No, il merito dei risultati del Pd non è di Giuseppe Conte

Il centrosinistra protagonista trionfante di queste amministrative, forte dell’ asse con i Cinque Stelle. Ma i meriti non sono affatto di Giuseppe Conte.

Il bilancio di queste elezioni amministrative è senza dubbio una cartina italiana di colore rosso. Il centrosinistra ha vinto al primo turno in tre delle principali città in gioco, mentre si prepara al ballottaggio a Torino e a Roma. Ed è qui che si gioca la partita più importante perché, in fondo, la conquista della Capitale di città ne vale molte di più e di potere anche. Ed è proprio a Roma, la città che Virginia Raggi dovrà prepararsi a salutare – e, con lei, anche le buche – che il centrodestra potrebbe insediarsi dopo una reggenza, per più di un verso poco efficace, pentastellata. Per il centrodestra, insomma, il quadro è negativo quasi ovunque, tranne in Calabria dove si riconferma alla guida della Regione. Vanno al secondo turno anche Benevento, Caserta, Isernia, Latina, Savona, Varese e Trieste. Il flop del M5s, altro segnale che risulta da queste elezioni, è inoltre evidente nelle periferie. Quartieri il cui grido è rimasto forse inascoltato e che ora chiedono i conti.

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Le grandi città, invece, segnano una vittoria limpida del Pd, evidente dalla vittoria a Milano di Beppe Sala ma anche con il trionfo a Napoli di Gaetano Manfredi. Proprio il Pd sembra il favorito di queste tornata elettorale e i dem hanno forse guadagnato dai vari cambi di guardia. Il Pd, nei centri principali, è primo partito e, se fino a poco tempo fa sembrava scomparire all’orizzonte, ora sembra essere ritornato alla carica. E’ stato il Partito democratico, insomma, la forza trainante , non certo il M5s che negli ultimi tempi ha vissuto non pochi scossoni. Non si tratta affatto di una riedizione 2.0 dell’asse Conte-Zingaretti, ma di una casualità. Vero è che i giallorossi, per la prima volta dopo la caduta dell’esecutivo Conte 2, hanno avuto i primi risultati di quest’alleanza, tutta incarnata nel successo di Gaetano Manfredi, ex ministro del governo Pd-M5s, che non ha lasciato nessuno spiraglio agli alleati. E invece a Roma la Raggi ha detto no ad accordi e ad accordicchi ed è uscita, via, cadendo in un disastroso quarto posto.

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Le mosse di Conte

Ma Conte insiste e rafforza l’idea di un’alleanza di cui prende i meriti: “E’ finita nel M5s la stagione in cui si andava a tutti costi orgogliosamente da soli. C’è già stata una svolta: il Movimento è disposto a costruire un percorso comune, non lo disdegna più come invece in quella fase più antica della sua storia”, ha detto l’ex premier. “I progetti vincenti sono quelli che creano un campo largo, un progetto serio, articolato e solido che coinvolge le forze progressiste”, ha proseguito. Eppure, ciò che emerge è che è proprio il Movimento ad aver bisogno del Pd e non affatto il contrario.  La vittoria di Beppe Sala a Milano dimostra chiaramente che il Partito Democratico va avanti in autonomia ed anche Roberto Gualtieri, al ballottaggio, c’è finito da solo. Invece l’esito negativo ottenuto dalla Raggi dimostra le distanze dal Movimento, che la Sindaca in qualche modo incarnava a pieno. Stessa dinamica a Torino, dove l’uscente Appendino si illude che il misero 10% non sia dovuto ai suoi ultimi 5 anni di reggenza.  Da solo, Gaetano Manfredi a Napoli avrebbe comunque vinto, secondo quanto dato per certo dai sondaggi di questi giorni. Eppure, Conte non ci ha pensato poi così tanto prima di recarsi al Sud, per rivendicare successi che non ha e non può pensare di avere. Insomma, tra le due parti è il Movimento 5 Stelle ad aver bisogno dell’altra con l’altra che potrebbe ignorarla senza perderci poi così tanto. E, in questo senso, le bocciature di Roma e Torino parlano chiaro. Il Movimento è senza linfa, privo dei suoi ideali originari, senza una figura di riferimento capace di unire ciò che nel tempo è andato disperso, incapace di avere leadership, di tenere con sé gli elettori, di mantenere le promesse. Giuseppe Conte, d’altra parte, per ora è una figura che disturba: non si capisce dove è, né da dove viene, tanto meno dove andrà. Una cosa, però, è certa: il Pd potrebbe essere nel tempo una forza pericolosa capace di spazzarlo via, quando al bisogno si sostituirà l’orgoglio di galoppare da soli.

Che l’unione fa la forza, è vero. Ma se si è forti da soli, si è forti davvero.