Covid, INAIL potrebbe non risarcire chi non si vaccina

L’INAIL sembrerebbe sempre più orientata a non riconoscere il risarcimento a chi decide di non vaccinarsi in caso di contagio sul luogo di lavoro.

È partito tutto da una segnalazione fatta dal Direttore dell’Ospedale San Martino di Genova all’INAIL dopo che quindici infermieri che si sono rifiutati di vaccinarsi, sono risultati positivi al Covid. Il quesito posto è i quindici infermieri «devono essere considerati in malattia? O considerati inidonei alla loro attività professionale?». A tal proposito l’istruttoria dell’INAIL sembra essere ancora agli inizi. La strada che si vuole intraprendere, però, sembra essere chiara. Sembrerebbe, infatti, che in questo caso il contagio nonpossa rientrare nella definizione di «infortunio sul lavoro».

Quali sono le categorie a rischio?

Nel mese di gennaio, i casi di contagio avvenuti sul posto di lavoro segnalati all’INAIL sono stati 147 mila, ovvero il 5% del totale. Le morti denunciate, invece, sono 461. In questi casi, se la denuncia risulta essere fondata, sono previsti degli indennizzi per infortunio sul lavoro. La categoria più colpita, come dimostrato dai dati raccolti, è quella sanitaria. E il 39,2% delle denunce sono arrivate proprio dai tecnici della salute, dunque anche dagli infermieri. Anche e sopratutto per questo motivo, trattandosi di una delle categorie più esposte al Covid-19, si è deciso di iniziare la campagna di vaccinazione da loro. Ma, se un infermiere decide di non vaccinarsi (il vaccino, ricordiamo, non è obbligatorio) si può parlare di infortunio sul lavoro? Sono state avanzate diverse ipotesi.

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Questione “privacy”

«La soluzione migliore sarebbe una legge sull’obbligo di vaccinazione almeno per alcune categorie» afferma Cesare Damiano, l’ex Ministro del Lavoro. Scelta che è stata scartata per timore che potesse rivelarsi controproducente. «A mio giudizio, è logico che chi decide di non vaccinarsi e svolge una mansione a rischio poi non possa chiedere il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro» continua Damiano. «Anzi – aggiunge – dovrebbe essere messo nelle condizioni di non essere un pericolo per sé e per gli altri, evitando il licenziamento, ma svolgendo mansioni che non hanno contatto con il pubblico». Subentra, però, a questo punto il problema della privacy. Come confermato dal Garante della Privacy, il datore di lavoro non può chiedere ai propri dipendenti se si sono vaccinati o no.

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Nel caso del settore sanitario, la situazione è diversa. Solo il medico competente, in questo caso, «può trattare i dati relativi alla vaccinazione dei dipendenti e tenerne conto in sede di valutazione dell’idoneità alla mansione specifica». Si tratta dunque di una situazione ancora tutta da definire e che terrà gli addetti ai lavori impegnati per i prossimi mesi.