Home Cronaca “Mi picchia, mi tratta come un cane. Ma gli voglio bene”

“Mi picchia, mi tratta come un cane. Ma gli voglio bene”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:08
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Ennesima storia di violenza ed abusi all’interno delle mura domestiche: una sottomissione alla brutalità del compagno che rischia di finire molto male, per la donna che la subisce.

Picchiata, umiliata, trattata come nemmeno un animale si deve trattare. Eppure non vuole denunciare il compagno, che è colui che la sottomette quotidianamente con la sua brutalità: «Lo so che mi picchia, ma io gli voglio bene. Ha bisogno di me. Ogni tanto mi dice di mettermi a cuccia e io mi rannicchio in un angolino o sul letto». Trattata davvero come un cane, forse peggio, a 28 anni: è la storia di una donna che pochi giorni fa è stata soccorsa in mezzo alla strada. Era a piedi nudi, volto tumefatto, mani e braccia piene di lividi. Ad avvisare i carabinieri sono stati alcuni passanti che l’hanno vista in quello stato, capendo che le era successo qualcosa. Portata in ospedale a Moncalieri (Torino), dopo essere stata curata da medici e assistenti sociali, si è lasciata andare e ha raccontato l’orrore in cui da tempo è sprofondata. Un’esistenza fatta di violenza e sottomissione. Un compagno poco più grande di lei che con regolarità la picchia, la offende e la umilia, specie quando ha bevuto troppo. Violenza vera: la giovane donna era ridotta così male da finire in ospedale con una prognosi di venti giorni. Costole rotte, un dito di una mano spezzato, piccole lesioni facciali, e poteva andare molto peggio. I carabinieri e gli assistenti sociali le hanno proposto di farsi ospitare in una casa protetta, ma lei ha rifiutato: «Devo prendermi cura di lui, non ha nessuno. E io gli voglio bene anche se mi picchia».

Una storia di dolore e di sottomissione psicologica e fisica alla violenza, che per il momento ha portato alla denuncia del compagno di quella sfortunata donna. L’uomo, incensurato, non è stato colto in flagrante dai carabinieri e ha così evitato l’arresto. Il giudice potrà però decidere di applicare comunque una misura cautelare, soprattutto dopo aver valutato la documentazione medica fornita dall’ospedale. Ora spetta al Tribunale decidere se imporre o meno un decreto di allontanamento o una misura alternativa per la sicurezza della 28enne che, come accade spesso, è tornata a vivere con lui. Alle persone che l’hanno assistita in queste ultime ore ha spiegato di non avere alternativa: «Non ho un altro posto dove andare. Non ho famigliari né amici stretti che possano ospitarmi. Non ho un lavoro, sono disoccupata. E soprattutto non voglio lasciarlo, nonostante tutto». In ospedale le hanno spiegato che ha rischiato grosso. Che potrebbe capitare di nuovo. E che potrebbe finire diversamente. Ma la donna ha reagito come capita purtroppo spesso, in questi casi: non vuole denunciarlo, in un primo momento sembrava anche riluttante a incontrare l’assistente sociale. Quello era il suo mondo, forse pensava di meritarselo per qualche assurdo motivo. O più semplicemente, era terrorizzata all’idea della reazione del suo compagno dopo aver saputo che lei aveva raccontato tutto. Carabinieri e assistenti sociali l’hanno convinta ad andare fino in fondo. A raccontare il turbine della violenza che l’ha inghiottita, quell’uomo che la zittiva, la obbligava a obbedire ai suoi comandi, quasi certamente per evitare un altro pugno, un’altra offesa, un’altra umiliazione. E in questo clima, raccontare tutto alle forze dell’ordine e alle strutture anti-violenza è stato dannatamente complicato. Una storia che purtroppo, nell’Italia del 2020, è molto più comune di quel che si possa immaginare.