Il paradosso Raffaele Sollecito, assolto ma senza risarcimento: “Sono sul lastrico”

Raffaele Sollecito è stato assolto per l’omicidio della giovane Meredith Kercher. Nel 2017 gli viene negato il risarcimento per ingiusta detenzione. Ai microfoni di Ogni Mattina il 15 ottobre avrebbe commentato il mancato risarcimento: “Sono sul lastrico. Ho 1,2 milioni di debito. Ho passato quattro anni in carcere. Hanno completamente distrutto la mia immagine”. Ma è giusta questa assoluzione a metà? E soprattutto, lo stato non dovrebbe prendersi la responsabilità dell’assoluzione risarcendo Sollecito?

sollecito - meteoweek.com

Cosa è successo a Raffaele Sollecito dopo l’assoluzione per l’omicidio della giovane inglese Meredith Kercher? A spiegarlo è direttamente lui, il 15 ottobre, ai microfoni di Ogni Mattina, su Tv8: “Il processo è durato quasi 8 anni, mi è costato più di un milione e 200mila euro. Io ho passato 4 anni in carcere, di cui sei mesi in isolamento”. Una situazione peggiorata dalle dichiarazioni contraddittorie di Sollecito, che avrebbero alimentato il sospetto di un suo coinvolgimento e che avrebbero portato a i giudici a negare un risarcimento. Su questo Sollecito commenta: “Il giudice ha avuto modo di valutare tutte le carte, quando ho fatto le dichiarazioni contraddittorie ero senza avvocato. Quindi accusarmi perché ero un ragazzo di 23 anni spaesato, in una situazione del genere, è un pretesto assurdo”. Al termine degli 8 anni di processo, l’assoluzione. Ma ora? “I media hanno creduto alla Procura e in questo modo hanno distrutto completamente la mia immagine, anche la mia famiglia ne ha risentito, sono stati anni difficili e tragici, sono stato dipinto come un mostro sanguinario. Me ne hanno dette di tutti i colori, gli atti erano un collage di disastri investigativi, che oltretutto la Cassazione ha ribadito. Sì, mi hanno assolto, ma dopo mi hanno lasciato a me stesso come se fosse tutto ok”.


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Un passo indietro

Raffaele Sollecito, 23 anni: il 6 novembre 2007 entra in carcere per uscire il 3 ottobre 2011. Il ragazzo, accusato insieme ad Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher, si fa quattro anni di carcere e cinque gradi di giudizio, fino all’assoluzione della Corte di Cassazione del 27 marzo 2015 per “non aver commesso il fatto”. Nel frattempo, attorno alla sua figura si è creato uno stigma sociale: Raffaele Sollecito per l’opinione pubblica resta colpevole. Un processo complesso, che ha lasciato aperti molti dubbi, le cui indagini sono state condotte in maniera spesso lacunosa, un processo che non si fa forte di prove inconfutabili, questo è vero. A confermarlo è la stessa nota della Cassazione al momento dell’assoluzione: ci si è trovati davanti “un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o ‘amnesie’ investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine”. Al netto di questo, però, ora è necessario decidere se trattare il caso in maniera mediatica, o se affidarsi al giudizio dei giudici. E quel giudizio l’ha assolto. In uno stato civile, in genere, non è la gogna mediatica ad attribuire pene.

L’assoluzione a metà

Eppure, Sollecito ora si trova fuori dal carcere, ma la sua pena continua, anche se in maniera indiretta: nel 2017 gli viene negato il risarcimento per ingiusta detenzione. Questo perché è stato assolto ma a metà. Innocente ma senza risarcimento. E, secondo Sollecito, il mancato risarcimento non sarebbe altro che un riflesso di “una scia popolare” seguita dallo stato. Stando al parere dei giudici, sarebbe stato lui ad indurre in errore gli investigatori con le sue dichiarazioni contradditorie. Più nello specifico, la sentenza della Cassazione del 28 giugno scorso afferma che il mancato risarcimento è dovuto al fatto che Sollecito fornì “affermazioni menzognere e contraddittorie“. Dichiarazioni che hanno “trovato smentite puntuali sotto ogni aspetto”. Questo rafforza “la prospettiva del suo coinvolgimento”. A quel punto Sollecito avrebbe deciso di far causa ad alcuni magistrati al centro della sua accusa e condanna, chiedendo oltre tre milioni di euro. La richiesta si faceva forza della legge sulla responsabilità civile dei togati che prevede cause “per dolo o colpa grave”. Il Tribunale di Genova avrebbe respinto, più di un mese fa, la richiesta. Insomma, Sollecito sarebbe stato giudicato innocente riguardo l’omicidio ma colpevole per i suoi atteggiamenti durante il processo. Una zona grigia nella quale lo stato prima condanna al carcere un 23enne e poi non si assume del tutto la responsabilità della sentenza sulla sua assoluzione.


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“Lo stato sta seguendo la scia della credenza popolare”

Rilasciando un’intervista al Riformista, Sollecito aveva commentato questo punto: “Gli avvocati che mi seguono in questo procedimento, Antonio e Valerio Ciccariello, faranno appello contro questa decisione del Tribunale di Genova. Lo Stato sta semplicemente seguendo la scia della credenza popolare: nella nostra cultura c’è purtroppo sempre l’idea che se vieni accusato qualcosa sicuramente hai fatto, anche se poi vieni assolto. Se non trovano le prove è solo perché sei stato bravo a nasconderle. Questo pregiudizio è alimentato sicuramente dai media che pubblicizzano le prove dell’accusa in maniera tendenziosa a favore di chi sta conducendo le indagini”. Sul mancato risarcimento Sollecito aveva già fatto notare: “Si tratta di un altro paradosso assurdo delle nostre leggi. Addirittura sul risarcimento per ingiusta detenzione viene chiamata a decidere la stessa Corte di Appello, anche se una sezione diversa, che mi aveva precedentemente condannato. Quei giudici tra le righe arrivano a dire che io non sarei dovuto essere assolto”.