Giuseppe Sala e la fede: “Sono a disagio durante la comunione”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 13:12

Sulle pagine di Repubblica il sindaco di Milano Giuseppe Sala affida la sua riflessione sulla fede cattolica e spiega come, da divorziato, sia difficile non poter accostarsi al sacramento della Comunione.

Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, affida le sue parole ad una lettera sul quotidiano Repubblica, dove affronta il rapporto con la religione cattolica, di cui è praticante. La missiva riflette e fa riflettere sulle vicende di chi, come Sala, è divorziato e che quindi non può prendere la comunione.

“Caro direttore, sono un uomo fortunato perché la fede è per me qualcosa di irrinunciabile. È un dono fondamentale che apprezzo ancor di più adesso, dopo i sessant’anni, con tanta vita alle spalle. Ho avuto momenti di stanchezza, ho vissuto dubbi e contraddizioni ma non ho mai smesso di ricercare il Signore. Tra tante vicende della vita sento di non potere fare a meno del confronto con il Mistero e, in definitiva, con me stesso”, scrive il sindaco di Milano.

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“Non mi sono mai sentito così profondo da potermi nutrire solo di fede – prosegue il primo cittadino – di farmi ‘bastare’ l’intima relazione con Dio. Penso spesso che la mia fede non reggerebbe senza la pratica, senza la possibilità di entrare in un luogo di culto, senza la Messa della domenica. Ho bisogno della Messa, di sentire la voce, più o meno ispirata, di un pastore e di misurarmi con Gesù e con il suo Vangelo. Pur nella consapevolezza dell’ineluttabilità del confronto che nasce in me e ritorna in me”.

Tuttavia, spiega Sala, per lui non è così semplice perché, da divorziato, non può fare la Comunione: “La Messa della domenica è un momento di pace e di verità. Mi fa star bene, mi aiuta a sentire la mia umanità, i miei dolori, la mia essenza. La gratitudine e la precarietà. Sono solo a disagio rispetto al momento della comunione, essendo divorziato e in uno stato che non mi consente di accostarmi al Sacramento. Amo stare insieme agli altri, condividere quel senso di solitudine e, allo stesso tempo, di comunione che la Messa ti dà. La liturgia ci insegna l’umiltà di essere come (e peggio) degli altri, di condividere la speranza, di far ammenda delle nostre miserie”.

“Si deve essere popolo anche fuori dalle porte della Chiesa. Tra tante urla, la ricerca della verità e della giustizia è l’impegno che dà senso alla mia fede, quella fede che mi dà l’energia giorno per giorno per rendere concreto il mio cammino sulla via dell’equità, del rispetto e dell’accoglienza soprattutto verso i più deboli e i più abbandonati. Altrimenti la parola di Dio rischia di rimanere scritta solo nei libri e non nei nostri cuori. Per tutto ciò amo parlare di religione, ma ne aborro l’ostentazione. Sorrido pensando che ne sto scrivendo, ma è come se stessi parlando a me stesso”, conclude il sindaco.

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