Gli attacchi ad Alessandro Barbero sono la conseguenza di una politica senza coraggio

La politica continua a sostenere che vaccinarsi è una scelta libera, così come lo è quella di prendere il green pass. Eppure, non sembra esserci spazio per chi dissente e anche intellettuali come Barbero, celebrati fino al giorno prima, diventano figure da ridicolizzare in questa nuova caccia alle streghe che stiamo vivendo

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Alessandro Barbero è un nome diventato famoso da qualche anno. 

Conseguita la laurea in lettere nel 1981, ha poi proseguito il suo percorso accademico con un dottorato alla Scuola Normale di Pisa per poi prendere la cattedra di storia medievale nell’Università di Studi del Piemonte. Parallelamente, inizia la sua attività come conferenziere che lo porterà nel tempo a diventare una vera e propria icona della divulgazione storica grazie a una capacità oratoria fuori dal comune, in grado di tenere incollato allo schermo anche lo spettatore più disinteressato. 

Più che le sue storiche collaborazioni con la Rai e con i media televisivi in generale, sono state le sue conferenze su Youtube a renderlo un nome conosciuto anche tra i più giovani, emblema di come persino la divulgazione storica, se fatta nel modo giusto, può coinvolgere chiunque. 

Insomma,  Barbero è uno dei fiori all’occhiello del mondo accademico italiano. 

Sorprendono dunque in tal senso, gli attacchi nei suoi confronti dopo alcune dichiarazioni rilasciate sulla legittimità giuridica e democratica del green pass. Barbero infatti è stato tra i docenti firmatari di una lettera che si oppone alla sua introduzione nelle università. Una scelta che ha avuto in seguito modo di spiegare in un’intervista che purtroppo lo ha portato al centro di un dibattito pubblico molto poco equilibrato. La risposta data in prima pagina su Repubblica da una firma storica come quella di Gramellini, che si scaglia contro il docente accusandolo di portare avanti un dilemma ipocrita, testimonia meglio di altre quanto l’opinione pubblica non sia disposta ad accettare una posizione del genere da chi era considerato fino a questo momento una delle voci più autorevoli nel panorama accademico. 

Precisazione: lo stesso Barbero ha spiegato che per fortuna di attacchi e insulti personali ne ha ricevuti pochissimi, mentre molte di più sono state le lettere di chi si professa deluso dal suo pensiero sul green pass. 

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Ma cosa ha detto esattamente lo storico per irritare così tanto una parte dell’opinione pubblica?

La verità verrebbe da rispondere, perchè ci troviamo di fronte a una polemica in cui polarizzare ancora di più le distanze su un tema così complesso sembra ormai diventato l’unico scopo da perseguire nel dibattito. 

Barbero ha semplicemente posto dei dilemmi, esprimendo il suo pensiero su una misura che non ritiene totalmente legittima, e che nulla a che fare con il vaccino: “Ma nell’appello che ho firmato non si parla affatto dell’utilità dei vaccini, anzi si dice chiaramente che molti dei firmatari sono vaccinati, me compreso. Il problema che mi preoccupa è l’obbligo del green pass per gli studenti che dopo aver pagato fiori di tasse universitarie sono esclusi dalle lezioni se non hanno il certificato. Non si tratta di essere indifferenti alla sicurezza di chi lavora ma ci sono misure umilianti di cui è impossibile vedere l’utilità: penso a quegli operai o poliziotti che non possono mangiare in mensa seduti accanto ai colleghi, con i quali, però, hanno lavorato fianco a fianco fino a un minuto prima”.

La vera ipocrisia semmai è quella della politica italiana, che se da un lato non trova il coraggio di prendere una decisione forte e imporre l’obbligatorietà vaccinale nei termini in cui si ritiene più opportuno, dall’altro ha dettato alla popolazione una linea da seguire contraddittoria e molto poco chiara. Questo costante tentativo di costringere la popolazione a vaccinarsi, creando un passaporto la cui durata oltretutto non ha alcuna utilità scientifica, sta forse venendo un po troppo sottovalutato. 

