Vaccini, una sfida che sta perdendo anche l’Europa

La lentezza del piano vaccinale potrebbe non riguardare soltanto l’Italia, ma anche l’Europa che, nella corsa ai vaccini, resta indietro.

Quella dei vaccini è una sfida che l’Europa non può perdere. Eppure, nonostante gli sforzi e le premesse, l’Unione Europea è visibilmente indietro rispetto agli Stati Uniti e al Regno Unito. Gli Usa, con Joe Biden alla guida, superava già qualche giorno fa le 50 milioni di dosi di vaccini anti Covid. E non è un caso se, per la prima volta in 100 giorni, gli Stati Uniti hanno registrato meno di 100mila nuovi casi di coronavirus. Nel dettaglio, secondo i dati della Johns Hopkins University, le dosi somministrate sono 50.641.884, pari a circa il 72% delle 69.883.625 dosi distribuite finora nel Paese. Anche la Gran Bretagna vola sulle vaccinazioni, avendo già vaccinato oltre 15 milioni di persone. 

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Numeri che l’Italia non vede e non vedrà in tempi brevi. Di questo passo, l’immunità di gregge è un obiettivo molto più che lontano. Ma il problema non riguarda solo il nostro Paese perché anche l’Europa fatica a star dietro alla corsa ai vaccini, a causa dei ritardi e delle forniture inferiori al previsto da parte dei produttori di vaccini che hanno rallentato il piano vaccinale. L’approccio seguito dalla Commissione Europea potrebbe non aver funzionato. L’Ue ha puntato al “risparmio”, procedendo in modo più cauto e cercando di venire incontro alla necessità di mettere d’accordo i governi di 27 paesi. L’obbiettivo era raggiungere un unico sistema di prenotazione, con l’ acquisto dei vaccini con a capo la Commissione Europea. Una soluzione che punta all’unione e alla coesione, ma forse poco funzionale. Certamente, ciò ha evitato che i paesi più piccoli rimanessero senza vaccini, subendo la concorrenza dei più grandi e attrezzati.

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Lentezza e risparmio

Quando i Paesi avevano iniziato a trattare per l’acquisto dei vaccini, la burocrazia e i regolamenti europei hanno frenato i tempi. La paura era quella di incappare in nuovi ritardi, come già accaduto con la questione delle mascherine. Così, Francia e Germania avevano iniziato a valutare di agire per conto proprio, includendo anche l’Italia e i Paesi Bassi. Un pericolo che la Commissione cercò subito di arginare, presentando una soluzione per accelerare le procedure burocratiche per negoziare con le aziende farmaceutiche. Alla fine, le trattative sono state gestite in maniera centralizzata. Inoltre, l’Europa ha puntato al “risparmio”. Contratti più convenienti non costituiscono affatto un vantaggio, specie se messi a confronto con l’impatto economico del lockdown. Rimanere indietro con il vaccino vuol dire rimanere indietro nel mercato. Ma questo non è stato compreso, quanto meno non subito.

L’appello di Mario Draghi 

E forse è per questo che il Premier italiano Mario Draghi spinge sull’Europa per accelerare sui vaccini. Non ha convinto la diapositiva sulle consegne delle dosi di vaccino del secondo e del terzo trimestre, mostrate al vertice dalla presidente Ursula Von der Leyen. Dati poco rassicuranti e che non danno certezze. Draghi ha fatto riferimento proprio al Regno Unito e agli Stati Uniti e alle loro modalità di conservazione dei vaccini. E se la priorità dell’Europa è non far restare indietro nessuno, Draghi ha chiarito che questo “non è il momento di fare donazioni in Ue per una questione di credibilità nei confronti dei cittadini europei, visti i ritardi nelle vaccinazioni”. Serve autonomia, ha chiesto Draghi, seguito dal presidente francese Emmanuel Macron.

Conclusioni? “La nostra strategia sui vaccini ha garantito che tutti gli Stati membri abbiano accesso ai vaccini” ma “dobbiamo accelerare con urgenza l’autorizzazione, la produzione e la distribuzione di vaccini, nonché la vaccinazione”, si legge in una bozza al termine dell’incontro tra i leader europei. Le aziende devono garantire la prevedibilità della loro produzione di vaccini e rispettare i termini di consegna contrattuali. Basterà?