Strage Mottarone, scarcerazioni e testimoni: il punto della situazione

Proseguono le indagini sulla strage della funivia del Mottarone, e a breve altri dipendenti della società che gestisce la funivia potrebbero essere iscritti nel registro degli indagati. La procuratrice di Verbania Olimpia Bossi ora ribadisce: lo scopo delle indagini sarà anche valutare “in che termini sapevano dell’uso dei forchettoni“, e capire “se hanno consapevolmente partecipato o se si sono limitati ad eseguire indicazioni provenienti dall’alto“.

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Valuteremo in che termini sapevano dell’uso dei forchettoni” e valuteremo “se hanno consapevolmente partecipato o se si sono limitati ad eseguire indicazioni provenienti dall’alto”: sono queste le parole della procuratrice di Verbania Olimpia Bossi, chiamata a commentare il proseguo delle indagini sulla strage della funivia del Mottarone. Intanto la raccolta di informazioni e testimonianze prosegue, e si delinea sempre più chiara una doppia dinamica: da un lato quel forchettone non rimosso, che ha impedito la frenata della cabina in caduta; dall’altro il cavo rotto, che è stata la causa primaria della tragedia. Le indagini sembrano seguire, allora, queste due piste. Intanto il gip del tribunale di Verbania, Donatella Banci Bonamici, ha già disposto la scarcerazione dei tre al centro della vicenda: Luigi Nerini, il gestore dell’impianto, e Enrico Perocchio, direttore tecnico sono stati rimessi in libertà con l’annullamento della misura cautelare, mentre Gabriele Tadini esce dal carcere per finire agli arresti domiciliari.

La decisione del gip

Di fatto il gip avrebbe ribaltato la decisione della Procura della Repubblica accogliendo tutte le richieste dei legali dei tre fermati. Le motivazioni del gip sarebbero legate a “uno scarno quadro indiziario” nei confronti di Nerini e Perocchio: “Palese è al momento della richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare la totale mancanza di indizi a carico di Nerini e Perocchio che non siano mere, anche suggestive supposizioni“, spiega il gip in una nota. Così, all’uscita di Nerini, il suo avvocato avrebbe fatto filtrare le intenzioni e priorità dell’imprenditore: “Voglio incontrare i familiari delle vittime, vedere le tombe di quelle persone, e poi metterò a disposizione tutto quel che ho per risarcirli“. Il caposervizio Tadini invece sarebbe finito agli arresti domiciliari, e sembra aggravarsi la sua posizione a seguito delle dichiarazioni ai pm di un dipendente della funivia Mottarone: già il 26 aprile Tandini avrebbe ordinato di mettere i forchettoni per bloccare i freni, e “dall’8 al 23 maggio i ceppi sono stati posizionati una decina di volte“, anche se “non erano garantite le condizioni di sicurezza“.

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I forchettoni

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MeteoWeek.com – foto da Ansa

A proposito del forchettoni, si cercherà di capire chi ne era a conoscenza, e in che misura. Secondo il gip di Verbania gli addetti alla funivia erano a conoscenza della prassi del caposervizio di lasciare inseriti i forchettoni, ma forse potevano rifiutarsi di assecondare le indicazioni. Il gip avrebbe poi spiegato: “Tadini sapeva benissimo di avere preso lui la decisione di non rimuovere i ceppi, Tadini sapeva perfettamente che il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di 14 persone, Tadini sapeva che sarebbe stato chiamato a rispondere anche e soprattutto in termini civili del disastro causato in termini di perdita di vite umane. E allora perché non condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni? Perché non attribuire anche a Nerini e Perocchio a decisione di non rimuovere i ceppi?“. Interrogato dal gip, Tadini aveva già ammesso di aver ordinato di non rimuovere i forchettoni, e le dichiarazioni degli altri dipendenti – stando a quanto riportato dal gip – sembrerebbero delineare un quadro fortemente accusatorio nei confronti di Tadini, “mentre nessuno ha parlato del gestore o del direttore di servizio“.

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Il cavo

Prima che si rompa una traente o una ‘testa fusa’ ce ne vuole“. Queste le parole, sempre di Gabriele Tadini a proposito del cavo rotto della funivia del Mottarone, riferite a un altro dipendente. Il dipendente gli chiese, stando al verbale, se la cabina potesse viaggiare “con persone a bordo a ceppo inserito”. Segue la replica di Tadini, la fune non si spezzerà, diceva. Poi la strage del 23 maggio. Ora Tadini è accusato di omissione dolosa di cautele aggravata dal disastro e gli omicidi colposi. L’indagine proseguirà proprio per capire la causa che ha provocato la rottura del cavo: “Quando saremo in grado di fare gli avvisi avendo un quadro chiaro di tutte le persone e società da coinvolgere le coinvolgeremo negli accertamenti tecnici“, dice la procuratrice di Verbania. Intanto è giornata di lutto in tutto il Piemonte per le vittime della funivia Mottarone. “Il Piemonte non smetterà mai di stringersi alle loro famiglie e al piccolo Eitan“, dice il governatore Cirio.