Letta è convinto: “Vinceremo con la mobilitazione dal basso”. Ma il PD ormai ha poca capacità di convincere gli elettori. Troppe ambiguità

I sondaggi danno il Pd fisso sotto il 20%, ma il problema sono la mancanza di idee, delegate al capo del governo di turno e al M5S. Letta inoltre ha dimenticato l’esistenza del partito giovanile del Pd, sostituito dalle vuote Sardine. 

L’arrivo di Enrico Letta alla guida del Pd ha dato una boccata di ossigeno al partito in termini di sondaggi, fino ad allora in caduta libera. Letta è riuscito a stabilizzare le percentuali, saldare l’alleanza con il M5S e LeU e far “rientrare” alcuni parlamentari in casa dem emigrati verso Italia Viva di Renzi. Ma in tutto questo il Partito Democratico non sembra in grado di proporsi come un partito innovatore e capace di attrarre nuovo elettorato, ancorato a posizione governiste a tutti costi, dopo quasi 10 anni di alleanza parlamentari e di governi con praticamente tutto l’arco parlamentare.

Dobbiamo pensare a una ripartenza che lasci il segno, io vorrei proporre al Governo, alle parti sociali, ai partiti, che si faccia un grande patto per la ricostruzione del nostro Paese, con tutti i rappresentanti dei lavoratori, delle imprese, delle pmi, facciamolo fra le forze politiche che sostengono il governo Draghi e Draghi avrà la forza di fare un patto europeo che sta dentro il Next generation Eu“. Queste le parole di Letta durante l’ultima assemblea nazionale tenutasi in videoconferenza per rispettare la norme anti-covid. Il segretario parla di arrivare “alle politiche del 2023 nuovo Centrosinistra che dialoghi anche con il Movimento Cinque Stelle. Abbiamo visto che il metodo partecipativo è possibile, questa è stata una prova vincente, si può considerare che il rapporto fra il centro e la base non deve essere di controllo dal centro sulla base ma di ascolto e protagonismo della base, per far vincere l’intelligenza collettiva“.

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Letta invoca quindi una “mobilitazione dal basso“, un contatto con iscritti e sostenitori che però appare ormai irrimediabilmente perduto. I numeri relativi proprio ai tesserati sono irrimediabilmente crollati e molto lontani da quelli per esempio del 2008, anno di fondazione del Partito. Allora si contavano circa 830.000 iscritti, mentre gli ultimi dati relativi al 2019 ci dicono che oggi sono non più di 100.000, di questi pochissimi gli attivi.

Il partito raccolto dal nuovo segretario deve fare i conti con le lotte al suo interno, le pretese delle correnti e le innumerevoli ambiguità che danno il quadro di un partito che non riesce più a esprimere una posizione sua su molti dei temi principali per il Paese. Il Pd ha scelto di delegare l’azione di governo alle scelte di Mario Draghi ma, ancora più insopportabile per i suoi elettori, ha fatto lo stesso con Giuseppe Conte, oggi capo politico del M5S con cui gli elettori dem hanno un grosso problema a relazionarsi, il quale si è mostrato come un leader trasformista, capace di dichiararsi felicemente populista quando era al governo con la Lega e promosso a capo delle coalizione di Centrosinistra da Nicola Zingaretti senza alcuna consultazione della base.

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Più che un partito il Pd è un cartello elettorale convinto che i giovani e la conclamata mobilitazione popolare possano essere incarnati dalle Sardine, un movimento senza anima più attento agli scatti in favore di telecamere e social piuttosto che a una proposta politica vagamente sensata. Il Pd dimentica inoltre di avere avuto un numeroso e glorioso partito giovanile erede della FIGC e poi SG, scomparso dai radar dei media e della politica nazionale, che era stato capace di rinnovare nomi e progetti, promuovendo diverse facce nuove in Parlamento. Storia oramai vecchia.