Patrizia, sequestrata e violentata per giorni: “Ho visto la morte in faccia”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:43

L’incredibile racconto della donna segregata e violentata nelle campagne toscane dall’ex cognato. Il figlio ed il marito convinti che Patrizia volesse scappare all’estero.

Patrizia, la donna di cinquantatre anni, sequestrata e violentata per oltre un mese in un pollaio nelle campagne tra Rufina e Pontassieve, in Toscana, racconta in televisione, in esclusiva, la sua drammatica esperienza, e lo fa a “Pomeriggio Cinque”, nota trasmissione di Canale 5. “Mi ha legata e frustata ho visto la morte in faccia – racconta la donna – un mio ex cognato mi ha invitato a discutere di alcuni problemi di famiglia, mi sono fidata, mi hanno portato in un camper e mi hanno offerto una bibita analcolica da bere. Non ho fatto in tempo a bere il terzo bicchiere – spiega Patrizia – che ho sentito la testa pesante, barcollavo dal sonno, riuscivo a sentire quello che mi dicevano, ma non avevo la forza di parlare. Mi sono addormentata – afferma – la mattina dopo mi hanno preparato la colazione e uno dei due mi ha chiesto di andare a raccogliere le uova”.

La donna ripercorre quei drammatici momenti in collegamento con la trasmissione condotta da Barbara D’Urso. “Con la testa ancora mezza stordita – spiega la donna – sono entrata in quel capannone e, dopo nemmeno un secondo, ha cominciato a picchiarmi con un frustino di plastica dappertutto. Mi ha costretto a stendermi su una brandina, mi ha legato – dice piangendo e mostrando i segni sul polso – ha preso delle forbici da sarto e mi ha tagliato tutti i capelli a zero.

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Avevo una paura terribile – racconta terrorizzata – temevo che mi avrebbe uccisa, non riuscivo neanche a urlare. Poi, dopo circa una settimana – prende a spiegare ancora la donna – in cui mi dava da mangiare solo acqua e biscotti e non mi slegava neanche per andare in bagno, mi porta nel magazzino di fianco, riempie una tinozza di acqua gelida e me le butta addosso.

E’ stato allora – spiega Patrizia – che mi ha violentata e ha continuato per tutto il tempo della prigionia. Mi minacciava anche di far del male a mio figlio – accusa la donna -.mentre la sua fidanzata prendeva il mio reddito di cittadinanza con una carta che mi aveva costretto a firmare”.

Marito e figlio della donna, che in quella prigione ha patito estreme sofferenze, erano convinti che Patrizia volesse trasferirsi all’estero. “Mi ha costretta anche a scrivere delle lettere ai familiari – spiega ancora la donna – in cui dicevo di volermene andare via. Le ferite fisiche si sono rimarginate – conclude – ma non quelle psicologiche, non riesco ancora a dormire la notte.

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