Scandalo Lombardia: “Ma Fontana perchè non chiede l’iban alla moglie?”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:49

Nuovi particolari sulla vicenda – poco chiara – dell’acquisto dei camici che la Regione Lombardia avrebbe effettuato da una azienda le cui quote sono in possesso della moglie di Attilio Fontana.

Attilio Fontana

«Ma l’Iban della società di suo cognato, Fontana non farebbe prima a chiederlo a sua moglie?». Una battuta, ma nemmeno poi tanto, a guardare i fatti. La frase è attribuita a Filippo Bongiovanni, direttore generale della centrale acquisti regionale «Aria spa», in riferimento alla fornitura di 75mila camici e 7mila set sanitari che la stessa centrale aveva affidato alla “Dama spa”. Si tratta dell’azienda di Andrea Dini, il fratello della moglie di Fontana, detentrice del 10% delle quote azionarie.  Un Iban poi comunicato, e che Bongiovanni successivamente inoltrò via mail alla medesima catena regionale che gli aveva veicolato la richiesta dello staff di Fontana. Un Iban che poi non è servito a molto, almeno per vie ufficiali: infatti già dai primi di maggio, ancor prima dell’intervista di «Report» del 15 maggio sulle commesse regionali in epoca Covid, si ragionava sul “rischio reputazionale” insito nell’affidamento diretto il 16 aprile di una commessa della Regione a una società del cognato del presidente della Regione. Per rendere meno tesa la situazione, oltre un mese dopo, il 20 maggio Dini rinunciò ai pagamenti dei 49.000 camici e 7.000 set sino allora già consegnati, in una mail ad «Aria spa»: «Come anticipato per le vie brevi, la presente per comunicare che abbiamo deciso di trasformare il contratto di fornitura in donazione».

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Una iniziativa che però appare eterodiretta: nonostante le dichiarazioni di assoluta estraneità alla procedura, Fontana avrebbe chiesto al cognato, in un colloquio a voce di cui però – secondo alcune indiscrezioni – esisterebbe un indiretto riferimento scritto, che non si facesse pagare le proprie fatture dalla Regione, in modo da disinnescare sul nascere quelle che Fontana paventava come possibili interpretazioni malevoli del nesso tra parentela e commessa. Non è chiaro poi come è stata gestita la questione del guadagno che Dini avrebbe perso e dei costi di riconversione aziendale che aveva già sopportato. Secondo quanto ricostruito, lo stesso Fontana si mosse per fargli avere 250.000 euro. Un bonifico che la milanese «Unione Fiduciaria» bloccò perché la somma, l’assenza di una coerente causale, le parti correlate, la qualifica «pep» del cliente (persona esposta politicamente), e la provvista da un conto svizzero dove nel 2015 Fontana dopo la morte della madre aveva «scudato» 5,3 milioni detenuti dal 2005 da «trust» alle Bahamas, erano tutti indici fatti apposta per far «suonare» i protocolli antiriciclaggio della fiduciaria e indurla a inviare una «Sos-segnalazione di operazione sospetta» a Banca d’Italia. Quella che – come ha spiegato il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli – ha poi messo in moto i pm Furno-Scalas-Filippini.