Home Politica Palazzo Chigi sul Recovery Fund: “Senza taglio delle spese, aumento del debito”

Palazzo Chigi sul Recovery Fund: “Senza taglio delle spese, aumento del debito”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 9:17
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Le Linee guida per il piano nazionale ripresa inviate ieri al Parlamento parlano chiaro: l’accesso al Recovery Fund potrebbe richiedere un taglio netto delle spese, prestando attenzione al debito. 

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A spiegarlo era stato lo stesso ministro dell’Economia in un’audizione in Parlamento: “Il supporto europeo serve per finanziare pacchetti di investimenti e riforme. Non può consistere in un’ondata di spesa corrente o di tagli d’imposta che non siano sostenibili nel tempo. Deve invece determinare quel pacchetto di maggiori investimenti pubblici: rilancio dell’istruzione, innovazione, ricerca, infrastrutture, sostegno investimenti privati, riforme, che da tempo sono necessari per modernizzare e rendere più competitivo ed equo il nostro Paese”. Insomma, non spese ma investimenti, sembra dire il Governo. E cosa accade, invece, alle spese abitualmente sostenute dall’Italia, al di là di progetti sul possibile utilizzo del Recovery Fund? I prestiti del Recovery Fund “se non compensati da riduzioni di altre spese o aumenti delle entrate, contribuiranno ad accrescere il deficit e l’accumulazione di debito”, viene affermato nelle Linee guida del Piano nazionale di ripresa e resilienza inviate al Parlamento. Per questo, viene spiegato, è necessario “affiancarsi una programmazione di bilancio volta a riequilibrare la finanza pubblica nel medio termine dopo la forte espansione del deficit prevista per quest’anno in conseguenza della pandemia e degli ingenti interventi di sostegno all’economia”.


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Taglio delle spese e nuovi investimenti

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Conte spinge per il Recovery Fund – meteoweek.com

Nelle 38 pagine presentate vengono presentate nove direttrici di intervento, per l’attuazione delle quali è richiesta la massima collaborazione da parte del Parlamento. Secondo quanto sottolineato da Conte si tratterebbe di “un’occasione storica“, per la quale è necessario “dialogo”. Eppure dal documento emerge un dato, già sottolineato: “Per quanto riguarda i prestiti che si renderanno disponibili secondo il programma NGEU il governo è orientato a massimizzarne l’utilizzo delle relative risorse. Va tuttavia considerato che i prestiti erogati all’Italia dalla Commissione Europea se non compensati da riduzioni di altre spese o aumenti delle entrate, contribuiranno ad accrescere il deficit della Pa e l’accumulazione di debito pubblico”. Per concludere, il Governo “dettaglierà il sentiero di rientro del deficit per gli anni 2021-2023 nella Nota di aggiornamento del Def di prossima pubblicazione. Lo scenario programmatico includerà la previsione di utilizzo dei prestiti previsti”.


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A bilanciare, una serie di altri investimenti che cercheranno di toccare nodi considerati cruciali: digitalizzazione, innovazione, competitività del sistema produttivo, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture, istruzione e formazione, equità sociale, di genere e territoriale, e salute. Tra i provvedimenti sul tavolo spunta anche il salario minimo garantito: “L’introduzione del salario minimo legale – si legge nel documento – garantirà ai lavoratori nei settori a basso tasso di sindacalizzazione un livello di reddito collegato ad uno standard minimo dignitoso, evitando al contempo dumping contrattuale e rafforzando la contrattazione nei settori in cui è più debole”. Poi ancora, proposta una diminuzione delle tasse su ceti medi e famiglie: “Una riforma complessiva della tassazione diretta e indiretta, finalizzata a disegnare un fisco equo semplice e trasparente per i cittadini, che riduca in particolare la pressione fiscale sui ceti medi e le famiglie con figli e acceleri la transizione del sistema economico verso una maggiore sostenibilità ambientale”. Lo scopo dell’intero pacchetto sarebbe raddoppiare il tasso di crescita dell’economia italiana, facendolo arrivare al 1,6%; raggiungere un aumento del tasso di occupazione di 10 punti percentuali, arrivando al 73,2%; incrementare la spesa per la ricerca e lo sviluppo, facendola passare dal 1,3% al 2,1%. Questi gli obiettivi numerici da raggiungere attraverso le nuove linee presentate al Parlamento, nella speranza che il taglio alle spese non rappresenti un male necessario in grado di inficiare tutto il resto.