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La crisi è aperta sul serio, stavolta: ma è solo tutta colpa di Renzi?

Matteo renzi ritira i ministri e apre formalmente la crisi: le opposizioni chiedono le dimissioni, ma c’è anche una ipotesi Franceschini.

Tanto tuonò che piovve: Matteo Renzi ha dato seguito alle sue minacce ed ha ritirato le due ministre Bellanova e Bonetti, aprendo in maniera formale la crisi di governo. Non c’è più una maggioranza, o almeno quella che fino ad oggi ha garantito l’esistenza del governo Conte II. Immediatamente dopo la dichiarazione di Renzi in conferenza stampa sono partite le prime dichiarazioni, dalla maggioranza come dall’opposizione. Attacchi a Renzi ed alla sua irresponsabilità istituzionale (così percepita ovviamente da Movimento 5 Stelle e Partito Democratico), richieste di tornare al voto (da parte del centro destra), generici appelli alla responsabilità. O ai “responsabili”, che garantiscano ossigeno ad un governo oggettivamente alla canna del gas. Ma lo sguardo di chi si occupa di politica deve essere necessariamente in rado di spaziare, e guardando la situazione dall’alto bisogna onestamente ammettere che la responsabilità non è tutta da attribuire alla voglia di protagonismo di Matteo Renzi. 

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Questo governo, ed in particolare chi lo guida, ha le sue responsabilità: Giuseppe Conte, prima di attaccare, dovrebbe ragionare sulle mancanze macroscopiche e sugli errori collezionati in questo drammatico anno. Un governo improvvisato, nato dall’errore clamoroso e marchiano di Matteo Salvini ai tempi del “Papeete”, si è trovato improvvisamente a gestire una delle fasi più delicate della storia della Repubblica. E se i primi mesi, il lockdown di marzo ed aprile, la disperata corsa contro il tempo per fermare il virus avevano registrato un consenso ampio nei confronti dell’avvocato scopertosi statista, da giugno in poi i nodi sono venuti al pettine, mostrando una mancanza di visione politica inquietante.

Prima le casse integrazione che non arrivavano, poi le aperture incontrollate dell’estate, e poi ancora il caos scuola, i trasporti, il piano-tamponi ed il contact tracing saltati. Poi ancora la politica delle chiusure come unica soluzione, i ristori che latitano, le promesse dei posti letto e delle assunzioni in sanità mantenute solo in parte. Per poi arrivare a Natale: tutti fuori per lo shopping, con assembramenti impressionanti in tutta Italia, e poi tutti rinchiusi per tre settimane, per la disperazione di ristoratori e commercianti. Zone rosse, gialle, arancioni, di nuovo rosse, no gialle, anzi arancioni. Un caos in cui gli italiani hanno faticato ad orientarsi tra paura, disperazione, incertezza. Per non parlare dell’incertezza mostrata nel programmare la gestione del Recovery Fund: una occasione irripetibile per il paese che andrebbe gestita in maniera più decisa, più trasparente, più organizzata.

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Siamo il paese con più morti per Covid in Europa, uno dei primi al mondo. Abbiamo assistito ad una mezza Caporetto della sanità, evitata solo dall’abnegazione e dal sacrificio del personale sanitario. Ci si aspettava una ampia riflessione, un atto di indirizzo, l’espressione di una visione in materia sanitaria: sono arrivate tante parole e pochi fatti. Serviva velocità, coraggio, determinazione: l’impressione che è arrivata dal governo invece era di incertezza, confusione, pensiero debole. Adesso la crisi: raccontata come inattesa, inspiegabile, ingiustificata. Ora tutto è possibile: rimpasto, cambio di premier (si parla di Franceschini), cambio di maggioranza, intervento di un gruppo di “responsabili” a sostegno del governo. Forse è vero che Renzi è mosso principalmente dal desiderio di protagonismo: ha già dimostrato di gestire male questo tipo di debolezza caratteriale. Ma i motivi per mettere in discussione l’esecutivo, e chi lo guida, a prescindere da Renzi ci sono tutti.