“Mai creare allarme sociale”: le regole della malavita secondo Felice Maniero

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:48

In una lettera indirizzata all’Adnkronos, il capo della “Mala del Brenta” parla a ruota libera ricostruendo parte delle sue esperienze e della storia criminale d’Italia.

“Quarant’anni fa vigeva un ordine imperativo: ‘mai creare allarme sociale’. Non perché fossimo virtuosi, ma perché lo ritenevamo sconveniente: sarebbero arrivate più forze dell’ordine, più magistrati e la lotta contro di noi sarebbe stata molto più intensa”. Inizia così la lunga lettera scritta da Felice Maniero all’Adnkronos dal carcere di Pescara, dove si trova in attesa di processo. ‘Faccia d’angelo’, capo indiscusso della Mala del Brenta, è infatti tornato dietro le sbarre esattamente un anno fa con l’accusa di aver maltrattato la compagna. Martedì prossimo siederà pertanto davanti alla I sezione penale della Corte di Appello di Brescia per il processo, difeso dall’avvocato Rolando Iorio già legale di Angelo Izzo. “Mi scusi per l’orribile disordine – scrive a penna – la prego di correggere l’ortografia e il testo“. Felice Maniero, il criminale incallito, quello delle rapine e del traffico d’armi, degli omicidi e dell’associazione mafiosa, chiede scusa per gli eventuali errori “nonostante il mio master in terza media – scherza – ottenuto solo perché il preside di quella scuola ormai preistorica mi ha fatto giurare che non mi sarei più fatto vedere in zona“. La vita criminale che a lui è costata tanti anni di carcere, era diversa da quella con la quale lui ha a che fare oggi: “Noi non abbiamo mai permesso estorsioni, pizzi o reati simili in tutto il Venetochiarisce l’ex boss oggi 66enne – Ma soprattutto mai abbiamo ucciso appartenenti alle forze dell’ordine. Un esempio su tutti: quando siamo fuggiti dal carcere di Padova avevamo una trentina di agenti penitenziari legati mani e piedi. Essendo tutti ex carcerati, qualche sassolino dalle scarpe se lo sarebbero tolto volentieri. Io non l’ho permesso e premetto che abbiamo commesso 7 omicidi tra bande rivali venete e moltissimi reati gravi nell’arco di trent’anni”. C’è poi lo spazio per il rimpianto, o forse semplicemente per il pensiero su una vita diversa che, tornando indietro, magari lui sceglierebbe:  “Certamente non farei il criminale – dice Maniero – certo nemmeno l’impiegato (senza offesa per la categoria, aggiunge). Però un lavoro onesto ed eccitante più che volentieri. Ho scoperto un sistema per offrire acqua di qualità, priva di microplastiche, virus e batteri, incluso l’ebola per i paesi in via di sviluppo, senza l’uso di plastiche o derivati a un costo irrilevante. Lo affermo con estrema serietà” ci tiene a precisare. Maniero, che ha recentemente ispirato anche una miniserie televisiva, dal carcere lancia un messaggio a un suo possibile erede che si affacci al mondo del crimine: “Non cedere al facile guadagno, ti assicuro che è una stupida menzogna, il guadagno facile non esiste nemmeno in una società onesta, di certo non nel marciume della mafia, ‘ndrangheta o camorra. Se cadi nelle grinfie di appartenenti a una qualsiasi organizzazione criminale diventerai uno schiavo per la vita. Malvagi e imbecilli giuramenti, santini bruciati. Addirittura verrai ribattezzato. Un’infame e ridicola farsa per intrappolare giovani inesperti, attratti da falsi miti per poi rubargli la vita”.

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“Le carceri sono strapiene di giovani senza un euro appartenenti ai vari clan mafiosi colpevoli di gravi reati con almeno vent’anni o più da scontare. Ti prego – prosegue così il suo appello – non cadere mai e poi mai alle loro infernali trappole. Ti aspetterebbe una vita insanguinata, molta galera da scontare, niente più. Non avrai denaro e o tuoi cari dovranno sostenerti economicamente con un dolore infinito sapendoti in un luogo colmo di sofferenze. Il guadagno facile lo fa solo il boss di turno ma anche loro, prima o poi, finiscono quasi tutti in carcere per non uscire più dal 41bis”.
“Ti assicuro che nel crimine organizzato non esistono onore, lealtà, altruismo, verità o amicizie sincere – ribadisce Maniero – solo una lotta senza quartiere tra adepti per accaparrarsi una zona in cui spacciare droga, effettuare omicidi ed estorsioni. Devi sapere che ti daranno, come primo compito, l’ordine di commettere diversi omicidi per dimostrargli che puoi appartenere al loro clan, invece farai esclusivamente un importante e gratuito favore al tuo boss, uccidendo alcuni suoi nemici pericolosi per lui e inizierai la tua ‘auspicata carriera’ con un malvagio imbroglio, commettendo reati che portano all’ergastolo. Immaginando di poter essere tuo papà ti dico: rifiuta e caccia per sempre colui o coloro che ti accenneranno perfide proposte. Se cadi in quel girone infernale, talvolta anche la morte potrebbe essere una scelta migliore”. L’ex boss del Brenta, che dal carcere è evaso tre volte (da Fossombrone nel dicembre 1987, da Portogruaro nel 1989 e da Padova a giugno 1994) liquida Jhonny lo zingaro così: “E’ sempre stato uno squilibrato barbone, la sua fuga con il ricovero in una baracca abbandonata e l’arresto poi confermano la mia opinione”. Tutt’altra idea su Graziano Mesina: lui, scrive nella lettera, “senza alcun dubbio si era preparato da tempo alla latitanza. E’ una persona pericolosissima, soprattutto nell’organizzare sequestri di persona, e molto furba. Ritengo che, età permettendo, prepari qualcosa di clamoroso, presumibilmente un attentato alle forze dell’ordine”.