Lorenzo Stocchi, 35 anni: “La mia odissea con il virus”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 11:45

“Pensavo di morire a 35 anni”. «Inizialmente un mal di testa, il sierologico negativo poi tutto è precipitato». «Ho visto morire il mio compagno di stanza».

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E’ una testimonianza drammatica. Un incubo quello che ha vissuto Lorenzo Stocchi, 35 anni, montevarchino. Lavora nella segreteria del sindaco di Terranuova Sergio Chienni ed è finito in terapia intensiva al San Donato di Arezzo a causa del Covid. Adesso sta meglio ma ha voluto raccontare la sua terribile esperienza per lanciare un appello soprattutto ai giovani. «Bisogna prevenire il virus a tutti i costi, convincere gli scettici. Anche loro se ne renderanno conto quando una persona vicina è in fin di vita, ma sarà già tardi», ha scritto in un lungo post.  Quando è giunto al San Donato i polmoni erano già in parte compromessi. Ha tenuto il casco per molti giorni, poi è arrivata la terapia intensiva. E’ stato intubato. Ha visto morire un compagno di stanza e ha vissuto il peggio. Ha perso 12 chili. Il suo racconto parte il 19 ottobre al pronto soccorso oculistico del S.Donato per una lesione alla cornea. «C’erano molti pazienti in attesa, tutti con di mascherina e gel igienizzante.


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Ma in qualche modo il virus, o a causa delle difese immunitarie abbassate o per il fatto che inconsciamente mi toccavo spesso l’occhio, è riuscito a passare ». «Dopo cinque giorni, mentre ero in ufficio, ho avuto un leggero mal di testa ma a casa avevo la febbre a 37.3. Automaticamente mi sono isolato».
Il giorno dopo Lorenzo è andato a fare il test seriologico, con risultato negativo. Una volta tornato a casa, la febbre è salita a 38.5, senza sintomi di alcun tipo. I passi successivi sono stati il tampone, in modalità drive-through, l’intervento dell’Usca e, dato che la situazione stava precipitando per problemi di respirazione, il trasferimento ad Arezzo.
«Ho passato 50 minuti in attesa fuori dal pronto soccorso, erano le 22,30 ma avevo davanti cinque ambulanze. Dopo visita el tampone mi hanno portato in malattie infettive. Con l’RX torace si sono accorti che il polmone destro era praticamente collassato, e anche il sinistro era messo male. Mi hanno messo il casco per respirare, l’ho tenuto per 11 lunghissimi giorni».


«Poi la terapia intensiva. Ed è cominciato l’incubo, tra catetere arterioso, catetere venoso, accessi periferici, catetere vescicale, sonde, tubi. Ero limitatissimo nei movimenti e non potevo muovere bene le braccia per scrivere ai miei cari e per cercare un conforto. Isolato. Nudo, in un letto con medici e infermieri che si aggiravano per la stanza, somministrandomi terapie e azioni per far ripartire i polmoni», racconta Lorenzo visivamente emozionato.
«Hanno provato a rincuorarmi, ma psicologicamente era veramente dura. Il mio compagno di stanza è morto e a quel punto sono crollato. Durante le notti infinite, ho avuto incontrollabili crisi di pianto. Il quarto giorno hanno chiamato i miei per informare che mi avrebbero intubato. Non stavo migliorando ed era l’unica via percorribile. I miei genitori in quel momento sono invecchiati, la mamma ha passato la notte a piangere e vomitare. Quella notte, il medico della rianimazione ha provato a farmi stare a pancia sotto, una situazione allucinante, ma per fortuna ero sedato. Miracolosamente gli alveoli hanno cominciato a riaprirsi. Da lì è cominciata la lenta ripresa». La sua storia purtroppo è una delle tante. L’appello di Lorenzo è rivolto soprattutto ai giovani. A 35 anni non è possibile avere complicazioni dovute al Covid? Purtroppo non è la realtà. E’ possibile e ne abbiamo le prove. Il virus attacca tutti ed è giusto mantenere comportamenti adeguati e stare attenti per preservare la nostra e la salute degli altri.