Chiedono di morire come DJ Fabo: i volti di chi vuole “finalmente dormire”

Chiedono semplicemente di poter morire con dignità. Sono 75 gli italiani che nei primi mesi dell’anno hanno fatto richiesta all’Associazione Coscioni per poter morire in Svizzera. Intanto continuano le polemiche per la legge sull’eutanasia. 

Hanno un’unica richiesta: morire come DJ Fabo, con il massimo rispetto per sè stessi. Tante sono le storie alle spalle: molte sono persone malate gravemente, segnate da malattie neurologiche, impossibilitate anche a comunicare se non attraverso l’aiuto di una macchina. Le richieste da parte di queste persone non sono poche purtroppo: sono 75 gli italiani che solo nei primi mesi dell’anno, e quasi 900 dal 2015, hanno scritto in segreto all’Associazione Coscioni chiedendo informazioni per varcare il confine e andare a morire in Svizzera. Vogliono l’eutanasia, ancora illegale in Italia, e sono disposti a tutto pur di cambiare la loro condizione. Sono da soli, nel dolore, nella malattia mentre dopo le sentenze della Consulta, gli inviti pressanti della Corte Costituzionale a fare una legge sull’eutanasia, non è ancora stato approvato niente. Intanto domani saranno di nuovo in aula Marco Cappato e Mina Welby per aver aiutato ad andare in Svizzera a morire Davide Trentini

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Il caso di Mario, l’architetto con diagnosi di sclerosi multipla

Una vita distrutta, quella di Mario, architetto che scrive per chiedere una fine dignitosa a causa della sua malattia. Non vuole continuare la sua vita: Mario comunica tramite comandi vocali ed è stufo di dover vivere con questo tipo di assistenza continua. A nessuno sembra interessare però, perché la legge sull’eutanasia aspetta di essere discussa da ormai troppi anni.

“Sono Mario, architetto, con diagnosi di sclerosi multipla progressiva del 2002. Sono tetraplegico, scrivo con i comandi vocali. Sono cattolico, ma la fede prescinde dai comportamenti dei singoli. E così ho intenzione di scrivere alla società svizzera dove aiutano ad addormentarsi per sempre. Sono nullatenente, non mi posso spostare, ma vorrei una fine dignitosa anche io”.

Come lui ce ne sono tantissimi: chi ha scoperto una malattia inesorabile con un futuro che non si sente di affrontare chiede di poter abbandonare la vita nel modo migliore possibile. Sono persone disperate, coraggiose, che vedono il percorso della vita con una nota positiva e non possono accettare una sofferenza continua così ingestibile e irrisolvibile. Questa non è vita, affermano molti. “Drammi come questi sono solo la punta dell’iceberg di una realtà sociale che, con l’innalzamento della durata media della vita, è sempre più consistente ma è trattata con indifferenza dalla politica ufficiale dei partiti”, sottolinea Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. Si prende tempo quindi ma senza arrivare ad una soluzione e le persone sono stanche.
Mercoledì in più ci sarà un nuovo processo per Marco Cappato e Mina Welby a causa dell’aiuto al suicidio fornito a Davide Trentini. I due aiutarono l’uomo ad arrivare in Svizzera con la giusta documentazione per poter morire. Il giorno dopo, Mina Welby e Marco Cappato  si presentarono dai carabinieri di Massa per autodenunciarsi.  Il caso potrebbe riaprire il dibattuto in Parlamento, come molti sperano, riportando in vigore i passi fatti lo scorso novembre dalla Corte Costituzionale. Cappato è stato assolto per aver assistito il suicidio di Trentini.
Nel caso specifico di Davide quattro sono i requisiti che sono stati presi in considerazione: innanzitutto il fatto che fosse affetto da una  patologia irreversibile, e che fosse fonte di sofferenze intollerabili. Come terzo punto invece, il fatto che fosse pienamente capace di prendere decisioni, mentre l’unica cosa che rimane da dimostrare è la quarta condizione prevista, visto che non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, dicono all’associazione Coscioni.