questo sembra mancare. Il Recovery plan italiano appare piuttosto un’allocazione di risorse nei settori strategici già individuati dall’Ue, soprattutto a traino statale. Ma mancano gli incentivi a crescere, così come mancano riforme strutturali per superare quelli che sono i deficit storici dell’Italia (burocrazia, lentezza amministrativa, disoccupazione giovanile, condizione femminile, precarietà, abbandono scolastico).

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Tutti questi temi sono stati sollevati dalle Raccomandazioni Paese che l’Ue periodicamente invia agli Stati membri. E queste raccomandazioni Paese dovrebbero – teoricamente – incrociare le linee guida specifiche del Next Generation Eu, per dar vita a un Piano comune e specifico allo stesso tempo. E’ scritto nelle stesse linee guida fornite dall’Ue. L’Italia sembra averlo dimenticato. Lo ribadisce anche il Commissario all’Economia Paolo Gentiloni, quando ci ricorda l’esigenza di rafforzare il piano con vere e proprie riforme. Lo ricorda l’economista Lorenzo Bini Smaghi, che in una intervista a Repubblica afferma: “È difficile dare un giudizio dice, perché in pochi giorni sono significativamente cambiate le cifre riguardo alle macroaree di intervento, ma allo stesso tempo sono scomparsi i progetti. E mancano le riforme, che rappresentano una condizione essenziale per l’erogazione dei fondi”. Poi l’avviso: “Se chi ci ha dato i fondi per la ricostruzione scopre che sono stati spesi per il consenso elettorale, non sarà più disposto a darceli in futuro. È a rischio la credibilità del Paese“. Ecco, la speranza è di non aver scambiato un progetto strutturato di crescita per una sorta di Helicopter Money da cui far piovere risorse senza visione. O piuttosto: la speranza è di trovare la forza per scavalcare questa incapacità di mettere a fuoco un futuro possibile, questa miopia per l’immediato tipicamente italiana. Tutto questo in mezzo a una crisi politica tipicamente italiana.

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Conte deve allargare la maggioranza di governo: ecco a chi può rivolgersi

L’obiettivo del presidente del Consiglio Giuseppe Conte è raggiungere la maggioranza assoluta in Senato: gli mancano cinque parlamentari.

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Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, nell’Aula del Senato. Credit: WebTv Senato

Conte alla riscossa. Continua l’impegno del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per trovare i cinque parlamentari che gli farebbero raggiungere la maggioranza assoluta in Senato. L’unico modo per assicurare la governabilità all’esecutivo giallorosso. Con la sua maggioranza relativa – i 156 voti che gli hanno fatto ottenere la fiducia in Aula – il premier rischia di passare i prossimi mesi a discutere, piuttosto che andare avanti con il progetto di ripresa dell’Italia dopo la pandemia. Per questo dopo il voto a Palazzo Madama – martedì 19 gennaio – l’inquilino di Palazzo Chigi si è dato 10 giorni per rimpolpare il gruppo dei suoi sostenitori. Ma le cose cambiano in fretta: la notizia che Lorenzo Cesa, segretario Udc, sia indagato in un’inchiesta sulla ’ndrangheta rende i centristi inavvicinabili, soprattutto per gli esponenti del Movimento 5 stelle. E allora, forte della situazione, si è rifatto avanti Matteo Renzi, leader di Italia viva. Lo stesso fautore della crisi.

Le opzioni di Conte

Tornare con Renzi

In questi giorni il premier potrà valutare diverse opzioni. Poi, dovrà necessariamente scegliere la strada da seguire. La prima possibilità per tornare ad assicurare la stabilità all’esecutivo è fare un passo indietro nei confronti di Renzi, nonostante le chiusure annunciate dai cinquestelle e dallo stesso Conte nei confronti di Italia viva dopo il ritiro delle ministre Bellanova e Bonetti dalla squadra di governo. Il rientro dei parlamentari renziani nella maggioranza farebbe toccare al governo quota 172. L’esecutivo sarebbe in una botte di ferro. Lo strappo causato dal leader di Iv, tuttavia, potrebbe essere impossibile da ricucire.

