“L’Rt è incoraggiante”. Ma è anche un indice affidabile?

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:47

“L’indice Rt è stabile” o addirittura in discesa, ripetono alcuni esperti ed esponenti politici. Eppure, aumentano le perplessità riguardo l’effettiva affidabilità dell’indice Rt, uno dei 21 indicatori alla base delle decisioni del governo. E, sicuramente, uno dei più nominati. Ma l’indice rispecchia veramente la realtà dei fatti?

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MeteoWeek.com (da Getty Images)

In questi giorni, in attesa di palpare gli eventuali effetti delle misure di contenimento applicate fino ad ora, quasi tutti i comunicati politici sembrano ripetere: l’Rt è stabile, se non addirittura in discesa, è un buon segnale che lascia ben sperare di poter vedere gli effetti delle strette tra almeno una settimana. Insomma, è necessario attendere ma intanto è possibile intravedere qualche sintomo della ripresa. Parallelamente, però, cresce lo scetticismo tra gli esperti. L’allarme lanciato dalla Fondazione Gimbe già a maggio sembra esser stato raccolto anche da altri importanti studiosi: l’Rt potrebbe non essere un indice affidabile. E quanto più aumentano i contagi, quanto più soffre il sistema di tracciamento, tanto più l’indice Rt diventa inaffidabile. Ma, prima di tutto, cos’è l’indice Rt?

Ma non era R0?

Sì, all’inizio dell’emergenza c’è stato un gran parlare dell’indice R0. Ma era, per l’appunto, un valore utilizzabile solo all’inizio dell’epidemia. R0 è il numero di riproduzione di una malattia infettiva riferito al tempo 0, cioè all’inizio della misurazione. Indica quante persone sono state contagiate da un positivo a inizio pandemia. L’indice Rt, invece, introduce la variabile del tempo successivo all’istante 0: è una curva che rappresenta un andamento nel corso del tempo. Non solo: è un indice che varia al variare del numero di persone che, potenzialmente, potrebbero entrare in contatto. In sostanza, è una misura che risponde anche al variare delle misure di contenimento.

Le variabili dell’indice Rt

L’Rt è un valore che indica come cambia lo stato di contagiosità in una certa zona al variare del tempo. A sua volta questo stato di contagiosità dipenderà dalle misure messe in campo dalle regioni e dalla loro efficacia. Le variabili da cui dipende l’indice Rt sono:

  • La probabilità di incontrare le altre persone
  • Il numero di contatti che la persona infetta ha
  • L’inizio di una determinata infezione e quindi il lasso di tempo in cui la persona contagiata ha potuto mettere in pericolo altre persone.

Inoltre l’indice Rt è calcolato solo sull’insorgenza di sintomi. A spiegarlo è la Fondazione Gimbe, che aggiunge anche una nota critica: “L’indice Rt viene calcolato sulla data d’insorgenza dei sintomi della malattia, o in alternativa su quella di accertamento virologico dell’infezione, che in Italia spesso viene notificata con molti giorni di ritardo e in misura variabile tra le Regioni“. A spiegare il perché di questa scelta è l’Istituto Superiore di Sanità, che ribadisce come i dati sugli asintomatici rischino di apparire molto più opachi e legati all’efficacia (o meno) del tracciamento.


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I problemi dell’indice Rt

Già a maggio il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta aveva lanciato l’allarme: “I valori di Rt sono diventati oggetto di dibattito pubblico con inopportune classifiche tra le Regioni che, in relazione alle variazioni settimanali, lo trasformano da vessillo da sbandierare a pomo della discordia, e viceversa. Addirittura, si è arrivati a ventilare l’ipotesi, subito archiviata dal Presidente dell’ISS, di utilizzare il valore di Rt per la mobilità interregionale”. Eppure, ora la situazione non sembra tanto diversa da quella prospettata a maggio. E’ vero che sono almeno altri 20 gli indicatori che vengono tenuti in considerazione, ma è anche vero che l’indice Rt è quello più sbandierato per spiegare il perché delle decisioni prese, e/o la loro efficacia. Eppure non solo persistono dei problemi, ma addirittura aumentano.