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Non vaccinarsi è una libera scelta? Si, ed è vero che può esserlo solo a patto di non danneggiare gli altri. Anche per questo Barbero pone una questione più che legittima: in questi termini, sarebbe meglio rendere obbligatorio il vaccino e istituzionalizzare in modo diverso l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Pensare che sia tutto così scontato, che si può imporre il green pass in nome dell’emergenza sanitaria senza avere ripercussioni democratiche di alcun tipo, fa parte di una pericolosa teologia che stiamo sviluppando intorno al ruolo del vaccino nella lotta alla pandemia. 

Il problema, volendo, non è tanto se il green pass debba essere obbligatorio o meno nelle università, ma se sia piuttosto giusto avere dei dubbi a riguardo. Perchè ultimamente nel dibattito pubblico, è iniziata un’embrionale caccia alle streghe su chiunque ponga dei dubbi in merito.  Dubbi che magari sono errati ma che hanno tutto il diritto di essere posti, perché i problemi democratici che ci ha portato il coronavirus sono reali e anche abbastanza consistenti. 

Abbiamo accettato placidamente misure restrittive molto pesanti e di antico retaggio come il coprifuoco e ci siamo ormai abituati al fatto che per sconfiggere questa pandemia, per tornare alla nostra vita di prima, affidarsi alla scienza sia l’unica soluzione. E lo è naturalmente, ma non può esserlo nei termini in cui diventa auspicabile una soppressione dei diritti a prescindere, se questo consente di vaccinare tutta la popolazione a cui però abbiamo dato l’illusione di avere una libera scelta sul tema. 

Non è così, visto quanto una figura rinomata, stimata e autorevole come Barbero viene criticata senza che però si entri davvero nel merito delle preoccupazioni che ha esposto.

Il green pass pone dei problemi giuridico-democratici non indifferenti, delle discriminazioni vere nei confronti di chi non si vaccina che è pericoloso continuare a sottovalutare o ancora peggio, ignorare. La sensazione è che una buona parte della popolazione italiana sia ormai disposta ad accettare qualunque cosa pur tornare alla vita di prima. Ma se tra qualche mese saremo costretti a un nuovo lockdown, come reagiranno tutte quelle persone che invocano la vaccinazione come unica strada per evitare nuove chiusure? 

Nessun politico italiano, che si tratti di Conte o Draghi, ci tiene a essere ricordato come colui che ha costretto la popolazione a una misura di dubbia democraticità ( anche se in passato è già successo) che costringa le persone a vaccinarsi. Ma in realtà, sarebbe forse una posizione auspicabile e meno contraddittoria. Perchè la strada scelta per non arrivare a questa soluzione, in cui tutto è concesso pur di convincere gli scettici a vaccinarsi, e in cui chiunque ponga dubbi in merito alla legittimità democratica di un passaporto vaccinale è un bieco corporativista che di sicuro non ha a cuore l’interesse pubblico, è forse la più pericolosa.

E a questo punto, come sostiene Barbero, era meglio introdurre l’obbligo vaccinale e prendersi una responsabilità non facile, ma che di sicuro avrebbe evitato di ridurre il dibattito pubblico a una sfumata quanto insensata caccia alle streghe. Si sarebbe naturalmente creata una forte polarizzazione tra chi era favorevole e chi non, forse non diversa nella sua animosità da quella che stiamo vivendo adesso, ma l’impressione, è che ci avrebbe permesso di affrontare la questione, e spiegarla ai cittadini, con più razionalità, quantomeno dal punto di vista della tenuta democratica del paese, perchè sarebbe stato inevitabile a quel punto chiamare in causa la Corte Costituzionale.

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Nessuno vuole sottovalutare la difficilissima situazione in cui si è trovata la politica italiana, con un’emergenza sanitaria così drammatica, il giudizio su chi si è preso certe responsabilità politiche, deve necessariamente tenere conto che è troppo facile giudicare quanto non sei tu non dover prendere decisioni così drammatiche. Ma il punto è che è questo il motivo per cui viviamo, anzi, per cui abbiamo scelto di vivere in una democrazia rappresentativa. I politici ci rappresentano proprio perchè abbiamo deciso che hanno la personalità per farlo, il coraggio per prendere delle scelte coraggiose e spiegarle poi alla popolazione rimettendosi al giudizio della collettività.

Un coraggio che la politica italiana ha decisamente avuto lo scorso anno, e a cui sembra invece aver rinunciato nel momento in cui i vaccini sono stati approvati e si poteva finalmente delegare alla scienza una strategia di contrasto alla pandemia, che invece, doveva restare in primo luogo politica.