Quote rosa, dopo Salvini interviene Eva Cantarella: “La parità tra uomo e donna? Un fenomeno mediatico”

Dopo alcune dichiarazioni di Matteo Salvini, si riaccende il dibattito sulle quota rosa. E, sulla questione,  interviene anche Eva Cantarella. 

Le Quote rosa hanno aperto nuovi scenari, spingendo verso l’introduzione di un numero sempre maggiore di donne in determinati contesti lavorativi che, in linea di massima, ne risultano mancanti. Ad intervenire sulla faccenda è stato Matteo Salvini. “Qualcuno ha la moda di dire ‘candidiamo un sindaco donna, un presidente donna’. Noi una donna la scegliamo se è brava”, ha detto il leader della Lega a proposito degli auspici di una donna al Quirinale. “Ci sono donne più in gamba degli uomini e vanno avanti perché sono brave”, ha proseguito Salvini.
Una formula, quella delle Quote, che parte da un dato di fatto dimostrabile e reale: le donne fanno fatica, più degli uomini, ad integrarsi negli ambienti lavorativi e a ricoprire ruoli e posizioni di un certo livello. Insomma, l’inserimento nel mondo del lavoro è più complicato e più difficile e il risultato è in un gap di genere, che vede in testa gli uomini in quanto a tipologia di posizione ricoperta ed anche contributo economico.

In linea teorica, le quote di genere stabiliscono una percentuale obbligatoria di presenza di entrambi i generi nelle attività lavorative, per garantirne una rappresentazione paritaria. Tuttavia, proprio la parità è una condizione che spesso manca nel mondo del lavoro, dove le donne sono spesso sottorappresentate rispetto agli uomini. La legge Golfo-Mosca del 2011 fissava la quota delle donne in Consigli di amministrazione e collegi sindacali al 20%, percentuale poi aumentata a 30% nel 2015. A dicembre 2019, un emendamento alla legge di bilancio 2020 ha prorogato le disposizioni previste dalla Golfo-Mosca, che sarebbe altrimenti scaduta nel 2022, e innalzato la quota di genere al 40% per i Cda e i collegi sindacali delle società quotate.

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Secondo un rapporto del 2020 dell’osservatorio Cerved-Fondazione Bellisario in collaborazione con Inps, il sistema di quote di genere ha prodotto i risultati prestabiliti, ma non ha portato alla diffusione di pratiche e situazioni che andassero oltre gli obblighi. Ovvero, si è fatto ciò che era dovuto e previsto; ma non ciò che si può. I dati dicono che sul gender gap c’è ancora molto da fare. Secondo le recenti stime dell’OIL , L’Organizzazione internazionale del lavoro, le donne sono ancora lontane dal raggiungimento dell’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro e, in molte parti del mondo, sono intrappolate in lavori poco qualificati e retribuite in maniera inferiore rispetto agli uomini. Premesse giuste: peccato che la polemica sia, nel tempo, diventata sterile e si sia ridotta a banali stereotipi.

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Questione di genere?

Importa davvero che un Ministro sia donna, oppure la priorità dovrebbe essere la competenza? La battaglia delle quote rosa portate avanti soprattutto da alcuni partiti politici di sinistra si è di fatto banalizzata. I criteri per scegliere i ruoli dovrebbero essere competenza e professionalità, più che questione di genere. Ciò che serve è capacità di leadership, la capacità di governare, programmare, decidere, servire gli interessi del Paese. C’è da spazzare via l’idea malsana che le donne non possano ricoprire ruoli istituzionali forti e importanti; ma l’appartenenza di genere non dovrebbe essere presupposto esclusivo per giudicare la competenza. Rischieremmo, se così fosse, di ritrovarci ad essere governati da tutte donne e tutte eventualmente incapaci.

A dire la sua è stata anche Eva Cantarella, nota storica, grecista e latinista, che ha definito le quote rosa “una minorazione delle capacità femminili”. In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, ha spazzato via le regolamentazioni di genere: “Siamo nella condizione di dire basta alle quote rosa, a questa formula che invece di liberare le donne statuisce, oltre ogni intenzione, una condizione di statica indispensabilità”, ha affermato la professoressa di diritto che ha definito le quote rosa un fenomeno soprattutto mediatico. “Essere indispensabili per forza di legge è la negazione della forza e del potere della condizione femminile oggi in Italia. Sono divenute, per paradosso, una minorazione delle capacità femminili, quando siamo così forti che non abbiamo bisogno di tutor e magari pure maschi. Il concetto di parità matematica tra uomo e donna è soltanto un fenomeno soprattutto mediatico, con fiume d’inchiostro a commentare ogni temuta discriminazione”. Al contrario, secondo Cantarella, “la forza dell’identità femminile è tale che all’uomo non resta, per affermare il proprio potere, che ricorrere a quella biologica. Con la sua forza fisica intende regolare i conti”.