Twitter blocca per sempre l’account di Trump. Difesa della democrazia o censura?

Infine Twitter prese la decisione definitiva: nella notte tra venerdì e sabato ha deciso di “sospendere in maniera permanente” l’account personale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La decisione viene annunciata in un comunicato stampa, dopo la sospensione di 12 ore. Al centro del provvedimento definitivo, due tweet di Trump, considerati incoraggiamento alla violenza. Una decisione storica, sulla quale è necessario riflettere.

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MeteoWeek.com (da Getty Images)

E’ giunta nella notte tra venerdì e sabato la clamorosa decisione di Twitter: “sospendere in maniera permanente” l’account personale del presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump. Una storia di amore e odio, quella che ha coinvolto Trump e la piattaforma. Da un lato il periodo della presidenza Trump è stato segnato dal larghissimo successo di Trump su Twitter, che gli ha consentito di crearsi un suo uditorio personale soprattutto a seguito del suo allontanamento dalle tv nazionali (compresa la sempre clemente Fox News). Prima della sua rimozione, infatti, l’account personale di Trump aveva raggiunto circa 88 milioni di follower. Un canale diretto con l’elettorato che ha consolidato il suo consenso ma che, spesso, gli ha consentito di diffondere falsità senza contraddittorio. Dall’altro lato, sono stati sempre più progressivi i provvedimenti di Twitter per arginare le fake news diffuse da Trump: l’azienda già a maggio aveva iniziato a segnalare tweet che contenevano falsità. In questo momento delicato, Twitter si è spinto a censurare anche quello che viene considerato incitamento all’odio. Anche Facebook avrebbe optato per la chiusura dell’account personale di Trump, almeno fino alla fine del suo mandato, il 20 gennaio. Twitter, invece, dopo aver sospeso Trump per 12 ore a seguito di tweet che – di fatto – non condannavanol’attacco al Capitol Hill, ha ora optato per la decisione più drastica, scatenata da due tweet del presidente.

I due tweet

La società avrebbe da subito spiegato il perché del ban: “Le persone in posizioni di potere non possono considerarsi al di sopra delle regole” e non possono usare questo Social “per incitare alla violenza“. A far scattare la scintilla definitiva, innanzitutto un tweet dell’8 gennaio 2021 che afferma: “75 milioni di Patrioti americani che hanno votato per me… avranno una voce da gigante nel futuro. Nessuno mancherà loro di rispetto, né saranno trattati ingiustamente in alcun modo, misura o forma“. Poi il secondo, poco dopo: “Per tutti coloro che me lo hanno chiesto: non andrò all’Inaugurazione del 20 gennaio“. Frasi che Twitter ha percepito come “un incitamento a commettere atti violenti, soprattutto se inserite in questo contesto specifico, in un momento tanto delicato per la democrazia americana. Ma qual è stata, nello specifico, la spiegazione fornita da Twitter?

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I cinque punti di Twitter

Sono 5 i punti con con Twitter giustifica la sua posizione. Il primo riguarda l’assenza del presidente Trump all’Inaugurazione della presidenza Biden: “Questo è stato interpretato da molti suoi sostenitori come un’ulteriore conferma che le elezioni non sono state legittime“, soprattutto considerando che Trump aveva promesso “un’ordinata transizione. In secondo luogo: “L’annuncio che il presidente non parteciperà può servire da incoraggiamento per coloro che stanno considerando la possibilità di commettere azioni violente a Capitol Hill”. In terzo luogo: “Le parole ‘American Patriots’ usate per descrivere alcuni dei suoi sostenitori è interpretata come un sostegno per coloro che hanno commesso atti violenti“. Insomma, alcuni di loro non sono patrioti ma terroristi, e Trump dovrebbe ribadirlo. Oltretutto – ma questo non lo dice Twitter – non di rado nella cultura americana il termine “patriota” viene associato alle frange più estremiste di destra. Il quinto punto estende il discorso e alza il livello di allarme: “I piani per future proteste armate stanno già proliferando dentro e fuori Twitter, compreso un secondo attacco al Congresso e ad altri edifici pubblici per il 17 gennaio 2021“.

