Coronavirus, perché il Governo non è pronto per la seconda ondata

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:57

La curva dei contagi continua a crescere e il Governo si mostra sempre più impreparato per affrontare la seconda ondata di coronavirus.

Coronavirus, perché il Governo non è pronto per la seconda ondata
Dataroom della Fondazione Gimbe. Credit: coronavirus.gimbe.org

Tre mesi. È stato questo il tempo a disposizione del Governo per prepararsi alla seconda ondata di coronavirus. Tutta l’estate: giugno, luglio e agosto. Eppure solo ora che i contagi hanno ricominciato a crescere vertiginosamente è chiaro che l’esecutivo non è pronto. Nessuno degli strumenti utili per evitare la diffusione del virus è funzionante: dall’app Immuni non attiva in diverse regioni, al distanziamento sociale impossibile nei mezzi di trasporto pubblici, passando per la mancata attivazione delle nuove terapie intensive.

Il Governo si muove in ritardo rispetto al virus

Le continue comunicazioni della politica nelle ultime settimane non fa altro che confondere e allarmare i cittadini, mentre il Governo sembra muoversi in ritardo e troppo lentamente per frenare la pandemia. Una sola cosa è certa: l’unica strategia adottata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per gestire questa seconda ondata, è evitare a tutti i costi un nuovo lockdown generalizzato. Eppure, misura restrittiva dopo misura restrittiva, la quarantena sembra sempre più vicina.

A spiegarne il motivo, oltre all’evidente impennata dei contagi e al panico dimostrato da alcuni virologi ed esperti, è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe. “La necessità di emanare due Dpcm in una settimana conferma che il contenimento della seconda ondata viene affidato alla valutazione dei numeri del giorno con la progressiva introduzione di misure troppo deboli per piegare una curva dei contagi in vertiginosa ascesa”, ha scritto Cartabellotta in un comunicato stampa.

Il bollettino non rispecchia il vero numero dei contagi giornalieri

L’inutilità delle misure restrittive emanate negli ultimi giorni, secondo la Fondazione, dipende da diversi fattori. Innanzitutto i numeri riportati quotidianamente dal bollettino della Protezione Civile non rispecchiano affatto i casi del giorno perché dal contagio alla notifica intercorre un ritardo medio di 15 giorni. Questo perché il tempo medio tra contagio e comparsa dei sintomi è di 5 giorni, la comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione Civile non avviene in tempo reale e infine, stando ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, passano in media 3 giorni dalla comparsa dei sintomi in una persona alla diagnosi di positività.

Coronavirus, perché il Governo non è pronto per la seconda ondata
Analisi della Fondazione Gimbe. Credit: coronavirus.gimbe.org

La curva dei contagi segue un trend esponenziale

Un altro fattore preoccupante è il trend esponenziale della curva dei contagi. In una settimana – dal 13 al 19 ottobre – il rapporto tra il numero di casi testati e quelli risultati positivi è cresciuto dal 6,4 per cento al 10,4 per cento. A incrementare la diffusione del virus c’è un sistema di tracciamento che fa acqua, aumentando la probabilità di sottostimare i casi. Oltre al fatto che l’espansione del bacino di asintomatici non isolati accelera ulteriormente la diffusione del contagio. Per questo, secondo la Gimbe, gli  effetti delle misure restrittive, non valutabili prima di 2 o 3 settimane, “saranno verosimilmente neutralizzati dal trend di crescita della curva epidemica”.

“Non essere riusciti a prevenire la risalita della curva epidemica quando avevamo un grande vantaggio sul virus – spiega ancora Cartabellotta – oggi impone la necessità di misure di contenimento in grado di anticipare il virus. Tali misure devono essere pianificate su modelli predittivi ad almeno 2-3 settimane, perché la “non strategia” di inseguire i numeri del giorno con uno stillicidio di Dpcm che, settimana dopo settimana, impongono la continua necessità di riorganizzarsi su vari fronti, spingerà inevitabilmente il Paese proprio verso quel nuovo lockdown che nessuno vuole e che non possiamo permetterci”.

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I rischi di una cattiva comunicazione

Ulteriore errore del Governo è il mancato allineamento tra le misure dei due Dpcm e i provvedimenti illustrati nella circolare del 12 ottobre del Ministero della Salute, in cui sono delineati quattro scenari di evoluzione dell’epidemia in relazione a diversi livelli di rischio accompagnati da relative misure da attuare nei vari settori. Al momento diverse Regioni sono nella fase di rischio “alto/molto alto”, eppure non vi sono state introdotte le misure raccomandate nel documento, né sono state prese in considerazione nei decreti del presidente del Consiglio.

E se la comunicazione è difettosa all’interno dello stesso Governo, non può certo essere migliore la sintonia tra esecutivo, Regioni ed Enti locali. Così come non si è lavorato abbastanza, secondo Cartabellotta, sulla “massima aderenza della popolazione ai comportamenti raccomandati” e sul “potenziamento dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri”. Tanto che recentemente il commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, ha accusato le Regioni di non aver ancora attivato 1.600 nuovi posti di terapia intensiva che potrebbero rivelarsi presto necessari.