Coronavirus, la scienza del “forse”: non sempre 2+2 fa 4

Il coronavirus resterà per sempre o svanirà da solo? Scienza, ritrattazioni e opinioni in disaccordo: uno sguardo sulle principali posizioni e sul perché ci sentiamo delusi dagli esperti.

coronavirus Italia

In piena fase 2 dell’emergenza coronavirus si cerca di tirare le somme, di spremere le molteplici considerazioni fatte fino a questo momento per tentare di individuare qualche indizio sul futuro. Lo si fa ora, con più forza, perché sembra il momento giusto per riprendere fiato, e per capire se e quando si tornerà in apnea. Le aspettative sembrano simili a quelle che hanno accompagnato lo stadio terminale della fase 1. Allora il tema era: arriverà un picco dei contagi? Se sì, quando? Poi si è scoperto che il picco era in realtà un pianoro, e che lo stavamo già attraversando. Abbiamo scoperto che eravamo in attesa di ciò che stavamo già vivendo. Questo a dimostrazione della variabilità delle stime matematiche, che sono appunto descrittive, difficilmente predittive. Ora, in fase 2, in clima di riaperture e alle soglie dell’estate, torna lo stesso sguardo curioso su opinioni e dati scientifici, tornano le alte aspettative nei confronti di una scienza che, invece, dimostra sempre più il suo scheletro teorico, più che legittimo: l’osservazione empirica e la costruzione di ipotesi. Le ipotesi vengono scartate o trattenute procedendo per tentativi ed errori, esperimenti e ritrattazioni. Ci vuole tempo. Arriveranno le risposte, ma non “tutte e subito”. Intanto ciò che è possibile fare è analizzare le diverse posizioni, e prenderle (con rassegnazione) come tali: ipotesi al vaglio, più o meno solide a seconda dei casi e delle prove apportate.

Ci sarà una seconda ondata

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Tra coloro che sostengono l’inevitabilità di una seconda ondata, c’è Andrea Ammon, direttrice del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc). In un’intervista a The Guardian ha fatto il punto della situazione coronavirus all’interno dei Paesi dell’Ue. Sul futuro dell’europa e dell’epidemia l’esperta non ha dubbi: “L’Europa dovrebbe prepararsi alla seconda ondata di coronavirus, che non è più una teoria lontana. La domanda principale che dovremmo porci è quanto sarà grande“. Ammon è stata anche ex consulente del Governo tedesco e alla guida del Centro dal 2017 e ribadisce con una certa sicurezza: “Osservando le sue caratteristiche e ciò che ora emerge dai diversi paesi in termini di immunità della popolazione, un dato che non è poi così eccitante, tra il 2% e il 14%, e che lascia ancora il ​​90% della popolazione suscettibile, il nuovo virus è ancora intorno a noi, circola molto più di gennaio e febbraio. Non voglio essere catastrofica, ma penso che dobbiamo essere realistici e che soprattutto non è il momento di rilassarsi completamente”. Non solo, quindi, il virus è ancora attivo, ma circola di più e più velocemente di prima. Questo fattore, legato a una graduale riapertura operata dai Paesi Ue, potrebbe creare una miscela pericolosa. Le riaperture sono state adottate anche sulla base di un dato: dal 2 maggio, secondo l’Ecdc, l’Europa mediamente aveva superato il picco dei contagi da coronavirus. Anche per questo gran parte dei Governi ha preso coraggio e optato per la riapertura. Ma Ammon spiega: con un milione e 200mila casi in Ue, una seconda ondata diventa un rischio reale. Anzi, diventa inevitabile se non si rispetteranno le linee guida sul distanziamento sociale predisposte dai Governi su consiglio della comunità scientifica. “Dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. Le persone pensano che questo incubo sia finito, soprattutto ora che i dati sono in diminuzione, ma non è così. Lo scorso 26 gennaio abbiamo consigliato ai governi nazionali di aggiornare i propri piani sanitari perché da Wuhan stava arrivando il virus. Ma credo che abbiano sottovalutato la velocità di trasmissione del virus stesso”. Insomma, è importantissimo ora non commettere lo stesso errore fatto in passato.


