Beirut in lutto chiede la verità

La sera del 4 agosto Beirut, capitale del Libano, è stata travolta da una doppia esplosione nella zona del porto che ha lasciato a terra migliaia di feriti ed ha provocato devastazioni sulla città.

Beirut in lutto chiede verità

Scende il buio su Beirut. Lo spostamento d’aria ha tagliato i fili elettrici, ha gettato calcinacci sulle strade bloccando l’arrivo del gasolio e ridotto in frantumi porte e finestre anche a decine di chilometri dall’epicentro. Il governo libanese l’ha dichiarata «città disastrata». Le testimonianze degli abitanti paragonano questo momento alla guerra civile del 1975 / 1990. «Ma peggio. Molto peggio. In quindici anni di guerra non avevamo mai visto una devastazione tanto massiccia. Cinque minuti di catastrofe hanno superato qualsiasi precedente, pur se gravissimo».

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A poco più di 24 ore dalle due devastanti esplosioni di martedì nella zona del porto, ieri in serata Beirut viveva ancora uno stato di profondo shock, aleggiava nell’aria insieme a quell’odore insidioso e penetrante di agenti chimici. Dalle macerie sono stati estratti 135 corpi. I feriti stimati sono circa 5.000. Molte le persone ancora disperse, gli sfollati sono trecentomila. «Gli ospedali non ce la fanno. Molti feriti gravi hanno dovuto attendere in strada anche cinque ore prima di essere visitati da un medico. La struttura sanitaria nazionale è collassata. Per ora siamo ancora tutti sconvolti. Si contano i danni. Ma presto il Paese intero potrebbe entrare in una situazione prerivoluzionaria di contestazione radicale dell’intera classe politica», le parole di Michelle Georgiu, commentatore per il quotidiano in lingua francese L’Orient de Jour.

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Lutto nazionale

Sono stati proclamati dal premier Hassan Diab tre giorni di lutto nazionale e due settimane di emergenza rossa. Tuttavia, è opinione di molti che queste siano misure tardive, dei tentativi per nascondere le inefficienze strutturali. Come anche gli arresti di alcuni funzionari che avevano l’incarico di sorvegliare i materiali pericolosi, non destano nessuna reazione. Le domande della popolazione sconvolta dalla tragedia sono tante, prima fra tutte come mai, nessuno aveva ancora rimosso le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio. L’ordine di farlo c’era.

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La pista dell’attentato ancora aperta

Tutto sembra ricollegarsi ad un drammatico incidente ma la pista dell’attentato resta ancora aperta. Ieri l’ha ribadita tra gli altri il partito «Futuro», diretto da Saad Hariri figlio dell’ex premier Rafiq Hariri, assassinato nel febbraio 2005. «Privilegiamo l’ipotesi dolosa. Chiediamo chiarezza», hanno reso noto. Lascia perplessi la coincidenza. Venerdì il tribunale internazionale dell’Aja, voluto dall’Onu per investigare la morte di Hariri, avrebbe dovuto rendere finalmente noto il verdetto. Ma ora è stato rinviato al 18 agosto. «Qualcuno era interessato a distrarre l’opinione pubblica con l’esplosione?», si domandano negli ambienti che contrastano il partito sciita pro-iraniano dell’Hezbollah e temono il ritorno dell’influenza politica del regime siriano di Assad.

Il presidente cristiano Michel Aoun nel pomeriggio ha effettuato un rapido sopralluogo nelle zone devastate dall’esplosione, in compagnia del capo di Stato maggiore. «Non troviamo le parole per descrivere questa apocalisse. Il cuore di Beirut è devastato. Faremo di tutto per investigare ciò che è accaduto e avverrà nel modo più rapido possibile», ha promesso.

Beirut in lutto chiede verità esplosione prima e dopo

La catena di solidarietà e la burocrazia

Si sta cercando di muoversi più in fretta possibile per far giungere aiuti e supporti a livello internazionale. Come unico blocco vi è la burocrazia libanese e le misure contro il Coronavirus. La Croce Rossa internazionale e la Farnesina, tra i tanti incontrano difficoltà nel far giungere le squadre di volontari della protezione civile a cui è teoricamente richiesto il certificato negativo al Covid e 48 ore di quarantena all’arrivo a Beirut, previo un secondo tampone all’aeroporto. In arrivo il presidente francese Macron con due aerei carichi di aiuti umanitari e 55 volontari. Arriveranno anche squadre tedesche, cipriote, britanniche e dal mondo arabo.

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