“Rubare” i parlamentari di Renzi

Un’altra possibilità per Conte potrebbe essere quella di convincere i parlamentari di Italia viva a tornare nel Partito democratico, rientrando a far parte della maggioranza di governo. La stessa scelta fatta dal giornalista Tommaso Cerno, che lo scorso martedì ha contribuito a salvare il presidente del Consiglio dalla caduta del governo. E simile a quella del senatore del Psi Riccardo Nencini, che aveva messo a disposizione di Renzi il proprio simbolo per poter formare un gruppo parlamentare e poi gli ha voltato le spalle schierandosi con i giallorossi.

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Creare un nuovo gruppo parlamentare

L’ipotesi della nascita di un nuovo gruppo parlamentare è anch’essa un possibilità. Anche se sembra diventare sempre più remota. Innanzitutto perché è saltata l’opzione centristi. Con l’inizio delle indagini preliminari per l’inchiesta del procuratore Gratteri a Catanzaro, che coinvolgono l’Udc, Conte dovrebbe capire dove andare a pescare nuovi senatori che lo appoggino. L’unica scelta sarebbe il neo gruppo Maie-Italia 2023, creato il 15 gennaio dall’avvocato Fantetti e dal sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo, con l’obiettivo specifico di “creare uno spazio politico di centro che ha come riferimento Giuseppe Conte”. Al momento, tuttavia, conta sono 5 iscritti e hanno già votato tutti la fiducia al premier.

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Il voto anticipato

Infine il presidente del Consiglio, forte degli ultimi sondaggi elettorali di Swg per cui un suo potenziale partito potrebbe ottenere il 12 per cento, potrebbe osare. Mandare tutto all’aria, far cadere il governo, dimettersi e consentire così le elezioni anticipate. Ma, con ogni probabilità, questa resterà l’ipotesi più remota. Innanzitutto perché il premier ha già espresso la sua contrarietà ad andare alle urne in piena pandemia, ma questa potrebbe essere solo una scusa per evitare il voto. Un’idea più realistica è che Conte – ma anche Pd e M5s – non vogliano rischiare di perdere contro il centrodestra.

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Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, in Aula. Credit: WebTv Senato
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Le reazioni dell’Ue su crisi politica italiana e Recovery plan: il punto

Il governo italiano invia informalmente la bozza del Recovery plan in Commissione Ue: emergono le prime impressioni. Ed emerge anche il sollievo per la fiducia in Senato, per una situazione che – almeno vista dall’estero – sembra riacquisire stabilità. 

Sollievo per la fiducia e qualche preoccupazione per il Recovery plan presentato. Sono queste le impressioni che emergono dall’Ue per l’attuale situazione italiana. Mentre a Bruxelles si guarda con estrema apprensione alla crisi politica che sta mettendo sotto stress il governo, la Commissione analizza la bozza di Recovery plan italiano, giunta informalmente a un primo vaglio Ue. Si tratta di un invio informale, perché la vera e propria presentazione del Piano – quella ufficializzata – avrà luogo a metà febbraio circa, quando entrerà in vigore la Recovery and Resilience Facility su cui ruota il NGEu. La Commissione – che nel frattempo riceve i Piani per fornire le prime impressioni agli Stati membri – fa sapere: il piano va rafforzato, servono più riforme.