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Una scelta controversa

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MeteoWeek.com (da Getty Images)

Quello sulla legittimità della censura è un discorso ampissimo e di lunga data, che travalica la decisione di Twitter. Ed è una grande questione legata a doppio filo a un’altra questione: la democrazia deve utilizzare metodi democratici anche nei confronti delle istanze anti-democratiche? La linea che Twitter ha assunto è la stessa, ad esempio, della Costituzione italiana: è consentita la libertà di espressione a chiunque non minacci i principi democratici del Paese. Il problema è che Twitter non è la democrazia, non è lo stato, non è neanche un giornale: è un’azienda privata. Un’altra domanda si interseca dunque con questa linea di principio (sulla quale possiamo essere tutti pacificamente d’accordo): è giusto che un’azienda privata si arroghi il diritto di esercitare questo controllo? Con la decisione presa attualmente da Twitter, seppur con buone intenzioni, si apre un precedente storico senza precedenti: un’azienda privata decide come e quando silenziare un personaggio pubblico (un presidente degli Stati Uniti addirittura) contrario ai propri principi. Al momento la censura è favorevole ai democratici, alle fasce più moderate, e deve giustamente fungere da scudo per difendere una democrazia fragilissima. Ma sarà sempre così? Se a un certo punto, per un qualche motivo, l’azienda dovesse decidere di coprire altri interessi, potrebbe benissimo esercitare un’altra volta un potere che ha già esercitato nelle prove generali, e con fini meno nobili.

D’altra parte, un’azienda privata è un’azienda privata, e un Paese capitalista come gli Stati Uniti non può non prendere in considerazione questo principio. Qualsiasi impresa ha il diritto di decidere chi accogliere e chi non accogliere al suo interno, ha il diritto di dettare una linea manifestamente schierata se necessario. Perché non dovrebbe farlo Twitter? Il vero problema allora non è tanto la decisione presa di Twitter, ma il monopolio del social, affiancato da altre grandi piattaforme come Facebook e Instagram che però sembrano prendere la stessa direzione. Così il presidente degli Stati Uniti legittimamente eletto – escluso dalle grandi piattaforme – si ritrova silenziato.

D’altronde, però, come spiegano molti commentatori, il presidente potrebbe trovare benissimo altri megafoni per farsi ascoltare, così come è sempre stato fatto prima dell’arrivo dei social. I media classici, Tv e giornali (che sono i canali deputati al controllo delle informazioni) sono ancora a disposizione. Questo però produrrebbe una concorrenza sleale rispetto ai rappresentanti politici che, invece, hanno accesso anche ai social. Inoltre, la censura ha una gamma di azione vastissima, che meriterebbe un discorso a parte: si va dalla censura di quelle che sono manifestamente fake news alla censura di ciò che viene percepito come inappropriato. Ma quando entra in gioco la percezione, entra in gioco anche l’arbitrarietà del provvedimento preso, un’arbitrarietà che può diventare molto pericolosa.

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Scenari futuri

Insomma, i pro e contro dell’intera faccenda sono molteplici, e ora sarà necessario trovare un accordo senza precedenti tra la necessità di controllare ed eliminare le fake news e la necessità di garantire la libertà di opinione. Probabilmente, questa situazione per un po’ porterà a una trasmigrazione di utenti da un social all’altro: se Twitter ha assunto una posizione in difesa del partito democratico, Parler sembra avere regole di moderazione molto più blande. Tant’è che gran parte dell’alt-right ha già abbandonato i social tradizionali per confluire su Parler. In sostanza, forse ogni azienda assumerà un suo connotato politico più marcato a seconda delle policy adottate, e quel monopolio di cui prima potrebbe essere pian piano ridimensionato in una molteplicità di offerte. Il problema però è che questa evoluzione rischierà di alimentare ulteriormente la bolla nella quale si sono già alimentate le teorie complottiste come Qanon, accrescendo l’incomunicabilità tra le due americhe e, quindi, radicalizzando. Ma il vero grande problema dietro tutto questo è un altro, al netto di pro e contro, al netto di scenari futuri: davvero la democrazia ha arretrato così tanto da aver bisogno di un’azienda privata per difendersi dalle minacce che essa stessa ha partorito?