‘Ndrangheta, maxi operazione della Dia: sequestrati 13 milioni di beni

ULTIMO AGGIORNAMENTO 8:11

Coinvolte otto società con sede in Lombardia e nella Locride, i soldi dell’ndrangheta riciclati al nord Italia e all’estero.

Dia operazione

Otto società sono state sequestrate dalla Dia su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Il provvedimento di sequestro preventivo ha riguardato le quote e il patrimonio aziendale di tre società con sede a Milano, una a Vimercate, in provincia di Monza e Brianza, e quattro nella Locride. Sequestrati beni immobili, beni mobili e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di oltre 13 milioni di euro, ritenuti riconducibili a 7 indagati, la maggior parte dei quali residenti o comunque originari di Bianco e Africo, oltre ad un imprenditore lombardo. Il sequestro preventivo eseguito dagli uomini del capocentro di Reggio, il colonnello Massimo Chiappetta, è il risultato di una complessa e articolata attività d’indagine coordinata dal procuratore Giovanni Bombardieri e dal sostituto procuratore della Dda Stefano Musolino. Si tratta del seguito dell’operazione Martingala, per la quale tre indagati sono stati rinviati a giudizio per associazione a delinquere aggravata dalle finalità mafiose.


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Gli accertamenti della Dia hanno consentito di appurare come alcuni soggetti avrebbero gestito numerose società di comodo, allocate in Italia e all’estero, attraverso il transito di flussi finanziari, giustificati da apparenti rapporti commerciali, attestati da falsa documentazione contabile, fiscale e di trasporto. Questo sistema, il cosiddetto metodo ‘frodi carosello’, generalmente utilizzato per la frode dell’iva infracomunitaria, è stato adoperato secondo le indagini al fine di occultare l’immissione dei capitali illeciti nel circuito criminale. In questo modo il sodalizio avrebbe mascherato innumerevoli trasferimenti di denaro da e verso l’estero, funzionali alla realizzazione di molteplici condotte delittuose, in primis l’autoriciclaggio. Gli indagati agivano secondo le indagini come una società di servizi: ai medesimi faceva costantemente riferimento un imprenditore milanese che riceveva numerosi bonifici a titolo di pagamenti di transazioni commerciali risultate fittizie.