Cambiamenti climatici, Italia in grave ritardo

Secondo il rapporto annuale di Germanwatch, CAN e NewClimate Institute l’Italia si trova al trentesimo posto nella graduatoria legata alla lotta alla crisi climatica

L’Italia perde tre posizioni e scivola a causa del rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili e per una performance bassa nella politica climatica nazionale.

All’interno del rapporto – presentato nei giorni della Cop26 di Glasgow – vengono presi in considerazione 60 paesi: alla base della classifica il Climate Change Performance Index, che fa riferimento agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti da qui al 2030.  In questo periodo L’Italia mediante il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si è posta l’obiettivo di ridurre le emissioni del 51%.

Si tratta di uno strumento di monitoraggio indipendente sulle prestazioni di protezione del clima di 60 Paesi più l’UE nel suo insieme che sommato costituiscono  il 92% delle emissioni di gas serra. Lo scopo dichiarato è quello di migliorare la trasparenza nella politica climatica internazionale, consentendo il confronto degli sforzi e dei progressi di protezione del clima dei singoli Paesi.

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Il CCPI viene calcolato attraverso un indice complessivo a cui concorrono 4 diversi parametri e 14 indicatori:

– i livelli di emissione che concorrono al 40% del peso complessivo (20% per il livello di emissione dell’anno preso in considerazione e 20% per il trend nel corso degli anni);

– il 20% viene assegnato per lo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell’efficienza energetica (10%);

– il 20% per i consumi energetici;

– il 20% alle politiche climatiche (10% per quelle nazionali e 10% per quelle internazionali), basate su un sondaggio tra oltre 200 esperti climatici di ONG e think tank dei rispettivi Paesi interessati.

 

"Il peggioramento in classifica dell'Italia - spiega Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente - ci conferma l'urgenza di una drastica inversione di rotta. Si deve aggiornare al più presto il Pniec (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, in linea con l'obiettivo di 1,5 gradi centigradi, di almeno il 65% entro il 2030. Andando quindi ben oltre l'obiettivo del 51% previsto dal Pnrr e confermando il phase-out del carbone entro il 2025 senza ricorrere a nuove centrali a gas. L'Italia ha a disposizione ben 70 miliardi, allocati dal Pnrr per la transizione ecologica, da investire per superare la crisi pandemica e fronteggiare l'emergenza climatica, attraverso una ripresa verde fondata su un'azione climatica ambiziosa, in grado di colmare i ritardi del Pniec e accelerare la decarbonizzazione dell'economia italiana in coerenza con l'obiettivo di 1,5 gradi dell'Accordo di Parigi. Solo così - conclude Albrizio - l'Italia potrà essere protagonista in Europa nell'impegno comune per fronteggiare l'emergenza climatica. Una sfida che possiamo e dobbiamo vincere".

Peggioramento italiano. L'Italia solo l'anno scorso era 27esima. Tutti gli indicatori hanno una valutazione media, esattamente al centro delle possibili categorie: molto bassa, bassa, media, alta, molto alta. Dal punto di vista delle politiche climatiche, il Pnrr di Roma è giudicato insufficiente sia rispetto alla strategia Ue “Fit for 55” (per ridurre le emissioni del 55% entro il 2030) sia rispetto agli accordi di Parigi. Secondo Ccpi, il nostro Paese sta agendo troppo lentamente anche sulle rinnovabili, per cui ci sono ancora troppe lungaggini burocratiche, mentre rimangono forti dubbi sull’opportunità di includere il gas naturale nella transizione energetica, che potrebbe non essere necessario se si espandesse il settore delle fonti green. Né si è registrato un vero ruolo di leadership dell’Italia nella lotta internazionale al cambiamento climatico, nemmeno dal pulpito della presidenza del G20.

Nessuno sul podio. Quest’anno, come quello passato, le prime tre posizioni della classifica per la lotta alla crisi climatica dei 63 principali paesi del pianeta sono "vuote", poiché nessuno ha raggiunto la performance necessaria per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi centigradi.

Danimarca, Svezia e Norvegia si posizionano dal quarto al sesto posto, soprattutto per lo sviluppo delle rinnovabili. In fondo alla classifica, i Paesi esportatori e utilizzatori di combustibili fossili come Arabia Saudita, Canada, Australia e Russia.

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La Cina, che è il maggiore responsabile delle emissioni globali, scivola di quattro posizioni al 37/o posto, spiega Legambiente aggiungendo che nonostante il grande sviluppo delle rinnovabili, le sue emissioni continuano a crescere per il forte ricorso al carbone e la scarsa efficienza energetica del suo sistema produttivo.

Ancora più indietro si piazzano gli Stati Uniti, secondo emettitore globale, al 55/o posto, che tuttavia avanzano di sei posizioni rispetto all'anno scorso, grazie alla nuova politica climatica ed energetica avviata dall'Amministrazione Biden e che però deve iniziare ancora a dare i suoi primi risultati. Tra gli altri Paesi del G20, solo Regno Unito, India, Germania e Francia si posizionano nella parte alta della classifica. L'Unione Europea perde sei posizioni e finisce al 22/o posto, soprattutto per la performance di Ungheria (perde tre posizioni e finisce al 53/o posto), Polonia (perde quattro posizioni e scende al 52/o posto), Repubblica Ceca (al 51/o) e Slovenia (50/o), che si posizionano fra gli ultimi 15 della classifica.

Maglia nera all’Australia: nel suo energy mix i combustibili fossili pesano per oltre il 90%, mentre gli impegni politici non sono giudicati sufficienti. Ma non è il Paese che fa peggio in termini assoluti: in fondo alla classifica troviamo Kazakistan, Arabia Saudita, Iran e Canada, tutti peggiorati dall’anno scorso.