Viticoltori furiosi: Ue propone di togliere l’alcol al vino

Gli Stati membri e alcuni gruppi industriali propongono di togliere l’alcol al vino. Questa idea colpirebbe Paesi come il nostro, dove c’è molta viticoltura. Viticoltori furiosi

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Togliere l’alcol dal vino è un’idea che molti Stati Ue supportano, ma che andrebbe a colpire Stati come il nostro, in cui la viticoltura è importante. È da tempo che questo dibattito è sul tavolo di Bruxelles ma in questi giorni se ne è parlato ancor di più poiché durante l’ultimo incontro dell’Ocm Vino, la Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura avrebbe accettato la proposta della Commissione di consentire (con limitazioni) la pratica della dealcolazione del vino in tutti i Paesi Ue anche per produzioni a denominazione d’origine e non solo per i vini da tavola, come proposto dal Parlamento Europeo.

Immediate le reazioni. «In questo modo viene permesso ancora di chiamare vino un prodotto in cui sono state del tutto compromesse le caratteristiche di naturalità», si fa sentire Coldiretti. «Un inganno legalizzato, un grosso rischio e un precedente pericolosissimo che metterebbe fortemente a rischio l’identità del vino italiano e europeo, anche perché la definizione “naturale” e legale del vino vigente in Europa prevede il divieto di aggiungere acqua».

«Nulla è ancora stato deciso», spiega Paolo De Castro, coordinatore agricoltura Gruppo S&D al Parlamento europeo. «C’è una discussione in corso e la decisione finale arriverà probabilmente a fine maggio, durante l’ultimo trilogo in cui verrà firmato l’accordo inter istituzionale tra Presidenza del Consiglio, Parlamento e Commissione europea. La posizione di partenza del Parlamento era quella di dire no alla dealcolazione per i vini a denominazione, lasciando la porta aperta per i vini da tavola. Mi sembrava una proposta più equilibrata, sulla quale ci potrà essere ancora dibattito. In ogni caso, non ne farei una questione troppo grossa perché l’accordo non obbligherà nessuno: ogni Stato avrà la possibilità di recepire questa opportunità o di scrivere una norma più restrittiva e in ogni caso la parola finale spetterà alle singole denominazioni e quindi ai consorzi».

Per De Castro non c’è il rischio di «snaturare un prodotto fortemente identitario, che vanta secoli di storia e di pratiche enologiche e che favorisce esclusivamente gli interessi di gruppi economici e multinazionali slegate dai nostri territori. Io penso che una bevanda di uva senza alcol non possa chiamarsi vino. Ma capisco anche la possibilità di creare delle opportunità di mercato in canali emergenti come i Paesi Arabi o tra i consumatori che chiedono meno alcol».  De Castro fa poi  l’esempio della birra analcolica. «Da quando c’è, ha saputo conquistarsi un suo spazio senza andare minimamente a intaccare i consumi di birra tradizionale, che anzi sono cresciuti».

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Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini commenta:«Siamo attenti, ma non allarmati rispetto al tema dei vini dealcolati, la cui proposta della Dg Agri risale al 2018 e sulla quale Parlamento e Consiglio si sono già espressi da diversi mesi. Le pratiche enologiche saranno stabilite con futuri atti della Commissione. Sui dettagli attendiamo il testo finale, ma è chiaro che l’aggiunta di acqua non è in alcun caso prevista per abbassare il grado alcolico. Il vino è già composto per circa l’85% da acqua di vegetazione, la stessa che nel normale processo di dealcolazione viene estratta nella fase di centrifugazione per poi essere reintegrata».

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Secondo Matilde Poggi, presidente Federazione italiana Vignaioli indipendenti,«la battaglia da affrontare a Bruxelles è quella per mettere i giusti paletti. Eliminare del tutto l’alcol significa usare del vino come base per fare bevande industriali che rispondono alla domanda di un certo tipo di consumatori, ma che non hanno nulla a che fare con il prodotto di partenza e con il nostro mondo», prosegue Poggi. «Altra questione è la dealcolazione parziale per ottenere vini più bevibili, come richiesto da alcune fette di mercato. Noi vignaioli indipendenti crediamo che questa sia una pratica invasiva che snatura il prodotto e per questo riteniamo che debba essere bocciata. Invece di produrre un vino con un’alta gradazione per poi abbassarla, sarebbe più sensato lavorare meglio in vigna e in cantina per mitigare lo sviluppo dell’alcol. Alcune pratiche sono possibili, ma nel solco della tradizione e della natura».