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All’inizio dell’epidemia, secondo Ammon, c’è stato un errore cruciale che ha fortemente alimentato la diffusione del virus: “Abbiamo notato che i primi casi nell’Ue avevano un legame con le località sciistiche delle Alpi, in Italia, in Austria. Voglio dire, le stazioni sciistiche sono luoghi affollati, si pensi alle cabine di risalita che sono davvero stipate. Una situazione perfetta per un virus come questo. Sono abbastanza sicura che questo abbia contribuito all’ampia diffusione in Europa”. In sostanza, secondo l’esperta bisogna mettersi l’anima in pace: il coronavirus non ha subito mutazioni, resterà in giro ancora a lungo e l’unico modo per controllarlo (in assenza di vaccino e cure specifiche) è mantenere le distanze. Già diversi altri virologi ed epidemiologi avevano sottolineato la probabilità che il virus resista ancora a lungo. Alcuni pensano addirittura che si trasformerà in una sorta di influenza stagionale, con cui impareremo a convivere per sempre. Su questo punto Ammon non si esprime in modo definitivo, ma afferma: “Non so se sarà per sempre, ma non credo che andrà via molto rapidamente. Sembra adattarsi molto bene agli umani. L’unica cosa che possiamo fare è mantenere le distanze interpersonali a questo punto”.

Sparirà da solo

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Una seconda linea di pensiero, in netta contrapposizione con quella di Ammon, crede invece che il virus si estinguerà autonomamente, in maniera fisiologica. La distanza tra le due posizioni è netta perché è netta la distanza teorica su cui fanno leva. Ammon crede che il virus resterà ancora a lungo sulla base di analisi “in vitro” che, fino ad ora, non sembrano mostrare mutazioni significative. Altri virologi credono invece che il virus sia in ritirata sulla base di quanto hanno potuto osservare in passato: i virus di questo tipo in genere si sono comportati così, e lo farà anche questo. Riguardo a questa posizione è però necessario specificare un elemento: al momento non ci sono prove scientifiche che il virus si stia indebolendo. Il virologo Crisanti, ad esempio, ha specificato che una minore circolazione del virus potrebbe esser dovuta all’esteso utilizzo di mascherine. Aiuta anche la maggiore frequentazione di luoghi all’aria aperta. Insomma, questa seconda posizione non si presenta ancora con i dati alla mano, si affida piuttosto ad alcune considerazioni tratte dalle epidemie passate. Segue questa linea l’esperto Le Foche, che ha affermato: “Essendo questo un coronavirus per l’ottanta per cento identico a quello della Sars dovrebbe aver avuto una fase pandemica che adesso si sta spegnendo. Questo virus, come gli altri coronavirus che abbiamo già conosciuto in passato, tende a spegnersi da solo. È risaputo nell’ambito scientifico che i coronavirus tendono a dare delle pandemie e poi piano piano tendono a spegnersi. Soprattutto quando c’è una riduzione della loro entropia sociale”.


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D’accordo anche Guido Silvestri, virologo docente negli Usa alla Emory University di Atlanta, che snocciola i seguenti dati: “Siamo al 49esimo giorno consecutivo in cui cala il numero totale dei ricoveri in terapia intensiva per Covid-19 in Italia – da 640 a 595, quindi di altre 45 unità – e siamo ormai al 14,6% del valore di picco. Ed è importante che scenda anche il numero dei ricoveri ospedalieri totali (da 9.269 a 8.957, quindi di 312 unità) e dei casi attivi (da 60.960 a 59.322). Siamo ormai al giorno 18 dalla riapertura del 4 maggio, e del tanto temuto ritorno del virus non se ne vede neanche l’ombra”.