Innanzitutto, la suscettibilità dell’indice alle misure di contenimento: “L’Rt una misura dinamica, che nel corso dell’epidemia si riduce proporzionalmente alla diminuzione dei soggetti suscettibili (aumento di quelli immuni e dei ‘casi chiusi’, ovvero guariti e deceduti), oltre che in conseguenza delle misure di distanziamento sociale attuate, ma può risalire per il riaccendersi di focolai oppure dopo l’allentamento delle misure di lockdown”. Ecco perché il basso indice Rt di questi giorni a Milano (zona rossa) va letto positivamente, ma non troppo. E’ un abbassamento anche fisiologico.

In secondo luogo, la difficoltà nel reperire dati affidabili sul numero di persone con sintomi. “Le nostre valutazioni indipendenti confermano che il dibattito politico e scientifico si sta concentrando su un indice molto variabile, condizionato dalla qualità dei dati, non tempestivo (l’ultima stima riflette ancora la fase di lockdown), calcolato su meno di un terzo dei casi confermati dalla Protezione Civile e influenzato dalle notevoli differenze regionali nell’esecuzione di tamponi diagnostici”, spiega il dottor Cartabellotta. A confermare la parzialità dei dati, anche il fisico Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei: “Il sistema di calcolo di Rt si basa sul numero di persone che sviluppano sintomi, ma se – per inefficienze di varia natura – questo numero non è corretto, il valore stimato di Rt diventa anch’esso un numero non corretto”.

In terzo luogo, le tempistiche. L’indice Rt, proprio in virtù di come viene calcolato e del complesso processo di raccolta dati, fotografa un quadro relativo ad almeno 2 settimane prima. Questa mancanza di tempestività non solo non fornisce un quadro adeguato della situazione, ma rischia di non consigliare le giuste misure per arginare il contagio. “Senza un immediato cambio di rotta sui criteri di valutazione e sulle corrispondenti restrizioni solo un lockdown totale potrà evitare il collasso definitivo degli ospedali e l’eccesso di mortalità, anche nei pazienti non Covid-19”, ripete Nino Cartabellotta.

Le prove dello scetticismo

Lo scetticismo nei confronti dell’indice Rt purtroppo sta acquisendo a suo favore ulteriori prove. Come spiega il presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei sull’Huffpost, la settimana scorsa avevamo un Rt che con il 95% di probabilità era compreso tra 1,45 e 1,83. La differenza tra i due valori indica una forchetta, un ventaglio di possibilità. Questa settimana il valore della forchetta è compreso tra 1,08 e 1,81. E questo non è un buon segno. Anche se il valore minimo è più basso, la forchetta si fa più ampia. Questo vuol dire che l’incremento del numero dei contagiati giornalieri “potrebbe o essere rimasto quasi costante o essere quasi raddoppiato o aver fatto qualcosa di intermedio”. E il raddoppio della forchetta sarebbe sintomo dell’incapacità – ormai – di rintracciare adeguatamente le persone che sviluppano sintomi. Infine, un’ulteriore prova dalla lettura dei dati di epicentro.it. Nel grafico sottostante il verde rappresenta il numero di casi positivi registrati in ciascun giorno. Il blu rappresenta il numero di persone positive che hanno accusato i primi sintomi in quella data. 

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MeteoWeek.com (da www.epicentro.it)

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Nel grafico, fa notare Parisi, fino a un determinato momento il rapporto tra casi sintomatici (blu) e positivi (verde) è costante al variare del tempo. I due dati salgono nello stesso modo. Dalla settimana del 19 ottobre, però, cambia qualcosa: si assiste a uno scollamento tra i due valori. Non crescono più i casi sintomatici ma aumentano i positivi. Questo dato “non ci dice niente sulla crescita dell’epidemia e non ha senso usarlo per dedurre un valore più basso di Rt negli ultimi giorni: ci dice solo che si è deteriorato il flusso di informazioni a questo riguardo, che partendo dalla periferia arrivano al centro”. Insomma, stando al parere di molti esperti, aumentano i dati che sfuggono all’indice Rt, aumenta la sua inaffidabilità, aumenta la necessità di ridimensionare il peso di questo indice di cui si è tanto parlato.