Elena Nanni: “Ancora positiva al Covid dopo 95 giorni. Sono trattata da appestata”

La testimonianza di Elena Nanni, raccolta da Tpi: “Sono positiva al Covid da 95 giorni. Voglio capire perché il mio corpo non sta producendo anticorpi ma sono positiva al virus, perché se è come l’Hiv non mi negativizzerò mai, posso essere sempre positiva ma rimanere sana”.

elena nanni covid

L’epopea di Elena Nanni è iniziata 95 giorni fa, quando è risultata positiva al Covid per la prima volta. La sua testimonianza è stata raccolta da Tpi, dove racconta la sua esperienza dopo il quarto tampone di controllo, ancora positivo. I sintomi sono spariti, anche marito e figlio stanno bene: dopo una prima influenza a inizio marzo, non si sono più ammalati. Ma Elena Nanni, residente a San Marino, in linea con le indicazioni dell’Istituto per la Sicurezza della Repubblica, non può ancora uscire. L’istituto gestisce circa 422 casi di isolamento domiciliare, e per tutti i positivi, anche per Elena, viene applicata la stessa direttiva: restare a casa o pagare 2mila euro di multa. Ma Elena, ormai stanchissima, afferma: “Questa è la ricetta per farci ammalare”. Poi racconta la sua storia: “Ho fatto due tamponi a distanza di 48 ore, il primo lunedì 11 maggio, negativo, il secondo mercoledì 13: ancora positivo. Vuol dire che sono 95 giorni di Coronavirus. Ma io non sento niente, sto male solo per l’angoscia che mi crea il tampone”.

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Gli unici sintomi di Covid avvertiti da Elena Nanni risalgono all’11 febbraio, prima del lockdown, prima della vera e propria emergenza coronavirus. Le era stata diagnosticata una polmonite interstiziale. Ma passati i sintomi, nel tampone di aprile è risultata ancora positiva. E Elena non sarebbe l’unica ancora positiva al coronavirus a distanza di decine di giorni: “C’è un sacco di gente che come me si è ammalata due mesi fa, che stando ai test ha il coronavirus da almeno 60 giorni. Ma altri non hanno mai avuto sintomi, quindi è anche difficile capire quando lo hanno contratto”, racconta.

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Per loro, però, manca una strategia condivisa. Difficile capire bene dove collocarli, fino a quanto obbligarli alla quarantena. Tuttavia, oltre ciò che obiettivamente è difficile controllare, manca anche un supporto psicologico adeguato, manca la possibilità di fare test più approfonditi, in sostanza manca un protocollo. L’unica via a loro concessa è l’attesa, aspettando il favore del tampone successivo. Elena dovrà effettuare il suo quinto tampone il 20 maggio, a quel punto saranno trascorsi 100 giorni. E il suo centro estetico continua a rimanere chiuso. “Ieri mi hanno dato la conferma che il 20 vengono a farmi un nuovo tampone, ma io non mi sottopongo se non mi fanno prima il sierologico. Voglio sapere se ho sviluppato gli anticorpi e dopo più di tre mesi esigo delle risposte: le mie colleghe lunedì apriranno e io sono obbligata a rimanere chiusa perché in quanto positiva sono un’appestata”. Elena non ce la fa più, si dice disposta a pagare test più approfonditi di tasca sua, o tamponi settimanali, ma lo Stato di San Marino, dice, non glielo consente. Elena guarda al futuro e si preoccupa per l’incertezza generale: “Bisogna che pensino anche a noi. Se non riesco a negativizzarmi e resto positiva a vita cosa faccio, vivo così per sempre?”.

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Oltre al bisogno di direttive più attente, Elena necessita anche di una spiegazione esaustiva. Una spiegazione che però, probabilmente, al momento la scienza non può darle. La donna vorrebbe capire il perché il suo corpo si rifiuta di produrre anticorpi. Anche “perché, se è come l’Hiv, non mi negativizzerò mai, posso essere sempre positiva ma rimanere sana”. A questo punto lo Stato di San Marino dovrebbe almeno permetterle di fare un esame del sangue. Ma Elena non può farlo privatamente: nessuno specialista può entrare dall’esterno della Repubblica, rischierebbe una multa molto salata. “Non sono libera di chiedere un secondo parere. Sto in casa con la tachicardia. Le istruzioni sono quelle di stare in una camera da sola, che devo pulire ogni giorno con la candeggina, di usare un bagno solo, che devo disinfettare. E dovrei stare chiusa tutto il giorno”. Intanto il figlio di tre anni si limita a “guardarla con la mascherina a due metri di distanza”.