Cala il gelo tra Conte e Zingaretti

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:50

Il rapporto tra il premier Giuseppe Conte e il segretario democratico Nicola Zingaretti, si è incrinato. L’allarme è salito di livello e dà l’idea di quanto faticoso potrebbe essere arrivare al 2023.

Rapporto incrinato tra Conte e Zingaretti

Lo scambio di messaggi in chat tra i due è fresco, risale a l’altro ieri. Le telefonate anche, continuano ad essere frequenti. Il rapporto tra Conte e Zingaretti risulta però essersi incrinato, non è certamente una buona notizia per il governo. Conte è naturalmente il più determinato ad andare fino in fondo a questa legislatura retando dove si trova. Zingaretti, forse l’unico dirigente Pd contrario alla nascita del governo, è stato poi, dal giorno dopo l’insediamento il suo più convinto difensore. L’allarme è salito di livello e dà l’idea di quanto faticoso potrebbe essere arrivare al 2023.

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Tensione alle stelle da dopo il lockdown

Il sostegno del Pd all’esecutivo, non è in discussione. «Ma la mia lealtà – si è sfogato il segretario dem con un collega di partito – non può arrivare al punto di accettare che il governo non decida e lasci il Paese andare a scatafascio”. La tensione e la diffidenza, sono iniziate a farsi sentire, dopo la fine del lockdown. L’innesco è stata l’idea di Conte di convocare gli Stati generali senza condividere né il lancio dell’iniziativa né i suoi scopi politici. Con una sola mossa, Conte è riuscito ad indispettire, sia il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri, il capodelegazione dem Dario Franceschini, che non ha sicuramente nascosto le sue perplessità a riguardo, e naturalmente lo stesso Zingaretti. Il quale attendeva la fine della quarantena nazionale per risolvere una lunga serie di questioni rimaste in sospeso. L’accesso al Mes? Rinvio. La soluzione del caso Autostrade? Rinvio. Alitalia? Rinvio. Abrogazione dei decreti Salvini? Come sopra, con l’aggravante che per il Pd ormai non c’è più argomento o sofisma per rendere politicamente difendibile il fatto che la bandiera del salvinismo di governo sventoli ancora a quasi un anno dalla fine della stagione gialloverde. Durante quei nove giorni di Stati generali, nulla ha potuto placare l’insofferenza del Pd. L’unica proposta concreta sortita da villa Pamphilj è stata una estemporanea proposta di taglio dell’Iva.

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Zingaretti e quel danno di immagine

Zingaretti ha pubblicamente incalzato Conte chiedendogli di attingere ai 36 miliardi di risorse a tasso molto conveniente da investire in spese sanitarie. Ben nota la risposta del premier: per ora non se ne parla. Al danno economico, a questo punto, per Zingaretti si è andato ad aggiungere anche quello dell’immagine politica. Ma per il Pd c’è poco da discutere: il Parlamento deve esprimersi al più presto dicendo sì al Mes e non può restare appeso al soccorso di Forza Italia per compensare le defezioni nel campo M5S.

Rapporto Conte zingaretti incrinato

Un equilibrio precario

È un deficit di linea politica condivisa, e non l’unico. Zingaretti lo ha spiegato sia a Conte che agli alleati: “È sbagliata l’idea che una somma matematica di parlamentari sia sufficiente a completare la legislatura e tantomeno a ben governare”. Sono necessarie delle riforme urgenti e idee chiare, non la corsa di ciascuna componente della maggioranza a piantare la bandierina sul proprio provvedimento. Un’anarchia complicata dal fatto che il M5S, partito di maggioranza relativa, ne contiene altri tre: il fronte per Di Maio, il fronte per Conte e quello per Di Battista. Per il Pd sta qui, in questo equilibrio precario, pronto a esplodere, un nodo che il premier non vuole o non sa sciogliere.

Il presidente del Consiglio sa che la situazione rischia di sfuggire di mano. Teme da una parte un accordo nella maggioranza per sostituirlo in corsa, dall’altra però si domanda: “Ma con chi?”. Sottinteso: nessun nome regge. Di Maio? Un pezzo del Movimento non accetterebbe mai la destituzione di Conte per mano dell’ex capo politico grillino. Franceschini? Lo stesso. La logica delle previsioni a tavolino serve a rassicurare Conte ma l’atmosfera di Palazzo Chigi in questi ultimi giorni, lo inquieta. Anche con Franceschini i rapporti si sono fatti più tesi, il suo ruolo di mediatore che si era ritagliato, non sembra più essere praticabile. Il suo malumore per le mosse recenti di Conte, è ancora più forte – se possibile – di quello di Zingaretti.

E Renzi? Il meno minaccioso

Sembra essere paradossale ma il meno minaccioso, al momento, risulta essere Matteo Renzi. Ha rivendicato addirittura il ruolo di anti – Salvini nella battaglia per i numeri al Senato. Ieri è passato da Forza Italia a Italia viva il senatore Vincenzo Carbone. Nel partito dell’ex premier giurano che altri due senatori forzisti siano pronti a fare altrettanto. Si direbbe una buona notizia per Conte, o forse no. La transumanza degli ex berlusconiani in area renziana può diventare in prospettiva la posa della prima pietra di maggioranze alternative. Lo stesso Berlusconi, disponibile a votare in Parlamento Mes e scostamento di bilancio, può essere vista in modo opposto come un aiuto al premier. Conte ha invitato a Palazzo Chigi i tre leader dell’opposizione per discutere il piano di rilancio nazionale. Un passaggio necessario a svelenire il clima della fase 3, perché gli assalti della destra rischiano di fare più male con il passare del tempo.

Conte e i sondaggi di gradimento

Nella testa di Giuseppe Conte, la vera assicurazione per la sua permanenza a Palazzo Chigi, risiede nei numeri degli istituti di sondaggio. Il premier pensa che l’emergenza Covid lo abbia riportato nelle grazie degli italiani. Rocco Casalino, ieri, come portavoce del premier, si aggirava nei corridoi della Camera brandendo la cartellina dei sondaggi: “Ma li avete visti i numeri del suo gradimento?”. Li hanno visti, al Pd. Zingaretti teme però altri numeri, quelli delle regionali di settembre alle quali i giallorossi arrivano divisi e nervosi. Si terranno pochi giorni dopo la riapertura delle scuole, che il segretario dem considera uno dei fattori di tensione sociale più pericoloso. La scuola come un’ulteriore prova di lealtà verso il Movimento. Considerato che la ministra Azzolina è stata difesa dal Pd a dispetto delle evidenti incertezze, come già era accaduto con il Guardasigilli Alfonso Bonafede. E come continuerà a essere con Conte, sempre che basti a evitare che il governo affoghi nella palude.