Ancora scontri in Myanmar: la polizia spara proiettili di gomma

Ancora scontri e proteste nell’ex Rangoon, in Myanmar, contro il golpe militare che ha rovesciato Aung San Suu Kyi. Chiesto l’embargo sulle armi per l’ex Birmania. Intanto Fb oscura i profili dell’Esercito

Ancora scontri in Myanmar: la polizia spara proiettili di gomma

La polizia del Myanmar ha sparato oggi proiettili di gomma per disperdere i manifestanti a Yangon (ex Rangoon). È la “risposta” alla mossa dell’ambasciatore del Paese asiatico all’Onu che ieri ha lanciato un accorato appello all’azione contro la giunta militare. L’ex Birmania è scossa da un’ondata di proteste a favore della democrazia da quando il golpe dell’esercito ha rovesciato la leader civile Aung San Suu Kyi il 1° febbraio. Non è chiaro se la polizia abbia usato anche proiettili veri nelle repressioni di questa mattina.

Proteste e scontri in Myanmar

Le proteste nella ex Rangoon proseguono ormai ininterrotte da diversi giorni. Appena 48 ore fa, si sono verificati degli scontri tra sostenitori dell’esercito che brandivano coltelli e fionde e gli abitanti che manifestano contro il colpo di stato. “Siamo al fianco dei servizi di difesa”, urlavano i supporter dei militari riferendosi alla giunta. Mentre i cittadini rispondevano sbattendo pentole e coperchi, una pratica diffusa tra i manifestanti anti-golpe. Verso la tarda mattinata di giovedì è salita la tensione nei dintorni della stazione centrale. Un uomo ha infatti accusato i sostenitori dell’esercito di aver ferito almeno dieci persone con una fionda a bordo di un’auto. Alcune immagini non verificate che circolano sui media mostrano un uomo armato di coltello che attacca i passanti.

Ancora scontri in Myanmar: la polizia spara proiettili di gomma

LEGGI ANCHE: Omicidio Khashoggi, accuse per il principe saudita Bin Salman

Nel campus dell’università gli studenti hanno manifestato pacificamente sventolando le bandiere del partito della Lega nazionale per la democrazia di Suu Kyi. Quasi 140 Ong di 31 Paesi hanno invece firmato una lettera aperta al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite chiedendo con urgenza l’imposizione di un embargo sulle armi al Myanmar. Intanto, Facebook ha chiuso tutti gli account rimanenti collegati all’Esercito birmano. Lo ha reso noto lo stesso social network spiegando che la decisione è dovuta all’uso della forza “mortale” da parte della giunta contro i dimostranti anti-golpe.