La scienza del forse: non sempre 2 + 2 fa 4

coronavirus scienza modelli matematici

Tanti sono stati i modelli matematici, le stime sull’evoluzione dell’epidemia. Altrettanti i modelli che hanno fallito. Tra quelli rivelatisi poi sbagliati, c’è ad esempio anche il prestigioso studio dell’Ihme, organizzazione Usa che fornisce i dati alla Casa Bianca. Lo studio prevedeva che il 19 maggio l’Italia avrebbe raggiunto il traguardo dei zero decessi. Quel giorno sono morte 162 persone. A spiegare il perché di alcuni fallimenti, è Carlo Signorelli, docente di Igiene all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Un primo problema sarebbe rappresentato da un’eccessiva fiducia nei dati a disposizione. Detto meglio: il quadro epidemiologico su cui si sono basate le ricerche non era completo. Non si aveva una reale contezza dello stadio di diffusione del virus proprio perché test e tracciamenti erano parziali, effettuati su una porzione troppo piccola di popolazione. D’accordo anche l’epidemiologo Donato Greco, oggi consulente dell’Oms, che aggiunge: i numeri non valgono “da soli, senza un’intelligence intorno”. In altre parole: la scienza è inserita in un tessuto sociale e politico che non sempre le permette di elaborare stime in maniera asettica, come in laboratorio. Come spiega Signorelli a Adnkronos: “Il fallimento dei modelli dipende dal fatto che non sappiamo quanti sono realmente i casi in Italia perché più della metà sono stati asintomatici e probabilmente il 90% non è neanche passato al sistema, ha fatto la malattia e non se ne è accorto. Le notifiche riguardano una parte molto ridotta di tutti i casi reali, tra un decimo e un ventesimo. Dunque, le stime dei modelli vengono costruite su una base che, in questo caso, non solo ha una sottostima dei casi reali, ma anche una sottostima variabile da regione a regione, da provincia a provincia perché influenzata dal numero di test”. Sempre a proposito del quadro epidemiologico non completo, Donato Greco sottolinea un altro fattore: “Siamo davanti a un’epidemia nuova, quindi non tutto era noto, ad esempio il rapporto sintomatici-asintomatici, o l’eventuale immunità di gregge, che ad oggi è lontanissima, visto che non siamo neanche al 3% di contagiati nella popolazione”. Per questo i modelli matematici sono andati incontro a fallimenti fisiologici, è normale che in molti abbiano sbagliato. Per questo “i modelli servono per interpretare non per predire il futuro“.


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Poi l’errore storico. Secondo Greco, l’altro errore “è stato il non tenere conto dell’esperienza storica, che è fondamentale. Noi abbiamo 4000 anni di storia delle epidemie, e quelle di virus influenzali sono state tante: non si può non tenere conto di questo e partire basandosi solo su elementi approssimativi, primo fra tutti il numero di contatti delle persone. Per fare un modello devi teorizzare quanti contatti una persona avrà ad esempio in mezzo alla strada, e siccome non è che qualcuno li conta, vengono teorizzati in base ad alcuni dati. E questa è una forte fragilità”.


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Per creare una sintesi tra queste diverse posizioni è necessario, spiega Greco, che ci sia una rete di intelligence. Il modello matematico può, al massimo, cercare di fornire dati il più possibile fedeli alla realtà. Per le previsioni sono necessari studi casi-controllo, di coorte, esperimenti di portata ridotta per verificare gradualmente la validità di certi modelli. Invece, spiega Greco: “Un modello matematico preso da solo e addirittura, com’è accaduto in Italia, utilizzato per suggerire strategie, da come si devono comportare i parrucchieri alle istruzioni per gli esercizi commerciali, è una fesseria“. Poi ribadisce: “Il modello matematico serve se intorno c’è una intelligence, se l’epidemiologo, l’esperto di sanità pubblica, che usano strumenti diversi, si siedono insieme intorno a un tavolo per lavorare sull’epidemiologia descrittiva, passando poi a quella analitica, con gli studi casi-controllo, di coorte eccetera”.

In sostanza, sembra che i primi a sovraccaricare di responsabilità la scienza siano stati proprio tecnici e politici i quali, in maniera comprensibile, hanno cercato di bruciare le tappe di un processo che invece richiede molto più tempo. E infatti, conclude Greco: “L’errore ulteriore lo hanno fatto i tecnici e i politici che hanno sposato immediatamente, passivamente e asetticamente i suggerimenti dei modelli matematici senza che fosse stata fatta intelligence intorno”.