Hikikomori, la storia di Marco Brocca: “Chiuso in casa da 7 anni, vivo davanti al pc”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:26

La vita in disparte di Marco Brocca, hikikomori che da 7 anni non esce più dalla sua camera e trascorre le sue giornate davanti al pc. “Per colpa dei bulli sono chiuso in casa e ho lasciato la scuola per sempre”.

Marco Brocca - hikikomori
Marco Brocca, hikikomori di 25 anni che dal 2013 non esce più di casa

Si chiama Marco Brocca, ha 25 anni e dal 2013 non esce più di casa. Trascorrendo la sua vita al pc, Marco ha scelto di vivere in auto-isolamento nella sua cameretta da quando è maggiorenne. Ma come lui, sono altre 100mila le persone in Italia che decidono di limitare drasticamente i loro contatti con l’esterno, ritirandosi dalla vita sociale. Vengono definiti “hikikomori”, un termine giapponese che significa per l’appunto “stare in disparte”.

Marco Brocca, già contattato dalla Rai qualche mese fa, ha di recente raccontato la sua storia anche al Corriere della Sera. Ai giornalisti ha spiegato di soffrire di un disagio adattivo sociale tipico dei ragazzi giapponesi, e di passare da ormai quasi 8 anni la sua vita all’interno di una stanza disadorna. Si contano infatti due finestre poste a livello del suolo, un divano, un appendiabiti e una scrivania con appoggiato il monitor del computer, davanti al quale Marco passa circa 12 ore al giorno. Il computer, per lui, è l’unico ponte che ha con l’esterno.

Bullismo e isolamento

Marco ha deciso di auto-isolarsi all’età di 18 anni, dal 2013. A spingerlo insesorabilmente verso questa direzione è stata tutta una serie di ingredienti: problemi familiari, una patologia antiestetica e la cattiveria dei suoi compagni di classe, sfociata in veri e propri atti di bullismo. Un peso troppo grosso da sopportare, per un adolescente come Marco; per questo ha deciso di non uscire più dalla sua camera.

Nel ricostrurire la sua storia, il ragazzo parla della sua condizione fisica. Soffre da sempre di una dermatite cronica, fin da quando era piccolissimo. Una problematica, questa, che si è aggravata a seguito dello stress provocato dai problemi familiari, per i quali i suoi genitori hanno deciso la sperazione. Ma con l’aggravarsi della problematica, la sua pelle lo ha portato sempre più nel mirino dei bulli. “La mia è una diversità che si nota subito e non potevo farci nulla. Non riuscivo ad accettarmi”, confida al giornalista, spiegando che i suoi compagni lo chiamavano “lebbroso”, anche se sottovoce: “Da 1,70 di statura ero passato a 1,95 e mi temevano. Oppure zombie, perché il bruciore mi teneva sveglio la notte e mi presentavo in aula con le occhiaie”. E sebbene abbia anche provato a parlare di questa situazione con i professori, “fu tutto inutile”.

Giornata tipo

Marco Brocca, hikikomori intervista
Marco Brocca durante l’intervista sugli hikikomori per la Rai (fotogramma tratto dal video)

La giornata tipo di Marco è fatta all’incirca della medesima routine. “Sto al pc dalle 10 alle 23. Mi fermo solo per cucinarmi qualcosa, a volte alle 17 anziché alle 13. Mi corico all’1 o 2 di notte, senza spegnere il computer. Se non riesco a dormire, torno a usarlo”, ha spiegato il ragazzo, che grazie a Internet riesce comunque a lavorare. “Alleno patiti dell’e-sport di tutto il mondo, che vogliono diventare campioni di Overwatch o di Valorant [due noti videogiochi ndr]”, ha sottolineato. Ed è quindi organizzando tornei e offrendo consulenze a 10 euro l’ora “per chi vuole perfezionarsi nel combattimento”, che marco riesce anche a guadagnare 400 euro al mese – se tutto va bene.


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Ma i contatti con l’esterno, quelli reali, sono veramente limitati. Marco ha raccontato di essere andato l’ultima volta in vacanza all’età di 11 anni, “con mia madre e mia sorella, a Jesolo”. Mette fuori la testa soltanto per prepararsi da mangiare, quando la madre Patrizia, (infermiera al Servizio di emergenza 118) e la sorella di 18 anni non ci sono. “I primi tre anni furono di clausura completa. Adesso incontro qualche amico, una volta al mese. Esco unicamente per le visite mediche”.


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Piccoli passi avanti

Grazie all’aiuto di Marco Crepaldi, fondatore e presidente di Hikikomori Italia, Marco è però riuscito nel tempo a compiere qualche piccolo passo avanti. “Non sapevo che esistesse un’associazione così, credevo d’essere l’unico afflitto da questa sindrome. È stato un amico ad aprirmi gli occhi: ‘Secondo me, tu sei un hikikomori’. Tornato a casa, mi sono messo a cercare sul web”, ha spiegato Marco nell’intervista, mentre raccontava di essersi rincuorato dopo una scoperta del genre.

“Ho provato sollievo, non mi sono più sentito solo. Ho scoperto che almeno 100.000 italiani soffrono il mio stesso disturbo. Però ci ho messo cinque mesi prima di decidermi a scrivere a Crepaldi. È merito suo se sono uscito di casa per incontrarlo a Milano. Mi ha segnalato alla psicologa Giovanna Borsetto per una terapia, iniziata via Skype e proseguita di persona a Mestre”. Un percorso, questo, fatto quindi di piccoli traguardi, in grado di ammortizzare il peso del mondo là fuori. Perché è quello a turbare il giovane: un mondo in cui vieni “minimizzato a formica”, in cui “vali solo per il tuo lavoro, per quanto riesci a vendere di te stesso”.

E a chi rischia di finire come lui, di precipitare “in questo gorgo”, Marco prova a dare qualche consiglio. “All’inizio non sei conscio di caderci dentro. Poi diventi un vegetale che cammina e ti autodifendi chiudendoti a riccio. Il malessere non si cronicizza solo se la famiglia ti accetta e ti aiuta”. In questo senso, allora, l’associazione di Marco Crepaldi sta riuscendo proprio in quel punto fondamentale, quello dove purtroppo hanno fallito sia la scuola che la sua famiglia: a non lasciarlo solo, a non abbandonarlo a se stesso.