Massacro di Samarate, i “fantasmi” dell’architetto: il progetto sbagliato e il terrore dei debiti

L’architetto-killer temeva di aver sbagliato il progetto di ristrutturazione di un noto locale famoso. Gli investigatori cercano di ricostruire l’origine della strage.

Ma resta difficile capire dove passi il confine tra la fantasia e la realtà in questa vicenda tragica piena di aspetti misteriosi.

Aveva nettamente separato i suoi mondi esistenziali – sé stesso, lavoro e famiglia – l’architetto Alessandro Maja, il 57enne autore della strage di Samarate. Così aveva affidato a un primo commercialista i suoi movimenti individuali e la sua attività da architetto e imprenditore. A un secondo commercialista invece spettava la gestione degli affari della famiglia. Gli inquirenti hanno sentito i commercialisti che curavano i suoi bilanci. Il tentativo è quello di capirne di più sulla “genesi” dell’azione omicida. Vale a dire la narrazione – o forse è meglio dire lo spettro – dell’indebitamento insanabile, di mostruosi “scoperti”.

Per ora non è emerso nulla di rilevante. Dunque anche la sequela persecutoria di accuse rivolte da Maja alla moglie Stefania e ai figli per le loro “spese pazze” sembra non avere un riscontro nella realtà esistenziale dell’architetto che ha ucciso le sue vittime, colpendole al volto e al capo, con cacciavite e martello. Tre ore e mezza dopo la strage, avvenuta alle quattro di notte, è uscito in mutande sul balcone della villetta di Samarate a gridare «Finalmente ci sono riuscito», confermando così la premeditazione del gesto.

Resta avvolto nel dubbio il fatto se il piano prevedesse un’ultima tappa: il suicidio. L’architetto infatti, tentando di uccidersi col martello, un trapano e un coltello, non ha riportato che lievi ferite ad addome e polsi.

Un progetto sbagliato: realtà o ossessione?

Non è l’unico aspetto misterioso, a più di due settimane dalla strage. Difficile dire dove passi il confine tra la realtà, la fantasia, le invenzioni e le autosuggestioni del 57enne. Le problematiche mentali hanno infatti reso possibile l’interrogatorio del gip, dopo un rinvio di giorni, solo nel reparto di psichiatria che ha accolto l’architetto, riempito poi di farmaci e in preda a confusione, assopimento, smarrimento. Il timore è che una prossima e non breve permanenza in carcere possa spingerlo a tentare nuovamente il suicidio.

C’è uno scenario comunque che comincia a delinearsi con più chiarezza, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di Maja. Ed è legato a un progetto di ristrutturazione di un famoso locale. L’architetto avrebbe sbagliato il progetto – o si sarebbe convinto di averlo fatto – coinvolgendo nei lavori maestranze per interventi in realtà da azzerare, ma non senza aver prima anticipato di tasca propria gli acquisiti di materiale. Altro fantasma: aver realizzato un’opera sgradita al committente, obbligandolo così a rinviare l’inaugurazione. Col rischio di pagare penali sconquassando il già critico – ma anche questo è da accertare – bilancio familiare.