Un’Ue sollevata

Arrivata la fiducia al governo Conte II in Senato, in Ue si sarebbero distesi gli animi. L’importante è che in questo momento particolare ci sia stabilità, un preciso governo con cui dialogare e che ci si concentri sul miglioramento del Recovery. Lo ripete anche Antonio Costa, primo ministro portoghese che ha la presidenza di turno del Consiglio Ue: “Sono molto soddisfatto del fatto che ci sia stato questo voto perché è necessaria stabilità nella gestione politica degli stati membri per attuare queste decisioni fondamentali”. E’ stato un voto importante e positivo perché “la stabilità è assolutamente fondamentale per il successo di questa ripresa europea in tutti e 27 gli stati membri, non solo in Italia”. Fa eco anche David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che taglia a corto su ogni possibile contestazione di maggioranza relativa: “La fiducia è fiducia e abbiamo la certezza che il governo italiano risponderà con stabilità e responsabilità agli impegni che la crisi richiede”. Tiene il punto anche Ursula von der Leyen, la quale rassicurata dal voto ribadisce che “siamo nel mezzo di una gravissima crisi. Questo è il momento in cui abbiamo bisogno di stabilità. Tutti devono mettersi insieme per lavorare sulla pandemia la crisi sanitaria e la crisi economica”. Commenta anche il vicepresidente della Commissione Ue responsabile per l’euro, Valdis Dombrovskis, il quale ribadisce che “il lavoro sul Recovery Plan italiano è in corso e spero che l’instabilità politica in Italia non metta a repentaglio questo lavoro perché l’Italia è il maggiore beneficiario e bisogna assicurarsi che i fondi arrivino, sono molto importanti per la ripresa in Italia“.

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Un’Ue preoccupata

Eppure in Commissione Ue emergono i primi appunti sulla bozza di Recovery plan italiano, ed emergono attraverso le parole di Paolo Gentiloni, Commissario all’Economia, riportate da Money.it: l’Italia è il primo beneficiario con 209 miliardi di euro, e “abbiamo ancora molto lavoro davanti a noi per tradurli in obiettivi, target, milestone e impegni”. Per questo la proposta va rafforzata – dice Gentiloni – anche e soprattutto inserendo maggiori e migliori riforme. Dall’Ue fanno sapere a tutti gli Stati membri: riforme e investimenti devono procedere di pari passo. Ma cosa manca attualmente al Piano italiano? “Abbiamo bisogno specialmente di due cose: la prima è avere messaggi chiari sulle riforme relative alle raccomandazioni specifiche per Paese comunicate dalla Commissione nel 2019, la seconda sono dettagli sul tempismo dei progetti”, ha spiegato Gentiloni. Il tempo per fare questo c’è ancora, anche se stringe: il vero lavoro di rafforzamento del Piano avverrà nei prossimi due mesi, quando verrà ufficializzato nel dettaglio il Piano di ogni Paese membro, che sarà validato dai ministri delle Finanze Ue. Anche perché  “in tarda primavera, la Commissione andrà dai mercati finanziari per raccogliere questi soldi (…) con l’obiettivo di erogare il pre-finanziamento di questo 13% a ogni Paese con un piano approvato”, ricorda Gentiloni a Reuters.

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Non solo l’Italia

E’ necessario ribadire, però, che le osservazioni che Paolo Gentiloni ha rivolto nei confronti del Piano italiano non riguardano solo l’Italia. Tant’è che la Commissione europea nei prossimi giorni ha intenzione di pubblicare un aggiornamento delle linee guida dei Piani nazionali di ripresa e resilienza. L’idea è quella di sottolineare un elemento sul quale – a quanto pare – non si è prestata abbastanza attenzione. Stando a quanto riportato dal Foglio, infatti, le bozze inviate a Bruxelles e i piani ancora in corso di negoziato avrebbero un difetto comune: la carenza di riforme strutturali, appunto. Eppure è una conditio sine qua non per ottenere le risorse del Recovery. Durante la riunione del Comitato economico finanziario della scorsa settimana, lo avrebbe ribadito anche il rappresentante della Commissione: le bozze “mancano di riforme strutturali, visione strategica, obiettivi concreti e analisi costi-efficacia”. Ad aspettarsi queste riforma strutturali sono soprattutto i Paesi frugali, che ora auspicano che la Commissione faccia il massimo “per modernizzare e rafforzare le economie e assicurare che le raccomandazioni specifiche per paese e la loro implementazione siano parte dei piani nazionali”.