Cosa non aiuta Trump: il ruolo della stampa nelle elezioni americane

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:54

Le ultime rivelazioni del New York Times gettano nuove ombre sul ruolo di Trump e i suoi rapporti con la Cina. Il Presidente, secondo il quotidiano di New York, avrebbe diverse attività di business in Cina. La guerra aperta tra Trump e i giornalisti non è cosa nuova; ma la stampa, anche questa volta, sta giocando la partita. 

Si sta per scrivere un’altra pagina di storia, in America. Lì, oltreoceano, tra qualche giorno sarà l’election day. E, come fa notare Massimo Giannini, direttore de La Stampa, da queste elezioni dipendono gli equilibri dell’intero pianeta. Gli equilibri economici, politici, sociali, ecologici e sanitari dell’intero cosmo sono legati al prossimo 3 novembre, all’esito delle elezioni americane che vedranno trionfare – di nuovo – Donald Trump; oppure, il suo avversario Biden definito dal primo il “peggior candidato della storia”. Ciò che è certo, è che l’evento è attesissimo e la campagna elettorale, nonostante il Covid, è andata avanti trascinandosi le euforie e i malcontenti di un pianeta intero che, col fiato sospeso, seguono ciò che accade dall’altra parte dell’oceano.

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Cosa dicono quindi i sondaggi, a 18 giorni dal voto? A livello nazionale, il candidato Biden è avanti di oltre dieci punti. Anche a livello dei singoli stati, decisivo per le elezioni, è dato in vantaggio tanto da superare la fatidica soglia dei 270 delegati del collegio elettorale, che permette di diventare presidente. E’ quindi meno probabile che Donald Trump non possa vincere, ma non è impossibile. Già altre volte, i sondaggi avevano dato per perdente il Repubblicano salvo poi doversi ricredere. Secondo le previsioni del FiveThirtyEight, Trump ha circa una possibilità su 10 di recuperare ed essere confermato presidente. A fronte di sondaggi poco affidabili – quelli americani hanno un margine di errore ampio – alcuni Stati potrebbero cambiare le carte in tavola. A partire dal Texas, che assegna 38 delegati e che non vota Democratico dal 1976, e in cui però secondo certi sondaggi una vittoria di Biden è entro il margine di errore. Ma anche Pennsylvania, Michigan, Minnesota, Wisconsin, Nevada e Arizona sono un punto di domanda, mentre gli altri Stati lasciano meno dubbio.

Ciò che non aiuta Trump

Non ha giocato a favore di Donald Trump la gestione della pandemia. Secondo un sondaggio dell’ABC News/ Washington Post di luglio, sei americani su dieci non si fidano di Trump per come ha gestito l’emergenza Coronavirus. Il 64% della popolazione Usa disapprova il lavoro del presidente, a fronte di un 38% che invece lo approva. Nel mesed di marzo, l’approvazione era al 51%. Colpa, forse, dell’aver sottovalutato l’emergenza pandemica; delle frasi ad effetto e sminuenti; delle fosse comuni per i decessi da Covid.Per gli americani, insomma, conta più controllare la diffusione del virus rispetto a rimettere in moto l’economia, un punto su cui invece Trump non ha mostrato segni di cedimento.

E, tra l’altro, l’ultimo attacco di Obama non fa che riaprire la questione. In un comizio a Philadelphia, l’ex presidente Usa si è schierato a sostegno di Joe Biden accusando l’attuale capo della Casa Bianca di aver messo in pericolo il Paese. “Incapace di prendere sul serio il lavoro, tratta la presidenza come un reality show, comportandosi ogni giorno come uno zio pazzo”, ha detto Obama sottolineando che, otto mesi dopo questa pandemia, i casi stanno di nuovo aumentando. “Ma Trump non proteggerà improvvisamente tutti noi. Non può nemmeno fare i passi fondamentali per proteggere se stesso”, ha proseguito. E ha poi rincarato la dose, parlando di “incompetenza e disinformazione”.

Il ruolo della stampa

Un peso determinante, nelle elezioni americane, è la stampa. Certo, anche in Italia l’opinione pubblica viene influenzata dai mass media, ma l’America è quel posto in cui la stampa muove i fili del gioco. Donald Trump ha ultimamente attaccato Biden, accusando il figlio Hunter di aver aperto un conto bancario con un uomo d’affari cinese. Una prova, secondo i conservatori, del fatto che Biden sarebbe in combutta con la Cina, il grande nemico di Trump. Ma le accuse sono state come un boomerang, visto che il New York Times ha tirato fuori degli affari di Donald proprio a Pechino. “The Donald” avrebbe infatti in Cina un conto corrente che dal 2013 al 2015 ha pagato al governo cinese 188.561 dollari. Negli stessi anni, sempre secondo il New York Times, la spalla destra di Trump avrebbe dato al governo americano pochi spiccioli, tanto da arrivare a “10 anni senza pagare tasse”. 

Insomma, rivelazioni del quotidiano di New York non ricamano un’immagine pulita di Trump e l’inchiesta del Nyt non fa altro che incrinare a suo sfavore l’opinione pubblica. Ma c’è di più, perché i conti all’estero del presidente americano non compaiono nelle comunicazioni finanziarie pubbliche dove sono elencati i suoi beni personali, in quanto sotto il nome di una società e non di un singolo individuo. I registri delle tasse non includono dettagli su quanto denaro possa essere passato attraverso i conti all’estero, “anche se l’Internal Revenue Service (l’agenzia americana del fisco) richiede a tutti di segnalare la parte del loro reddito derivante da attività in altri paesi“, fa notare La Repubblica. Si tratta insomma di rivelazioni che possono scalfire la corsa di Trump in vista del prossimo 3 novembre.

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“Giornalisti, i nemici del popolo”

Prosegue quindi una guerra non certo nuovo, ma apertissima. La stampa da un lato, Trump dall’altro. I giornalisti, ” i nemici del popolo” e creatori di fake news – secondo il Presidente americano – di fatto giocano la partita molto più di quanto si voglia credere. Le battaglie in America, più che in Italia, vanno ancora avanti a colpi di stampa. Una stampa che è viva, a tratti molto più di quella italiana. Il risultato, in questo gioco tra le parti, è che la stampa fa da traino all’opinion publique. Ed è lei, sempre lei, che decide le elezioni. La questione, oltreoceano, ha tra l’altro assunto i caratteri di una rivendicazione della libertà di stampa.
L’ambiente ostile per i giornalisti negli Stati Uniti, sicuramente rafforzato dalle azioni e dalle prese di posizione di Trump, è una minaccia diretta ai diritti del Primo Emendamento degli americani. E idilliaci non sono neanche i rapporto con Twitter e i social media. Questi gli remano contro, e l’unica speranza, per Trump, è un effetto boomerang…