Coronavirus: mancano gli strumenti, qualcuno deve morire per salvare un altro

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:13

Davvero il sistema sanitario italiano è tra i migliori al mondo? Non è che qualcuno sul serio debba decidere chi deve morire e chi no? Abbiamo provato ad immaginare uno scenario da fantascienza, o quasi. 

Il sistema sanitario italiano è tra i migliori al mondo. Non fanno che ripetercelo ogni giorno, quasi a volerci convincere che è tutto vero, o più probabilmente perchè cercano di convincere se stessi. Se è vero che tutto funziona alla perfezione, perchè andiamo a mendicare strumentazioni e indumenti all’estero? Emergenza, si risponderà. Emergenza inaspettata. Come se un virus fosse solo roba da film di fantascienza e non una possibilità reale che non può e non deve cogliere impreparato nessuno. E se per colpa degli strumenti che mancano, ventilatori per i polmoni in primis, i medici della sanità migliore al mondo, hanno dovuto e devono, loro malgrado, decidere chi far vivere e chi no? Fantascienza, risponderanno gli esperti. E’ notizia di oggi che un sacerdote, Don Giuseppe è morto dopo avere offerto il suo respiratore ad un altro malato. A questo dovevamo arrivare? E intanto medici ed infermieri continuano a togliersi la vita. Sono gli unici ad avere realmente capito che non c’è quasi più nulla da fare: altri morti arriveranno, e la maggior parte di questi potevano essere salvati se solo il servizio sanitario d’eccellenza si fosse fatto trovare pronto.

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Proviamo a capire cosa succede per esempio negli ospedali della Lombardia. E lo facciamo con le testimonianze di alcuni medici che resteranno anonimi in quanto “queste sono le disposizioni che vengono dall’alto, i medici non possono parlare con i giornalisti”. Un dottore, capo di cardiologia di mezza età in uno dei più grandi ospedali del nord Italia, ci racconta che un giorno ha la febbre. Temendo di essere contagiato dal coronavirus cerca conferma dal test ma gli rispondono che non ci sono abbastanza tamponi. La sanità tra le migliori al mondo gli consiglia di rimanere a casa fino alla risoluzione della febbre. Torna a lavoro pochi giorni dopo, forse è davvero contagiato, e dopo 5 giorni si ripresenta lo spettro della febbre e presto sviluppa la tosse. Allora lui si mette in quarantena da solo, nel seminterrato della sua casa per non esporre la famiglia. Metà dei 1000 letti del suo ospedale sono occupati da pazienti con Covid-19, e il dottore, che alla fine risulta positivo al test, si sente miracolato: non ha bisogno di terapia intensiva. Circa 60-90 pazienti con sintomi indicativi di Covid-19  si presentavano quotidianamente al pronto soccorso del suo ospedale. La ventilazione non invasiva è stata tentata il maggior numero possibile, ma la rapidità del deterioramento respiratorio nei pazienti più gravemente colpiti, compresi alcuni giovani, era sorprendente e imprevedibile. “Non hai una bibbia predittiva per aiutarti”, dice il medico. “Dobbiamo decidere chi può andare avanti”. 

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E i malati con patologie che non siano coronavirus? Nonostante gli ospedali stiano tentando di creare unità specifiche per il Covid-19, è stato difficile proteggere altri pazienti dall’esposizione. Un altro dottore ci spiega che almeno cinque pazienti che erano stati ricoverati nel suo ospedale per infarto miocardico si presumeva fossero stati infettati da Covid-19 durante il ricovero in ospedale. Entrano sperando di guarire ed escono, quando escono, con il virus addosso. Grazie al sistema sanitario più efficace del mondo. “L’infezione è ovunque in ospedale”.

Un altro medico ci racconta dei dottori più giovani. “Puoi vedere la paura nei loro occhi”, ha detto, “ma vogliono aiutare.” Qualunque sia il terrore che nutrono per la propria salute sembravano trovare molto più insopportabile guardare le persone morire perché le poche risorse limitavano la disponibilità di supporto ventilatorio. E ci ha raccontato di due pazienti con insufficienza respiratoria, uno 65 e l’altro 85 con condizioni di salute uguali. “Con un solo ventilatore, intubate il 65enne”.

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Il medico afferma che all’età viene spesso dato il maggior peso. Un ottantenne che era “fisicamente perfetto” fino a quando non ha sviluppato insufficienza respiratoria correlata a Covid-19, è morto perché non è stato possibile offrire la ventilazione meccanica.“Dobbiamo decidere chi deve morire e chi dovremo mantenere in vita.”

Marco Vergano, anestesista e presidente della sezione etica della SIAARTI ha affermato che il comitato ha sollecitato la “ragionevolezza clinica” e quello che ha definito un approccio “soft utilitaristico” di fronte alla scarsità di risorse. Il comitato ha riconosciuto che potrebbe essere necessario fissare un limite di età per l’ammissione in terapia intensiva. Per quanto atroce fosse ammetterlo, circa una settimana dopo il picco dell’epidemia, divenne chiaro che i pazienti ventilati che difficilmente sarebbero sopravvissuti,  negavano il supporto ventilatorio a molti che potevano invece sperare. Tuttavia, il razionamento è spesso tollerato, purchè venga fatto in silenzio.