Il caos Green Pass rischia di aprire una crepa nell’immagine del governo Draghi?

La tensione alla vigilia dell’entrata in vigore dell’obbligo di Green Pass sul luogo di lavoro sale sempre più: il governo Draghi ha rilasciato una nota del Viminale che invitava l’autorità portuale di Trieste a pagare i tamponi ai lavoratori, ma i portuali promettono di portare avanti il blocco fino all’eliminazione dell’obbligo di Green Pass per tutti i lavoratori. Poi annunciano di non avere fiducia nei sindacati confederali. Nel frattempo, Draghi incontra proprio Cgil, Cisl e Uil, che chiedono un taglio netto del prezzo dei tamponi (da far coprire alle aziende). Il governo al momento naviga a vista. Una sensazione che conosciamo già, e che speravamo di aver abbandonato grazie al governo Draghi. 

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Nella giornata di domani – 15 ottobre – dovrebbe entrare in vigore l’obbligo di Green Pass voluto dal governo Draghi,  esteso a tutti i luoghi di lavoro: come da tradizione italiana, tutto sembra in bilico fino all’ultimo secondo. Persino il governo dei migliori, con una linea netta tracciata, una maggioranza di unità nazionale a reggerlo, una certa intransigenza nei confronti delle decisioni prese esclusivamente per scopi elettorali, persino lui che è riuscito a placare (più o meno) i bollori di una politica sempre magmatica e instabile, ora inciampa laddove sperava di giocare sul sicuro: il consenso della popolazione. Certo, il governo conosce da tempo la netta contrarietà al vaccino da parte di un nocciolo duro della popolazione. La conosce talmente bene che, non avendo l’ardire di imporre l’obbligo, sperava di superare questo nocciolo duro spingendolo indirettamente a vaccinarsi grazie all’estensione dell’obbligo di Green Pass nei luoghi di lavoro. Lo conosce talmente bene che, non avendo l’ardire di usare una misura netta e definitiva come l’obbligo, ha puntato su una misura più elastica, ma che in fondo risulta ugualmente chiara: o ti vaccini, o non lavori (nel mezzo, la patata bollente dei tamponi, la terza via che sta suscitando più problemi che soluzioni). Il problema è che il governo tutto questo non l’ha detto chiaramente: così facendo, non solo ha aizzato la contrarietà dei No vax, ma ha anche implementato la protesta dei No Green Pass (i due gruppi si sovrappongono ma non coincidono completamente).

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Green Pass e portuali: braccio di ferro con il governo Draghi

Il problema è che dopo le 10mila persone che sabato scorso hanno invaso le strade di Roma, dopo l’assalto alla Cgil, oggi il governo Draghi si ritrova a gestire anche la contrarietà dei portuali che – si teme – potrebbe estendersi a tutto il comparto della logistica e dei trasporti. “Siamo disposti ad andare avanti fin quando il Green Pass non verrà tolto“, ribadisce Stefano Puzzer, portavoce del coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste, mentre annuncia il blocco del porto. “E’ ora di fermare l’economia che forse è l’unico segnale che possiamo dare a questo stato, per fargli capire che ci sono tante persone in difficoltà, tante persone che rimarranno senza uno stipendio, e solo perché hanno esercitato una scelta libera, quella di non farsi il vaccino. Adesso mi sembra ben chiaro che questo passaporto verde è solamente una manovra economica non sanitaria“. Puzzer non lascia spazio a trattative: se oggi “non ci saranno novità e il decreto non verrà ritirato domani bloccheremo il porto di Trieste, sia in entrata che in uscita“. Insomma, la situazione sembra procedere verso uno stallo alla messicana: tra il governo e i portuali, uno dei due dovrà cedere. Il ponte tra i due dovrebbero essere rappresentato dai sindacati, ma il portavoce dei portuali ribadisce: “I sindacati confederali è una vita che non sono dalla parte dei lavoratori: possono prendere le posizioni che vogliono vedremo domani quante persone saranno presenti dei portuali“.

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Il nocciolo (problematico) della questione

luciana lamorgese
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Il punto, all’interno di questo quadro, non riguarda tanto la gestione della protesta dei portuali di Trieste (a cui promettono di aggiungersi altri porti). Il problema riguarda anche un fattore di facciata: il caso è esploso dopo la circolare del Viminale che raccomandava alle imprese interessate “di mettere a disposizione del personale sprovvisto di Green Pass test molecolari o antigenici rapidi gratuiti“. Poi la precisazione: gli operatori economici “potranno valutare” in autonomia. Questo primo tentativo di compromesso, questo primo invito rivolto alle aziende per fornire tamponi gratuiti ai portuali, ha portato a un doppio fallimento: da un lato i portuali di Trieste hanno ribadito di non essere interessati a una concessione ad personam, ma di volere combattere per tutti i lavoratori; dall’altro il governo, in un momento di crisi, ha mostrato la sua disponibilità a essere incoerente nell’applicazione delle regole. Una disponibilità che, fino ad ora, il governo Draghi ha cercato di allontanare il più possibile, assumendo su di sé la maschera della logica pura.

