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L’Italia combatte ancora per l’attuazione del Recovery Fund

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:36
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Il più grande fondo salva Stati mai attuato dalla nascita dell’Unione Europea rischia di bloccarsi a causa delle scaramucce messe in atto da qualche governo.

è scontro a bruxelles per il diritto di veto sul recovery fund

Il tema del diritto di veto e controllo nazionale sugli esborsi degli aiuti, continua a dividere Italia e Olanda circa il Recovery Fund e quasi fa dimenticare la portata epocale di questo pacchetto considerato rivoluzionario e mai applicato in precedenza che costituisce uno strumento di bilancio comune per l’Unione Europea, finanziato attraverso l’emissione di debito comune e rimborsabile con le risorse di Bruxelles. Al tavolo della trattativa di lunedì sera si trovavano 390 miliardi di euro di trasferimenti diretti e una cifra tra 310 e 360 miliardi di prestiti da rimborsare fra il 2026 e il 2056. Per l’Italia c’è stata una sorpresa in positivo con un aumento considerevole dei prestiti, da 173 miliardi di euro della proposta della Commissione Ue a 209 miliardi, dei quali 81,4 come trasferimenti diretti di bilancio e 127 come prestiti. Ci perdono invece i Paesi dell’Europa centro-orientale che soffrono meno la recessione da Covid. Il pacchetto da poco più di 200miliardi, varrebbe circa il 12% del Pil dell’Italia che andrebbe quindi a compensare la cifra stimata della caduta del reddito del Paese attesa per quest’anno.

Viceversa, sale di ben 38miliardi la parte dei prestiti riservata all’Italia e rappresenta un aumento del debito pubblico rispetto al Pil del 7% circa. In questo maxi-prestito qualcuno ci vede del marcio: si tratta infatti della stessa cifra offerta dal Mes che il premier Conte rifiuta da mesi, ma se le condizioni finanziarie sono simili, diverse sono quelle politiche. Il Mes non richiede riforme, mentre il Recovery Fund, ne prevede invece di molto precise e vigilate da vicino, tanto da tenere accese le polemiche e le trattative circa la possibilità di far valere il diritto di veto da parte di alcuni Paesi se insoddisfatti delle riforme richieste dall’Unione o della loro attuazione.