Caos Stato-Regioni, Renzi: colpa del Titolo V della Costituzione, va cambiato

Ieri sera durante il vertice di maggioranza a Palazzo Chigi con i leader dei partiti, il premier Giuseppe Conte avrebbe proposto una riforma costituzionale per riorganizzare i rapporti tra Stato e Regioni. Su Facebook il leader di Italia Viva Matteo Renzi commenta: “Quattro anni fa – in quel famoso referendum – avevamo proposto di inserire la clausola di supremazia”.

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(Da Getty Images)

Un grande “ve l’avevo detto”. E’ questo il senso del post Facebook del leader di Italia Viva Matteo Renzi, che commenta la nuova proposta avanzata dal premier Giuseppe Conte: riformare il Titolo V della Costituzione per riorganizzare il rapporto Stato-Regioni. L’idea è emersa ieri sera nel vertice di maggioranza a Palazzo Chigi con i leader dei partiti: Vito Crimi per il Movimento Cinque Stelle, Nicola Zingaretti per il Partito democratico, Matteo Renzi per Italia Viva e Roberto Speranza per LeU. A far notare l’urgenza di questa modifica, soprattutto Zingaretti e Renzi, che vorrebbero aggiornare i 29 punti dell’accordo di programma attraverso un “patto di legislatura” entro la fine di novembre (ovvero dopo gli Stati Generali del Movimento Cinque Stelle).

Renzi: “Il Titolo V della Costituzione NON funziona”

Matteo Renzi avrebbe allora sottolineato su Facebook: “Il caos di queste ore tra Regioni e Stato centrale dimostra una cosa semplice: il Titolo V della Costituzione così com’è NON funziona. Quattro anni fa – in quel famoso referendum – avevamo proposto di inserire la clausola di supremazia. Quella scelta ci avrebbe evitato il caos di oggi. È andata come è andata, ma adesso possiamo finalmente mettere da parte le simpatie e le antipatie e fare ciò che serve al Paese? Cambiare i rapporti tra Governo e Regioni è una priorità”.


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Problemi del Titolo V

Insomma, questo periodo di emergenza coronavirus avrebbe fatto emergere nodi irrisolti anche su un piano istituzionale, e addirittura legati alla Costituzione. A sottolinearlo, la confusione generata dall’emergenza soprattutto in ambito sanitario, i rapporti di forza tra Stato e regioni, la tendenza a ignorare le richieste locali (da parte dello Stato) e a prendere iniziative slegate dal quadro nazionale (da parte delle regioni). Tutto questo avrebbe contribuito ad alimentare un continuo braccio di ferro in cui è difficile individuare chi abbia ragione, ma è ancor più difficile individuare i ruoli e le competenze. L’idea sarebbe allora di modificare la riforma del 2001, creando una maggiore centralizzazione delle competenze in caso di materie di importanza nazionale. Come, ad esempio, la sanità. Questo vuol dire sottrarre competenze alle regioni in alcuni casi specifici, in maniera molto simile a come previsto dalla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016, avanzata da Renzi e bocciata al referendum.


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Come mai il Titolo V è entrato nel dibattito pubblico?

Oltre all’usurante confronto tra Stato e regioni nel corso di quest’ormai lungo periodo di pandemia (ne è un esempio lo scontro De Luca-Azzolina), a provocare un’accelerata in questo senso potrebbe esser stato un ulteriore elemento: il braccio di ferro da cui è nato l’ultimo Dpcm. Durante l’ultimo confronto,  gli schieramenti emersi erano ormai chiari: da un lato alcune regioni chiedevano nuove misure di carattere nazionale, dall’altro lo Stato auspicava linee guida nazionali per poi lasciare alle regioni il compito e la responsabilità di indire misure più restrittive, come i lockdown. Da questo scontro è nata una misura ibrida che ha portato, effettivamente, all’applicazione di linee guida nazionali e a misure differenziate regionalmente, attraverso i tre famosi colori. Ma da lì ha preso piede anche un ulteriore scontro Stato-regioni, incentrato sul colore da attribuire ai diversi territori regionali. Nel frattempo le ore aumentavano, e i contagi anche.

Le tante domande a cui bisogna rispondere

Ora il governo cerca di fare i conti con tutto questo, domandandosi: in tempo di pandemia, sono più importanti la rapidità e l’unità (un sistema più centralizzato), o la precisione grazie a un adeguamento delle norme alle peculiarità locali (un sistema più territoriale)? Il governo sembra aver già deciso, almeno, di portare questo nuovo sistema di equilibri e squilibri al centro del dibattito politico. Al netto di questo, restano molte le domande: è giusto cambiare il Titolo V della Costituzione in base a considerazioni poste in uno stato di eccezione? E poi, queste considerazioni hanno davvero bisogno di un’ufficializzazione istituzionale o le problematiche sono piuttosto di carattere politico? Non resta che attendere l’evoluzione della discussione e apprezzare, intanto, che si sia riconosciuta l’esistenza di un problema.