Noi siamo abituati ormai da un anno e mezzo ai continui aller-retour di una politica che si trova sempre con l’acqua alla gola, che fa e disfa in base alle valutazioni del momento: ricordiamo i protocolli sanitari comunicati ai ristoratori poi ugualmente costretti a chiudere in base alle zone di rischio, ricordiamo l’App Immuni presentata come ancora di salvezza e poi abbandonata a sé stessa, ricordiamo le pratiche di messa in sicurezza della scuola (tra cui i fantasmagorici banchi a rotelle) poi sfumate in una semplice Didattica a distanza. Ricordiamo anche – viene da sorridere a pensarci – gli investimenti sui monopattini che avrebbero dovuto, secondo alcuni sostenitori al governo, sgonfiare l’affollamento nei mezzi pubblici. Insomma, ricordiamo i numerosi inciampi del governo passato, e ricordiamo l’aspettativa nei confronti dell’attuale governo: finalmente un esecutivo solido, con ottime capacità manageriali, in grado di traghettare questa barca impazzita chiamata Italia fuori dall’emergenza, si diceva.

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Draghi è consapevole

Ebbene, quell’immagine di intransigenza e logica pura il governo Draghi è riuscita a preservarla fino a questo momento (nonostante le critiche di merito che pure possono esser fatte), ma con il Green Pass potrebbe crearsi una crepa, soprattutto a seguito della nota del Viminale. Tutto questo Draghi lo sa, per questo – fa sapere La Stampa – ieri avrebbe fatto recapitare al capo di gabinetto del ministero degli Interni la sua irritazione per il “trattamento ad personam” nei confronti dei portuali di Trieste. Sul sito Linkiesta riportano che una fonte di governo avrebbe ribadito: “Ben vengano le imprese che decidono di pagare i tamponi ai non vaccinati“, ma il problema è politico: quell’apertura apre una crepa in un momento delicato, “non possiamo dar l’impressione di dire sì a figli e figliastri“.

L’impasse del governo Draghi sul Green Pass

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Dall’altro lato, la situazione sembra ormai giunta a uno stallo alla messicana: Draghi, stando ad alcune indiscrezioni, vorrebbe tirare dritto, ma il suo tirare dritto questa volta si scontra con un’ostinazione dei lavoratori in un settore che, se fermo, potrebbe realmente portare il Paese alla paralisi. La chiave di volta per risolvere la questione sarebbe un’interlocuzione proficua con i sindacati (gli stessi sindacati confederali che i portuali di Trieste dicono di disconoscere). Per questo a Palazzo Chigi il premier Draghi ha incontrato i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. “Abbiamo colto l’occasione per segnalare al governo” la necessità di “un abbassamento molto forte del costo del tampone e che si potenzi il credito di imposta su tutte le spese di sanificazione che permetta alle imprese di affrontare questa questione”, ha detto il leader della Cgil, Maurizio Landini.

L’ipotesi che sarà analizzata domani in Consiglio dei ministri, infatti, prevede che siano le aziende ad anticipare i costi dei tamponi, con un conseguente potenziamento del credito di imposta per le spese di sanificazione anti-Covid. “Ne discuteranno domani in Cdm, ci ha spiegato il presidente del Consiglio – ribadisce Pierpaolo Bombardieri (Uil) – e lì decideranno il da farsi”. Intanto in materia tamponi arrivano altre novità: dal testo finale del Dpcm con le linee guida sulle verifiche del Green Pass sul lavoro salta la previsione del limite di 48 ore di anticipo entro cui chiedere la verifica del certificato. Un piccolo passo indietro che resta comunque significativo, se aggiunto al quadro generale. Sulla questione, inoltre, restano numerose criticità.

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I dubbi in sospeso

Alla fine della trattativa, chi pagherà i tamponi? Nel caso in cui l’onere spettasse alle aziende, quante saranno disposte a pagare i tamponi per i dipendenti non vaccinati? Al porto di Gioia Tauro, ad esempio, la Cgil ha già chiesto all’Autorità portuale di poter garantire i tamponi, ma Salvatore Larocca, segretario regionale della Filt Cgil, spiega: “Ovviamente ha risposto che non era possibile economicamente. Adesso tocca alle aziende capire se possono valutare di farsi carico dei tamponi ma, per capire se questa soluzione è gestibile, bisogna capire prima quanti sono i lavoratori sprovvisti”. Un paradigma che potrebbe essere applicato anche ad altre aziende. E cosa ne sarà dei lavoratori vaccinati con sieri non riconosciuti in Italia? Il ministro della Salute ha ribadito che a valere sono solamente i vaccini approvati da Ema e Aifa, ma in settori come quelli della logistica, dei portuali e dei trasporti, il problema rischia di diventare sostanzioso a causa dell’alta percentuale di stranieri.

E infine, e non per ultimo: chi rimpiazzerà i lavoratori assenti perché sprovvisti di Green Pass? E’ facile immaginare che il carico di lavoro ricada sui presenti, un’altra dinamica che diventa problematica soprattutto in ambienti come quello dei portuali di Genova, dove – riferiscono – il 30% dei lavoratori è sprovvisto di Green Pass. Ecco, l’impressione è che se il governo Conte era costretto a fare passi indietro per eccessiva disponibilità a cedere a compromessi politici o per miopia, il governo Draghi sarà costretto a fare passi indietro esattamente per il motivo opposto, che fino ad ora è sembrato un punto di forza: l’intransigenza, il coraggio nel prendere misure anche impopolari, la tendenza a guardare all’obiettivo finale, senza vedere cosa c’è in mezzo. In questo caso, una popolazione divisa.