Amministrative, nei piccoli comuni le quote rosa restano un miraggio

Secondo un rapporto del Csel elaborato per l’Adnkronos in occasione della tornata elettorale delle amministrative, il 50% dei piccoli comuni non centra l’obiettivo quote rosa.

Si sono concluse le elezioni amministrative e, subito, ritorna la questione delle quote rosa. Infatti, sembra che la maggior parte dei comuni che sono stati chiamati al voto non centrino l’obiettivo. Nello specifico, il 50% dei Comuni sotto i 5.000 abitanti sono ben lontani da posti in rosa riempiti. Il dato emerge dal Centro Studi enti locali, in un rapporto elaborato per l’Adnkronos in occasione della tornata elettorale delle amministrative. Il paradosso è che, nonostante il nostro ordinamento giuridico preveda che nelle liste dei candidati debba essere assicurata la rappresentanza di entrambi i sessi, non esiste alcuna sanzione nei comuni di piccole dimensioni per assicurare il rispetto della parità di genere. Lo studio evidenzia che, di 755 Comuni al di sotto dei 5000 abitanti chiamati alle urne tra il 3 e il 4 ottobre nelle Regioni a statuto ordinario, solo 384 hanno schierato almeno 1/3 di candidati di sesso femminile. Un dato pressoché identico al 2020.

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In 79 comuni (contro i 63 del 2020), i candidati uomini hanno rappresentato percentuali superiori all’80% del totale eccetto Prunetto, un comune di 471 abitanti in provincia di Cuneo, e Pescolanciano, comune di 878 abitanti, in cui c’è una totale assenza della componente femminile. “Ci sono però 39 comuni – evidenzia lo studio – in cui i candidati di sesso femminile hanno superato quelli appartenenti al genere maschile”. Una particolare eccezione è anche il Comune di Santo Stefano Roero, con 1.407 abitanti, dove i due aspiranti sindaci, un uomo e una donna, hanno schierato due squadre tutte al femminile. Nei restanti 599 casi (pari all’80% del totale), i candidati uomini sono stati più di quelli di sesso femminile. Complessivamente le donne schierate nelle liste esaminate sono 4955 su 10.099: il 32,87%.

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La norma

La norma prevede che nei comuni con più di 15.000 abitanti nessuno dei due sessi può essere rappresentato in ciascuna lista in misura superiore a due terzi dei candidati ammessi. Nel caso il criterio non sia rispettato, la Commissione elettorale circondariale può ridurre le liste cancellando i nomi dei candidati appartenenti al genere sovrarappresentato. Nel caso in cui, una volta operata questa riduzione, il numero di candidati ammessi sia inferiore a quello minimo previsto, si incorre nella ricusazione della lista. Per i comuni tra i 5.000 e 15.000 abitanti, il mancato rispetto delle quote rosa implica la riduzione della lista mentre per i comuni con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti non esistono misure correttive. Ma è davvero quello che conta? E’ importante che si valuti, come criterio, l’essere competente o essere donna? E perché l’essere donna dovrebbe significare, automaticamente, essere migliore di un uomo?!